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venerdì, 27 Giugno 2014 Strumenti didattici online: timori sulla privacy

Molti genitori italiani favorevoli alla tecnologia a scuola ne temono però un uso improprio

È quanto si evince da un sondaggio dell’associazione americana SafeGov edell’Istituto italiano per la privacy. La maggioranza dei genitori italiani è favorevole quindi all’utilizzo di Internet a scuola perché ritengono che ci possano essere vantaggi significativi agli studenti ed è favorevole all’uso di strumenti online per le attività di apprendimento e per migliorare il rendimento scolastico; non mancano però delle preoccupazione soprattutto per quanto concerne l’uso improprio degli strumenti stessi quando si parla creazione di profili e di monitoraggio delle attività online dei propri figli a scuola. I genitori sono contrari al controllo delle email, al monitoraggio da parte delle società Internet delle attività per scopi diversi da quelli didattici, ad esempio pubblicitari. Secondo i genitori (il 72%) è la scuola che deve garantire la protezione della privacy degli studenti e propone che le scuole richiedano servizi di posta elettronica in grado di garantire la creazione di profili sicuri.

Nella maggior parte delle scuole mancano ancora software, computer e personale di supporto; l’accesso alla rete Internet è, nel 47,4% dei casi insufficiente: non parliamo solo della scuola italiana perché questi dati sono stati riportati dal rapporto Talis (Teaching and Learning International Survey) che ha preso in esame 30 diversi paesi (a livello mondiale). Ciò che si evince dai rapporti, al di là delle carenze strutturali e della scarsa conoscenza delle tecnologie, è che si teme il non rispetto delle regole nell’utilizzo di queste “nuove tecnologie”. È quindi la “privacy” a scuotere le coscienze di docenti e genitori: i dati personali degli studenti possono essere trattati solo per finalità istituzionali, e questo è un qualcosa di assolutamente assodato; i dati sensibili come credo, razza e stato di salute sono classificati come “riservati”; i voti di scrutini e esami sono invece pubblici. Ciò che non è stato ancora preso in considerazione è invece come debbano essere considerate le nuove applicazioni web e il cloud computing, che si stanno sempre più diffondendo nelle classi. Queste applicazioni al momento vengono considerate non sicure perché i dati vengono immagazzinati o trasferiti su server “sconosciuti” nel senso che di questi non vi si conosce l’esatta collocazione, geografica. Non tutti sanno che per poter utilizzare con tranquillità quelle che sono considerate le importanti conquiste digitali, vedi i servizi di memoria («storage») nella «nuvola» di Internet, tramite cui si possono archiviare voti e temi degli studenti, o gli stessi dati amministrativi, oppure vedi le applicazioni di file sharing con le quali docenti di classi, scuole, addirittura città diverse possono mettere in comune programmi, ricerche, questionari, o ancora le lezioni video condivise, i docenti devono aver firmato clausole contrattuali standard che la Commissione europea impone a chi vuol far uscire dati fuori dall’Ue. Spesso i docenti non conoscono i rischi a cui espongono i ragazzi, mettendo in rete dati personali: a rivelarlo è Luca Bolognini, presidente dell’Istituto Italiano per la Privacy.

Fonte corriere.it



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