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Come si scrive un reportage

Un reportage è simile a un racconto che cerca di trasportare il lettore sul campo o a un’inchiesta che cerca di scavare nelle varie sfaccettature della realtà e nei diversi punti di vista.  Perciò dovrebbe essere pieno di testimonianze, descrivere ma anche saper riflettere e analizzare su un argomento.

Prima di scrivere, ovviamente, bisogna però reperire le informazioni. E’ necessario documentarsi già prima di andare sul campo: aver letto molto sull’argomento, ed essere consapevoli di diversi punti di vista divergenti. Non è possibile sapere ogni cosa su ogni argomento, ma non guasta una competenza specialistica quando ci si occupa di certe tematiche o aree geografiche.

Ci sono eventi che accadono all’improvviso e costringono il giornale ad inviare in poche ore un reporter: in questi casi, una cosa utile è di farsi un’idea sin da subito dei contatti a disposizione sul territorio, di mappare in un certo senso alcune direzioni da seguire una volta arrivati sul posto. Avere coltivato nel tempo una rete variegata di contatti, con cui ci sia un rapporto di fiducia, è fondamentale: non ci si può affidare soltanto alle fonti istituzionali, ma bisogna sempre cercare di interpellare intellettuali, esperti e di parlare con la gente comune.

Le notizie vanno sempre verificate: questo è vero non solo per i reportage, ma per qualunque articolo. Internet è diventata una fonte importantissima di informazioni, ma bisogna sempre valutare bene le fonti, consultare quelle affidabili e se le notizie hanno origini poco chiare o sconosciute vanno sempre appurate. In un quotidiano spesso non c’è molto tempo per scrivere un reportage: a disposizione si possono avere solo poche ore e, nel migliore dei casi, pochi giorni. Nei quotidiani italiani i reportage non sono molto lunghi: possono variare dalle 5000 alle 8000 battute, cioè più o meno la lunghezza di questo articolo.

Le immagini che accompagnano il reportage sono anch’esse un aspetto della storia e sarebbe ideale viaggiare con un fotoreporter, ma questo è sempre più raro, anche per ragioni di costi. Quel che accade più spesso nei quotidiani è che il “pezzo” venga accompagnato da foto di agenzia o da foto scattate dallo stesso giornalista. E’ comunque sempre utile fotografare le persone intervistate, perché oltre all’immagine “di grande impatto" scelta per illustrare la pagina, ci sarà spesso spazio per foto più piccole delle persone intervistate. Il reportage può essere accompagnato anche da elaborazioni infografiche, ma questo - anche per ragioni di spazio e tempi di lavorazione - accade più spesso online che su carta.

Poiché lo spazio a disposizione è contenuto, è cruciale scegliere in modo accurato le voci da inserire nel reportage. Una buona regola comunque è di non farsi condizionare da questo nella scelta del numero di persone da intervistare. E’ bene che il giornalista parli con un numero di persone più ampio possibile, indipendentemente da quante ne citerà, perché questo lo aiuta a comprendere il più possibile la situazione in cui si trova. Poi potrà scegliere in fase di scrittura quali sono le storie e i virgolettati più significativi da inserire. I virgolettati - cioè le voci delle persone - aiutano a dare un senso di immediatezza e di “presa diretta”. E’ importante che le voci siano il più possibile autentiche: che rendano davvero il modo di parlare della persona intervistata, anziché parafrasarla, anche quando si traduce da un’altra lingua. Queste testimonianze hanno un valore giornalistico di testimonianza, possono fornire rivelazioni scomode, una denuncia del potere, o ancora punti di vista diversi tra loro. Di solito chi scrive un reportage nei quotidiani nazionali non usa la prima persona, ma la voce del giornalista che racconta e il suo stile sono percepibili.

L’attacco di un reportage può essere narrativo - raccontare una determinata storia o un caso che illustra e incorpora la questione discussa - oppure può essere descrittivo - per esempio, descrivere il luogo intorno al quale ruota tutto l’articolo - e ancora può essere un dialogo tra persone… Non c’è una regola precisa, ma un buon attacco cattura e trascina il lettore sin dalle prime righe — senza però dimenticare di rispondere al più presto, nelle righe successive, alle domande fondamentali (Chi? Cosa? Dove? Quando? Perché? Come?). Anche sulla chiusura del reportage non c’è una regola unica, ma piuttosto varie possibilità per cercare di rendere la storia memorabile e darle un senso di compimento. Tre esempi: prevedere una struttura circolare, chiudendo il reportage con elementi della stessa storia di cui si parlava nell’attacco; oppure scegliere un virgolettato che riassume l’essenza dell’articolo; o ancora proiettarsi avanti a ciò che potrebbe accadere in futuro.  Molto dipende anche dal tipo di storia e dal materiale che si ha a disposizione.

di Viviana Mazza

Dal 2006 lavora per la Redazione Esteri del Corriere della Sera. Ha vissuto negli Stati Uniti e in Egitto. È stata inviata dal "Corriere" in diversi Paesi tra cui Stati Uniti, Siria, Iraq, Iran, Egitto, Israele e i territori palestinesi, Pakistan, Afghanistan, Nigeria, Haiti. Nel 2010, ha vinto il Premio giornalistico Marco Luchetta dedicato ai bambini vittime della guerra. Per Mondadori ha pubblicato tre libri pensati soprattutto per i ragazzi: “Storia di Malala”, “Il bambino Nelson Mandela” e, con la scrittrice nigeriana Adaobi Tricia Nwaubani, "Ragazze Rubate” sulle ragazze rapite da Boko Haram.