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Come si scrive un articolo di cronaca/attualità

IL GIORNALISTA GIANLUIGI SCHIAVON RACCONTA COME SI SCRIVE UN ARTICOLO DI CRONACA/ATTUALITA

 Il delitto, la ballerina e altre storie (Idee per un articolo di cronaca) 

In un noioso e insopportabile pomeriggio di troppi anni fa, tra i divani imbottiti e vellutati di un night club a Modena, la ballerina polacca Katharina Miroslawa mi venne incontro come una furia urlando: “Chi scritto che io faccio bidoni?”.

Alzai la mano. La noia passò in un momento. Il pomeriggio improvvisamente si annunciò molto più sopportabile. Per tanti motivi.

Katharina Miroslawa si avvicinò. Avvertii il suo profumo e tutto il fascino di una donna che sarebbe finita in galera per omicidio. Agitando il giornale lei disse:

“Tu non scrivi più questo”.

“Questo” era il mio pezzo, uscito sulla cronaca locale del “Resto del Carlino” quella mattina. C'era scritto che, come cronista, avevo ripetutamente cercato di ottenere un'intervista con la celebre artista Katharina Miroslawa, ma ogni volta, a un accordo stabilito, seguiva il niente, cioè un “bidone”. Sarebbe stata interessante quell'intervista: a sollecitare la curiosità dei lettori non erano solo le doti artistiche e sensuali di una (brava) danzatrice da night club. C'era dell'altro in ballo: eravamo alla vigilia di una lunga e tormentata vicenda giudiziaria che di semplice ebbe solo il modo in cui venne battezzata sui giornali: “Delitto Mazza”.

L'industriale Carlo Mazza, 52 anni, sposato, venne ucciso a Parma la notte fra l'8 e il 9 febbraio 1986. Il cadavere venne trovato sulla sua auto parcheggiata sotto casa, coperta di neve. In testa due fori d'arma da fuoco, una pistola calibro 6,35. A quei tempi Katharina Miroslawa, 23 anni, era l'amante di Carlo Mazza. Venne subito sospettata del delitto assieme al marito Witold Kielbasinki. Movente, secondo l'accusa: una polizza sulla vita che l'industriale aveva intestato alla ballerina. Valore: un miliardo di lire. Al termine di un complesso iter giudiziario, che vide sentenze contrapposte, annullate, revisionate a più riprese Kielbasinki venne condannato a 24 anni come esecutore materiale del delitto. La Miroslawa venne invece riconosciuta colpevole di “concorso morale” nel delitto: 21 anni e sei mesi. Non li scontò per intero né subito, né più avanti. Nel febbraio del 1993, al momento della sentenza definitiva, l'ormai ex ballerina era latitante. E tale rimase per 7 anni: venne arrestata solo il 3 febbraio del 2000. Oggi è libera dopo aver scontato definitivamente la pena, comunque ridotta a 13 anni per effetto dell'indulto e anche della buona condotta tenuta in carcere. Katharina Miroslawa si è sempre proclamata innocente.

La rievocazione del delitto Mazza che avete appena letto è frutto di esperienza diretta (per non dire personale) del cronista e dello studio di carte processuali e rievocazioni d'archivio messe a confronto.  I due elementi -  esperienza sul campo e studio di atti e fonti relativi a un fatto di cronaca - sono spesso elementi fondamentali di un buon articolo di nera o di giudiziaria. Probabilmente i migliori.

Vedere per raccontare e raccontare per far vedere agli altri è forse lo slogan che meglio riassume l'ambizione di un cronista.  L'obiettivo va raggiunto seguendo una serie di regole, alcune codificate, altre intuitive e, nei migliori dei casi, artistiche.

Certo, nello scrivere un pezzo la vecchia norma del rispondere adeguatamente alle “5W” funziona sempre egregiamente. La regola anglosassone è elementare: spiegare Who (Chi), What (Cosa), When (Quando), Where (Dove), Why (Perché) di un fatto è il minimo che si possa offrire a un lettore. Se ripercorrete la rievocazione del delitto Mazza esposta poco sopra vedrete che le 5 domande sono state soddisfatte. Può bastare? Certo, a patto di considerare le 5W lo scheletro essenziale di un articolo, non il suo corpo.

Per fare un buon pezzo di cronaca serve anche altro. A dispetto di quanto pensino in molti, la scrittura essenziale quasi mai è sinonimo di qualità. È funzionale per un take conciso di agenzia di stampa, spesso strumento–base per il giornalista che poi rielabora il materiale primario così fornito e cucina - per modo di dire - la materia cruda. La stesura sintetica di una notizia è raccomandabile, ma non sempre, per un aggiornamento in diretta durante un telegiornale o un giornale radio. La scrittura essenziale, senza arricchimenti stilistici, può essere utile sicuramente per il giornalismo via web, ma non in tutte le occasioni: anche sui siti di informazione online va facendosi strada, per fortuna, la necessità (e il piacere) di leggere un pezzo ben scritto. Di qui l'aumento, anche in quest'ambito, dell'offerta di articoli firmati (e, si badi bene, non semplicemente traslati dal giornale cartaceo, ma redatti appositamente per la versione web).

