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Cos’e’ la post-verita’?

Nel 2016, il team degli Oxford Dictionaries ha scelto come parola dell’anno - quella più adatta a riflettere e rappresentare i dodici mesi che si sono appena conclusi - un aggettivo: post-truth, che in italiano si traduce con "post-verità". Non è un vocabolo nuovo, visto che già una decina di anni fa veniva utilizzato in articoli accademici e titoli di libri. Quello che è cambiato, sostengono gli autori della scelta, è la frequenza con cui viene utilizzata, e che nel corso del 2016 è aumentata di circa il 2.000% rispetto all’anno precedente. Un dato che rafforza il ruolo giocato da questo aggettivo nel definire i tempi che stiamo vivendo.

Ma che cosa significa post-verità? Gli Oxford Dictionaries (in una mossa piuttosto inusuale, sia la versione americana che quella inglese del dizionario - che solitamente optano per “parole dell’anno” diverse - hanno condiviso senza esitazioni la stessa scelta) lo definiscono come “qualcosa relativo a, o che denota, circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel’orientare l’opinione pubblica che non gli appelli all’emozione e le convinzioni personali”. Il prefisso “post" della post-verità non indica semplicemente “qualcosa che viene dopo”, come accade solitamente in inglese (post-war inteso come gli anni dopo la guerra; post-match, quello che accade dopo la partita). In questo caso, il significato assunto si avvicina al concetto di “qualcosa che appartiene a un tempo in cui i concetti specificati hanno perso importanza e sono divenuti irrilevanti”. Qualcosa di analogo era accaduto, a metà del secolo scorso, con neologismi come post-national (1945) e post-racial (11971).

Per quanto riguarda la post-verità, il termine viene registrato per la prima volta - dicono sempre hli Oxford Dictionaries - nel 1992. È in quell’anno che Steve Tesich, sulla rivista The Nation, scrive: «Noi, come popolo libero, abbiamo liberamente deciso che vogliamo vivere in una sorta di mondo post-verità”. L’argomento è la prima guerra del Golfo, lo stesso ambito in cui lo stesso termine ricomparirà in Italia, nel 2013 (questa volta, ad attestarlo è l’Accademia della Crusca), in un articolo a firma di Barbara Spinelli su La Repubblica. Nel 2016, il concetto di post-verità è emerso con forza in momenti specifici, dal referendum inglese sull’uscita dall’Unione Europea (la “Brexit”) alla campagna per le presidenziali negli Stati Uniti. L’aggettivo è stato spesso utilizzato nel contesto di un’espressione precisa: la "politica della post verità”. Quello che era un termine poco utilizzato e misconosciuto è diventato all'improvviso un ospite frequente dei dibattiti politici, comparendo sui media mainstream senza che si sentisse più il bisogno di chiarirlo o di spiegarne la definizione.

La propaganda è da sempre intessuta di notizie false e richiami all’emotività e al credo individuale, che finiscono per prendere il posto dei dati oggettivi. Ad essere cambiate, oggi, sono la velocità e le dimensioni assunte dal fenomeno stesso. La Rete consente la diffusione in tempo reale (con modalità non a caso definite “virali”) di fake news, disinformazione, bufale e propaganda. I media si trovano dunque a combattere su un fronte fluido e sfuggente, in cui i fatti rischiano di essere travolti dalle opinioni, i dati concreti dalle voci incontrollate, le notizie verificate dalle menzogne. La responsabilità di tutti coloro che lavorano nel mondo dell’informazione ne risulta così amplificata. Essere giornalisti, oggi, significa rispettare in maniera ancora più rigorosa ed efficace i principi dell’accuratezza, dell’autorevolezza, della trasparenza, del rispetto della dignità delle persone e - soprattutto -  della verità sostanziale dei fatti.

di Gabriela Jacomella