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lunedì, 05 Marzo 2018 Ilquotidianoinclasse.it: i temi della ventiduesima settimana!

Questa settimana si parla di idee per una nuova scuola, di immigrazione e di libertà di parola

Orsola Riva, per il Corriere della Sera, parla delle elezioni e dei programmi legati alla scuola. Molti degli studenti non avranno ancora potuto esprimere la propria preferenza alle elezioni del 4 marzo, ma con l’occasione di questa settimana così cruciale la giornalista vorrebbe invitare a fare un esercizio di cittadinanza partendo dall'esperienza di alunni. Cosa cambiereste nella scuola in quanto ente? Ripensando anche alle vostre esperienze trascorse, sia alle elementari che alle medie, che cosa funziona e che cosa non funziona secondo voi? Se ci sono dei pezzi mancanti, se si studiano troppe materie o troppo poche, se il tempo scuola è quello giusto, se preferirebbero giornate più corte o rientrare più spesso a scuola, se i compiti sono troppi o troppo pochi. L’idea della giornalista è quella di farvi provare, per una volta, a decidere per voi stessi. 

Luca Tremolada, per il Sole 24 Ore,  parla di immigrati, clandestini e della ricchezza che viene prodotta. Rappresentano il 10% della popolazione italiana, ma hanno fondato poco meno del 10% della aziende italiane, di chi sta parlando Tremolada? Degli stranieri presenti nel nostro paese, quelli che lavorano, vivono e pagano le tasse in Italia. Questo dato di una piccola pattuglia che tra gli stranieri ha fondato un’azienda e dunque produce ricchezza è stato elaborato su Info Data. Analizzando i numeri dell’Istat è facile raccontare il fenomeno dell’immigrazione e della presenza degli stranieri che, come sapete, è stato un caso molto dibattuto in questa campagna elettorale. Da questa analisi quantitativa emerge l’immagine di un’Italia che sta cambiando dal punto di vista demografico perché gli stranieri presenti nel nostro paese stanno producendo reddito. Quello che il giornalista chiede è di confrontarvi con questi dati. Cosa ne pensate?

Gianluigi Schiavon, per il Quotidiano Nazionale, parla di libertà di parola. Per il giornalista “libertà di parola” non è una frase fatta. Per qualcuno, infatti, si tratta del fondamento della democrazia poiché potersi esprimere liberamente è un diritto. Al tempo stesso controllare l’uso libero della parola è altrettanto fondamentale. Ad esempio limitare l’incitamento all’odio razziale o l’odio religioso è tutto sommato un bene, una forma di salvaguardia per chi è vittima di queste ingiustizie. Ci sono però dei casi limite: il primo è la lista delle parole proibite da Trump, ad esempio. Il Presidente degli Usa ha infatti vietato l’utilizzo di parole come “feto”, “transgender”, “cambiamenti climatici”, nei documenti che riguardano la Sanità. È evidente che in questa scelta ci sia un impulso ideologico. Il secondo caso, invece, arriva dalla parte opposta dell’oceano. In Francia c’è la ghigliottina per le parole inglesi. È vietato dire “smartphone”, ad esempio. Esiste la Commissione dell’Arricchimento della Lingua Francese che sta studiando il modo per estromettere l’inglese dal linguaggio francese. Il problema è trovare dei sinonimi per le parole straniere. E in Italia? Stefano Bartezzaghi dice che gli anglismi a volte sono necessari: il selfie, ad esempio, non è un autoscatto ma un’altra cosa. Occorre dunque discernimento. Secondo Schiavon in tema di libertà di parola bisogna stare lontani dagli eccessi e dalla radicalizzazione. la domanda che il giornalista vi pone è la seguente: secondo voi la libertà di parola è un diritto, soprattutto in Italia, sempre rispettato?



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