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Dalla mediatizzazione alla medialità

Da anni si parla di mediatizzazione della realtà per sottolineare come ormai qualsiasi attore sociale che necessiti di una visibilità pubblica debba cercare di essere attivamente presente all’interno dello spazio mediatico. Da qui la semplificazione: “se non sei sui media non esisti!”. D’altro canto, il termine mediatizzazione sottintende come anche i riceventi acquisiscano la maggior parte delle proprie informazioni attraverso i media.

Questa convinzione, consolidatasi nella seconda parte del XX secolo, ha prodotto il primato dei media, considerati il principale ambiente sociale attraverso cui si definisce la rappresentazione della realtà.

Comprendere le logiche dei media è diventato un imperativo. Si pensi, ad esempio, alla comunicazione politica, ritenuta una risorsa strategica irrinunciabile per l’acquisizione del consenso; oppure alla giustizia penale, costretta a includere nelle proprie strategie anche la gestione di quelli che sono definiti “processi mediatici”: accusa e difesa di un imputato non possono esimersi dall’individuare peculiari modalità di presenza sui media per rappresentare all’opinione pubblica le proprie posizioni.

Questa progressiva centralità dei media ha indotto a credere in un loro straordinario potere, per la capacità d’imporre all’attenzione dell’opinione pubblica eventi, fenomeni sociali e punti di vista sugli stessi: come si dice in letteratura, di definire l’agenda della discussione pubblica. Ne è conseguita la convinzione - ben radicatasi - di come più che fare le cose, fosse fondamentale saperle comunicare bene, con una scissione netta fra promettere con abilità azioni e buone intenzioni e la loro effettiva realizzazione.

Negli ultimi tempi questa visione è stata parzialmente ridimensionata. Nessuno nega la rilevanza dei media, ma più che attribuire loro un potere più o meno incontrastato d’imporre una propria visione delle cose, si è incominciato a vederli come un luogo che garantisce grande visibilità, ma per l’accesso al quale è necessario sviluppare proprie e specifiche competenze comunicative. Non è tanto il mezzo che fa il messaggio, piuttosto l’abilità di quanti lo confezionano di comprendere il contesto in cui si trovano, per riuscire a entrare in sintonia con i principali pubblici da raggiungere.

Più che di potere dei media, si è iniziato a parlare di potenza diffusiva degli stessi, che offre potere a chi riesce ad abitarli con efficacia. Ci si sposta dal primato del mezzo – quella che è stata definita una visione mediacentrica – alla rilevanza della negoziazione fra produttori degli eventi, sistema dei media e pubblico. I media sono un canale di diffusione potente per la loro pervasività. Ma il potere è di chi in tali media riesce a prendere il centro del ring, riesce a “definire la situazione”, cioè imporre una specifica visione delle cose, a fornire le cornici interpretativi prevalenti nelle discussioni pubbliche in merito a un determinato fenomeno sociale. Al primato dei media si sostituisce la rilevanza del processo, nel quale ognuno degli attori partecipanti ha un proprio potere negoziale.

I media – i loro proprietari così come quanti vi lavorano - hanno smesso di essere visti come un luogo separato della società, che dall’alto riesce a imporre proprie visioni del mondo, per diventare una delle istituzioni che co-partecipa alla determinazione delle differenti rappresentazioni della realtà. Si è iniziato a considerarli uno degli spazi principali in cui avviene il confronto fra i vari attori sociali – istituzioni politiche, economiche, associazioni benefiche e culturali ma anche semplici individui – per definire i climi d’opinione prevalenti. Ma la selezione dei temi e delle modalità narrative da porre all’attenzione dell’opinione pubblica è un processo molto articolato, in cui i media non sono gli unici a decidere; piuttosto, la selezione è frutto di un “tiro alla fune” con molti partecipanti.

In questa ridefinizione un ruolo centrale lo sta avendo la comunicazione digitale; soprattutto per due motivi, fra loro intrecciati.

Innanzitutto, la comunicazione digitale modifica la natura della negoziazione fra i vari attori sociali. Infatti, mentre prima erano facilmente distinguibili 3 tempi nei processi di strutturazione dei fatti e delle opinioni da porre all’attenzione pubblica:

il tempo della produzione, realizzata dalle varie fonti che riuscivano a ottenere accesso ai media;

il tempo della distribuzione, da parte dei media:

il tempo di fruizione del pubblico; che poi a sua volta produceva le mille discussioni a cascata, in famiglia, nei luoghi di lavoro, fra amici e conoscenti, ecc. ecc..

Adesso questi 3 tempi si sovrappongono. Si smussano le differenze fra i 3 distinti ruoli di fonti, intermediari e fruitori. Ciascuno di questi ruoli può essere interpretato in modo molto più interscambiabile.

