imagihttps://osservatorionline.it/media///2019/03/giornale-sicilia.png

mercoledì, 13 Ottobre 2010 Com'è cambiata la scrittura giornalistica e quali sono le principali cause di questo cambiamento?

Rispondono sul libro de "Il Quotidiano in Classe" dell'anno scolastico 2009-2010 alcuni grandi giornalisti italiani: Mario Calabresi, Giuseppe Mascambruno, Carlo Verdelli e Gian Antonio Stella.

"Uno dei problemi principali della gente è diventato la mancanza di tempo, un fenomeno che si riflette anche nei minuti dedicati alla lettura dei giornali, che diminuiscono costantemente da alcuni anni. Gli articoli devono dunque diventare più corti, essere più efficaci e catturare l'attenzione del lettore. Meno iperboli, meno aggettivi inutili e un linguaggio più compatto ed efficace. Da questo punto di vista gli articoli di scuola anglosassone sono esemplari".
Mario Calabresi (Direttore La Stampa)

 

"È cambiato, soprattutto per effetto di Internet ma anche della telefonia mobile (si pensi agli sms), ed è cambiato in parte lo stesso linguaggio. Il giornalismo si è dovuto adeguare, non per una moda ma per essere coerente con il suo ruolo e con i suoi compiti".
Giuseppe Mascambruno (Direttore La Nazione)

 

"Negli Stati Uniti, questi ultimi dieci anni vengono chiamati l'I-decade: la decade dell'I-pod, dell'I-phone. Ossia, l'io al centro dei processi comunicativi: nella musica, nel dialogo, nelle immagini, nella scrittura. Questo è il decennio di Twitter, 140 caratteri per raccontare un fatto e stare in contatto con la propria comunità. È il decennio del Blackberry, di Facebook e Youtube. In due lustri abbiamo realizzato che il modo di comunicare ha preso delle strade impensabili soltanto 15 anni fa. È impossibile che tutto questo fermento nel mondo della comunicazione non abbia poi dei riflessi nel modo di fare i giornali e di scriverli. Questa è una partita delicata per il giornalismo politico, sportivo ed economico, quelli più a rischio per la terminologia, per la ritualità. Il lettore chiede un'informazione chiara, possibilmente empatica, certamente sintetica. Tutto quello che va nella direzione di un linguaggio che si adatta a queste nuove esigenze è bene. Tutto quello che si allontana, a meno che non si voglia puntare a un pubblico di nicchia, non porta a risultati soddisfacenti. Queste sono le direttive sulle quali i giornalisti devono, volenti o nolenti, adattarsi, se vogliono avere benefici per la comunicazione nel 2010, altrimenti la partita è persa".
Carlo Verdelli (ex Direttore Gazzetta dello Sport, oggi Executive Vice President Editorial di Condè Nast Italia)

 

"Io credo che lo zapping televisivo, introdotto progressivamente dall'arrivo del telecomando, abbia costretto tutti a scrivere in modo diverso, perché non si può più correre il rischio che il lettore cambi pagina, e poi quotidiano. Una volta il giornale si leggeva al bar, col bastone di legno che lo reggeva, e con molto tempo a disposizione si arrivava in fondo ad articoli lunghissimi scritti in modo molto lento, sobrio e posato. Oggi la scrittura deve essere più grintosa, agile, in modo da trattenere il lettore, facendo sì che non si annoi e non se ne vada. Il tasso di attenzione del lettore si è molto abbassato, per cui occorre assolutamente tenerlo sveglio, altrimenti lo perdiamo".
Gian Antonio Stella (editorialista Corriere della Sera)

 



news del giorno: pensieri quotidiani dall'Osservatorio

pag. 1   2   3   4   5   6