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venerdì, 16 Maggio 2014 Classe scomposta: i banchi vengono sostituiti dalle postazioni digitali

È quella creata all’interno di un liceo Scientifico di Bergamo

Non si tratta di un progetto futurista ma di una realtà ormai già avviata: presso il liceo scientifico Lussana di Bergamo la prof.ssa Dianora Bardi, docente di italiano e latino, ha dato il via al modello della “classe scomposta”. Non ci sono banchi ma postazioni dotate di computer e tablet; gli studenti sono liberi di chattare con i loro compagni, di muoversi liberamente all’interno della classe e anche fuori. La didattica impartita dalla prof.ssa Bardi è tutta incentrata sulle nuove tecnologie: è nella rete che i ragazzi approfondiscono un tema, fanno ricerche e confrontano le fonti; poi è la volta del confronto e del lavoro di gruppo per l’aggiornamento dei documenti che vengono condivisi in modalità “wiki” (ogni studente contribuisce scrivendo un brano della ricerca, proprio come su Wikipedia).

Quella tecnologica è una vera e propria rivoluzione per la scuola. La didattica oggi non deve più essere la stessa: deve adattarsi alla società, capire che si può e si deve fare scuola con le nuove tecnologie, perché i ragazzi con le nuove tecnologie ci convivono. E poterle usare a lezione per loro è uno stimolo enorme” sono le parole della prof.ssa Bardi. La docente dà anche alcuni suggerimenti su come “dar vita” materialmente ad una classe digitalizzata in un questo periodo di crisi (a onor del vero quella nello specifico del liceo bergamasco è finanziata dalla regione Lombardia): “basta cominciare in piccolo. Si inizia da una classe, chiedendo ai ragazzi di portarsi il tablet da casa, o anche solo il cellulare. Tutti ormai hanno un smartphone. E comunque l’investimento che le famiglie fanno in tecnologia, magari acquistando un tablet, poi viene ripagato dal risparmio sui libri di testo: grazie agli ebook se ne comprano molti meno. Insomma, non è poi così difficile inserire i dispositivi tecnologici in classe. Il problema è più che altro adattare la didattica. Molti professori non hanno più voglia di mettersi in gioco. Eppure questo è il futuro, così i ragazzi imparano quello che poi useranno nel mondo del lavoro. Capacità di muoversi tra le fonti, di risolvere problemi, di lavorare in gruppo”.


Fonte corriere.it



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