Un esempio può chiarire meglio i caratteri di quest’evoluzione. Fino a poco tempo fa una fonte convocava una conferenza-stampa perché aveva interesse a rendere noto all’opinione pubblica un determinato fatto.  A tale conferenza-stampa si recavano i giornalisti, che acquisivano le informazioni, le integravano con domande e richieste di chiarimento e, poi, attraverso i loro articoli e servizi radiofonici o televisivi, riferivano al pubblico, che attraverso l’ascolto, la visione o la lettura ne veniva a conoscenza e quindi ne discuteva, formulando le proprie convinzioni e consapevolezze.

Adesso, resta il processo descritto, ma vi si affianca la possibilità delle fonti di far arrivare direttamente all’opinione pubblica fatti e opinioni in tempo reale, tramite propri siti e profili social, ciò rende possibile un dialogo diretto con il pubblico, che - accedendo direttamente a tali informazioni – le recepisce, commenta e reindirizza ad altri interlocutori, ai quali giungono connotati da giudizi, verifiche e integrazioni: come quando sui nostri profili social un amico o un conoscente ci esorta a leggere un articolo o a guardare un video definendolo già come interessante, ridicolo, fazioso e via discorrendo.

In definitiva, si sta strutturando un gioco di scambi molto più ricco, in cui il lavoro d’intermediazione del sistema dei media non viene meno, ma è affiancato dalla moltiplicazione delle possibilità e delle abilità comunicative degli altri due vertici della negoziazione comunicativa: fonti e pubblico. Tutti entrano con sempre maggiori competenze nella produzione comunicativa, con la conseguenza d’implementare in modo esponenziale i flussi circolanti.

In secondo luogo, la visibilità non è più riservata soltanto a quanti svolgono funzioni pubbliche. Basti semplicemente considerare cosa sono le bacheche social che ciascuno di noi attiva: forme di definizione del sé pubblico, in cui ognuno di noi riflette su come vuole costruire la propria visibilità e come differenziarla a seconda dei vari interlocutori con cui si confronta. In altre parole, ciascuno di noi costruisce un vero e proprio sé mediatico, che al di là dei casi patologici, non è totalmente distinguibile dal sé definito nelle relazioni faccia a faccia. Non a caso la distinzione fra reale e virtuale si sta sempre più attenuando, fino a far parlare alcuni autori di “virtualità reale”, per descrivere come non ci sia demarcazione netta fra le relazioni faccia a faccia e quelle costruite in rete. Entrambe contribuiscono alla nostra identità.

Per dirla in altro modo, non c’è più una mediatizzazione della realtà perché ciascuno di noi sta provando su di sé l’inesistenza di uno scarto fra realtà e rappresentazione mediatica. Piuttosto, ognuno definisce una propria medialità, determinata dal modo in cui riesce a far interagire le varie parti di cui si compone il proprio sé, attraverso la selezione che attua nel sovraccarico simbolico in cui si trova ad abitare e la capacità di scernere fatti e opinioni a cui prestare attenzione; ma anche attraverso la scelta delle forme di rappresentazione del sé da esibire grazie ai pensieri e alle foto che rende pubblici sui propri profili.

La gestione di tutto ciò non è affatto semplice. Non a caso sempre più spesso assistiamo alla messa in atto di meccanismi difensivi, per cui si diventa molto più selettivi nell’esposizione. Ci si rinchiude in ciò che sono state definite “bolle comunicative”, per cui si frequentano molto più spesso di prima coloro che la pensano come noi e che hanno gli stessi nostri interessi. Ma in questo modo le distinte “comunità di modi di vita” rischiano di separarsi fra loro, di far venir meno ciò che è stata la più grande caratterizzazione della modernità: l’incontro con l’altro, la capacità di recepire e inglobare la diversità, interagendovi. E’ in questo modo che si è arrivati alla condivisione anche con identità e opinioni distanti. La frequentazione fra simili accentua la diffidenza e la sfiducia verso gli altri, favorisce la diffusione di pregiudizi e l’assunzione di stereotipi e credenze, fino a far diventare vero ciò che riteniamo verosimile; esattamente lo slittamento di significato dietro cui alberga l’insidia delle fake news, di quella che è stata definita post-verità.

Ci troviamo in una fase di passaggio, in cui appare sempre più necessario mettere ordine in quell’enorme sovraccarico simbolico che la moltiplicazione e la velocizzazione dei flussi comunicativi ci consegna. La gestione di tale sovraccarico simbolico richiede una nuova responsabilità sia a quanti sono professionalmente preposti alla circolazione delle informazioni e delle opinioni, per sviluppare una nuova consapevolezza su quanto sia molto più difficile operare in tale addensamento di fatti e opinioni, sia a ciascuno di noi, a cui è richiesta la gestione di un numero di fili molto più variegato per definire un’identità plurale e prismatica.

Ecco perché la formazione e una tensione continua alla conoscenza diventano irrinunciabili.

A cura del Prof. Carlo Sorrentino - Docente Ordinario dell'Università di Firenze

 

Progetto Ultima Ora: "Dalla mediatizzazione alla medialità" from osservatorionline on Vimeo.