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martedì, 12 Settembre 2017 L’Ocse e le anomalie del caso Italia

In Italia i giovani continuano a scegliere facoltà che non aiutano a trovare lavoro: ecco i dati

In Italia i laureati sono pochi (uno su cinque, la metà degli altri Paesi Ocse: peggio fa solo il Messico) o meglio non sarebbero pochi: il problema principale è che scelgono facoltà che non aiutano a trovare un lavoro. Le facoltà in questione sono lettere, storia dell’arte, scienze politiche, sociologia e scienze della comunicazione (il 39 per cento dei neo laureati) nonostante i tassi di occupazione in questi ambiti siano sensibilmente più bassi di altri corsi di laurea. È quanto riferisce il rapporto «Ocse Education at Glance» presentato dall’Associazione Treellle alla Luiss. Questo non vuol dire che le materie scientifiche vengano snobbate visto che le cosiddette STEM (acronimo per Science, Technology, Engineering and Mathematics) oggi rappresentano la seconda area più gettonata dai giovani: le sceglie un ragazzo su 4, in linea (anzi leggermente al di sopra) con la media OCSE e coerentemente con le scelte fatte al momento del passaggio alle superiori (il 25 per cento dei quattordicenni quest’anno si è iscritto a un liceo scientifico con o senza il latino).

Il problema quindi sembrerebbe non tanto essere nelle facoltà umanistiche in senso stretto, ma nella macro area delle discipline socio-politiche e della comunicazione. Incrociando questi dati con le immatricolazioni dell’anno scorso si vede infatti come gli umanisti in senso stretto siano il 19 per cento cui si aggiunge un dieci percento di sociologi e politologi e un tre per cento solo di psicologi. Economia e giurisprudenza (lauree magistrali) si attestano al 25 per cento, poco sotto la media dei Paesi Ocse che è del 27 (con un trend - indicato anche dalle immatricolazioni 2016-17 - che vede in calo gli aspiranti avvocati e in aumento manager economisti e statistici).

Dal rapporto emerge anche che alle ragazze piacciono le materie scientifiche - sono infatti il 60 per cento dei laureati in scienze naturali, matematica, statistica - ma restano pochissime quando si passa a ingegneria (31 per cento delle lauree triennali e 27 per cento nella laurea magistrale) e ancora meno quando si contano i laureati in Ict (cioè in informatica): solo il 21 per cento delle lauree triennali e appena il 14 per cento di quelle di secondo livello. Al contrario l’Italia registra il divario di genere più pronunciato riguardo alle lauree nel settore educativo: le donne rappresentano il 94% dei titolari di una laurea di primo livello e il 91% di una laurea di secondo livello. I tassi di occupazione sono più elevati nei settori in cui la maggior parte degli studenti è di sesso maschile (ingegneria e informatica), salvo nel settore della sanità e dei servizi sociali dove prevalgono le donne. La forbice va dal 71 per cento di chi ha una laurea in belle arti (maggioranza femminile) al record di occupati di informatica (84 per cento) e di ingegneria, produzione industriale e edilizia ma anche medicina e affini (85 per cento). 

In Italia l’80 per dei laureati (25-64enni) ha un lavoro ma il tasso di occupazione è sensibilmente più basso tra i giovani adulti (25-34enni): 64 per cento. Siamo uno dei pochi Paesi in cui la laurea non garantisce automaticamente prospettive di lavoro più sicure rispetto a un diploma di scuola superiore professionalizzante. Chi ha scelto un indirizzo tecnico-professionale può contare infatti su un tasso di occupazione del 68%, superiore sia a quello dei liceali (49%) che appunto a quello dei laureati.

L’Italia ha un altro triste record: siamo - insieme all’Arabia Saudita - l’unico Paese al mondo in cui il diploma di maturità di un liceale vale - come sbocco professionale - meno del diploma di terza media. Un liceale che decide di non iscriversi all’università o che lo faccia ma poi non arrivi a laurearsi ha meno chance di trovare un impiego di un suo ex compagno delle medie che, terminato l’obbligo a 16 anni, sia poi andato a lavorare (49 per cento contro il 51 per cento).

Fonte corriere.it



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