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Con lo sguardo dei nativi digitali

Il termine  “nativi digitali” è molto controverso. È stato di moda per alcuni anni e poi – come tutte le mode – ha subito i peggiori attacchi. Per dovere di cronaca ricordiamone alcuni passaggi fondamentali. Il termine è stato coniato da Marc Prensky – insegnante, docente universitario e progettista di videogiochi di apprendimento – in un suo articolo del 2001 intitolato appunto Nativi digitali, immigrati digitali. Se è dubbia l'etichetta “nativi digitali” – che nella prima idea dell'autore indicava i nati dopo il 1985 cioè la prima generazione cresciuta immersa nelle tecnologie digitali (computer, internet, telefonini...) – è sicuramente fuori luogo l'entusiasmo che mostra per le capacità di questa generazione. Il fatto – tanto decantato non solo da Prensky – che quasi tutti i ragazzi siano tecnicamente abilissimi ad usare alcuni moderni strumenti non significa molto. Potremmo forse chiamarli – e sarebbe probabilmente molto corretto – “nativi tecnologici” facendo specifico riferimento a una o più tecnologie (computer, telefono, tablet...), perché da quello che vediamo sono abilissimi con quelle specifica tecnologie che usano alcuni codici di comportamento e schemi standard (per esempio il movimento in diagonale di pollice e indica per ingrandire un'area dello schermo) ma fra venti o trenta anni, al cambiare della tecnologia – e se procede con gli attuali ritmi di sviluppo potrà essere molto diversa – saranno spaesati tanto quanto noi oggi. E, non di meno, nella loro bravura tecnica, hanno ancora bisogno di adulti capaci di accompagnarli a scoprire l'uso sensato dei mezzi potenti che hanno a disposizione. Non per questo le intuizioni di Prensky sono da buttare via. Per esempio ci ricorda che la logica con cui siamo cresciuti, quella che abbinava al termine generazioni cicli molto lunghi legati ai legami di parentela (noi, i nostri genitori, i loro genitori... queste erano le generazioni) non funziona più. Oggi – anche per l'influenza delle tecnologie – le generazioni si susseguono molto più rapidamente (secondo alcuni sociologi ogni 3-5 anni c'è un cambio generazionale). E quindi l'abilità di saper riconoscere – senza troppi preconcetti ed etichette – le caratteristiche cognitive di chi si ha davanti è molto utile. 

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