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lunedì, 18 Luglio 2011 Il Quotidiano in classe: l'opinione di Vittorino Andreoli

Cosa significa insegnare alle nuove generazioni? Tra studenti e docenti vi è una certa distanza? E si può continuare a fare scuola senza gli strumenti digitali? A tutte queste domande risponde lo psichiatra e scrittore.

Educare significa insegnare alle nuove generazioni a vivere nel mondo in cui sono state poste. Muoversi con "senso" nel mondo corrisponde all'essere-nel mondo qui e ora. [...]

I neonati dell'uomo hanno bisogno di entrare anch'essi in un clima educativo, non appena cominciano a sperimentare il mondo.
A me pare che nell'uomo si attivi invece un'educazione molto lontana dai bisogni del vivere-nel-mondo, per seguire i contenuti di una cultura completamente distaccata dal mondo in cui i bambini dapprima, e gli adolescenti poi, si trovano a vivere.
Mi pare ancora che si operi una cesura tra razionalità e affettività e che si segua la prima dimenticando l'educazione dei sentimenti che servono a vivere altrettanto, e forse ancora più. La vita è prima di tutto con-vivenza, stare-con gli-altri. E i legami che ne sono alla base sono dati dai sentimenti, non dal sapere.

Credo si sia creata una distanza sempre più larga tra discenti e corpo docente, tra l'interesse dei bambini e degli studenti delle scuole medie inferiori e superiori verso ciò che i docenti insegnano. [...]
Ciò che si insegna è di altissimo significato razionale e culturale: l'aritmetica e il significato dei numeri, la geometria e il concetto di spazio euclideo, la storia con le campagne napoleoniche. Ma si tratta di decorazioni rispetto ai bisogni dell'esistenza. [...]

Qui, invece, i giovani devono vivere. Educare non è lasciare fuori dalla classe la violenza, ma insegnare a non essere violenti, non solo a scuola ma anche nel tempo extrascolastico. [...]
Occorre istruire al rispetto dell'altro, del proprio compagno di banco, al rispetto dell'autorità che deve però esistere nei genitori e negli insegnanti. Non la si può inventare. Un padre non lo si inventa. E così accade anche per gli insegnanti: o sono capaci di essere autorevoli o non lo sono.[...]

Mi pare invece che tutto ciò che agli insegnanti non appare impegno scolastico venga eliminato dalla scuola, come se si volesse ridurre il mondo a quella parte che piace alle vecchie generazioni e che non è nemmeno percepita dalle nuove. Ecco perché sento il bisogno di insistere sull'educazione per insegnare a vivere in un mondo che è quello del tempo presente e che è quello percepito dai giovani. Vivere significa essere-nel-mondo qui e ora. [...]

Tutto questo significa che è assurdo o paradossale continuare a fare scuola senza gli strumenti digitali oppure che durante una sessione d'esame si sia sottoposti a ispezioni come si fosse in un commissariato proprio per controllare che non ci sia alcun contatto con il mondo digitale, pena l'anathema sit.



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