L'anatomia giornalistica indica, oltre lo scheletro delle 5W, il corpo di un articolo composto essenzialmente di tre parti: l'attacco (la testa del pezzo),  lo sviluppo (se volete, la pancia) e il finale (che certe volte è quello che mantiene in  piedi il ricordo di un servizio ben fatto). È uno schema classico e, come tale, irrinunciabile o addirittura immodificabile. 

L'attacco, se scritto in maniera accattivante, svolge naturalmente una funzione di richiamo, invoglia chi apre il giornale a continuare la lettura. Precauzione: deve essere attinente alla notizia trattata, non deve risultare una forma di autocompiacimento, un esercizio di bravura fine a se stesso. Altra cautela: non sia troppo lungo, meglio entrare nella notizia il prima possibile (se questo non avviene fin dall'inizio).  

 Piccolo esempio:

      Batman, il rapinatore, ha colpito ancora. E ha avuto la peggio.

      Carlo Lozzi, 32 anni, bolognese, famoso per i suoi colpi in gioielleria

      travestito da uomo-Pipistrello, è stato arrestato....

Lo sviluppo dell'illustrazione della notizia segue un codice lampante: occorre fornire, nella maniera più ordinata e articolata possibile, i dettagli che si hanno a disposizione.  Avvertenza, in qualsiasi pezzo c'è un elemento dalla rilevanza fondamentale: il ritmo.  Un vecchio giornalista spiegava che un articolo non è dissimile da una poesia: ogni periodo (ogni sequenza di parole) è concatenato al precedente e al successivo. Il risultato, se il lavoro è ben fatto, è una cadenza che invita, una volta di più, alla lettura.

Un'annotazione: evitare nel testo (e anche nella titolazione) le frasi fatte, comuni e abusate. Tipo: bolle in pentola, il clic delle manette, groviglio delle lamiere, valanga killer, curva killer e anche rapporto choc, confessione choc, tragedia choc,  eccetera.

Tutto questo, in fondo, anche per non banalizzare o addirittura guastare gli sforzi fatti nel verificare una notizia. Il che ci porta a un altro capitolo fondamentale: le fonti.

Per un cronista di nera o giudiziaria possono essere, essenzialmente, di due tipi: fonti personali o, per così dire, di pubblico dominio. Naturalmente le prime sono le più importanti e contrassegnano il valore del giornalista: si tratta, di volta in volta e a seconda del settore di indagine e scrittura, di un cancelliere amico in tribunale, di un avvocato ben disposto alla favella e talvolta desideroso di pubblicità, di un esponente delle forze dell'ordine non graduato (non citabile, rigorosamente anonimo per evitare di  esporlo a guai superflui), di un magistrato disposto a parlare in una fase delle indagini che consenta rivelazioni pubblicabili (magistrato in questo caso, invece, preferibilmente da citare, salvo diverse controindicazioni). Talvolta si può annoverare tra le fonti accreditabili anche un delinquente patentato, a patto che in questo frangente ne sia già stata verificata l'attendibilità o almeno la predisposizione a non tradire la fiducia in lui riposta dal cronista (con anonimato garantito).

Quanto alle fonti “di pubblico dominio” indichiamo qui, con questa espressione, soprattutto le agenzie di stampa. In questo caso il discrimine è la reputazione riconosciuta all'agenzia utilizzata. Sbagliato in questa sede fare nomi. Ma può essere utile rievocare un episodio accaduto al sottoscritto. Ero di turno notturno, da solo, al mio giornale. L'incarico era “ribattere” l'edizione nazionale, ovvero aggiornare la prima edizione già stampata e in edicola con eventuali nuove notizie. Alle due di notte arrivò il lancio di un'agenzia di stampa che non cito. Il titolo diceva: “Esploso in volo lo shuttle appena lanciato nello spazio: strage. Morti gli 8 membri dell'equipaggio”. Pareva la riedizione crudele e stupidamente ripetitiva della tragedia dello Space Shuttle Columbia, 1 febbraio 2003: sette gli astronauti vittime al rientro da una missione.

Lessi quelle righe d'agenzia, capii d'essere in procinto di cambiare, da solo, un intero giornale. Fissai prima il vuoto, poi le agenzie che scorrevano sullo schermo del computer. Ne arrivò di lì a poco una più interessante di altre. Diceva: “Si prega di annullare il lancio di agenzia delle ore 2”.  Alzai gli occhi al cielo, pensai all'infinità dello spazio e alla clemenza di Dio. Spensi il pc. Andai a casa e a letto. Non ricordo cosa sognai, ma probabilmente non furono stelle.

E si arriva così in fondo. Un buon finale di articolo rappresenta la firma del giornalista, il marchio di fabbrica. Alcuni scelgono una struttura circolare per il proprio pezzo: l'articolo finisce come era iniziato. Ovvero: nelle ultime parole si fa riferimento alle prime. In questo caso, tornando all'esempio iniziale potremmo scrivere:

  Carlo Lozzi sarà processato in tempi rapidissimi.

  Batman ha appeso il costume al chiodo.

Un buon finale, non necessariamente ad effetto, aiuta a mantenere il ricordo della notizia. Come un bel racconto. O una poesia. O come il rimpianto di una seconda intervista mai chiesta a un'ex ballerina polacca di nome Katharina Miroslawa, che dopo 13 anni di galera continua a proclamarsi innocente. E una volta di più protesterebbe: “Io non faccio bidoni”.