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Cos'è un'inchiesta?

COS’È UN’INCHIESTA

Fra le forme più apprezzate e nobili del giornalismo è annoverata l’inchiesta che deriva dal latino inquirere ovvero «fare domande sistematiche e minuziose per conoscere qualcosa». È uno degli sforzi più complicati per i cronisti che le conducono, perché con uno o una serie di articoli, si rivelano vicende ignote ai lettori. Infatti, non si raccolgono e riportano storie lette in comunicati ufficiali o agenzie di stampa ma si «scava» sulle cause di un fatto, ricostruendo i passaggi, analizzando tutti gli elementi, i documenti e le possibili conseguenze. In buona sostanza, il cosiddetto giornalismo d’inchiesta inizia dove finisce la normale routine di selezione di notizie più o meno note. Per questo motivo spesso richiedono un lavoro di giorni, settimane o mesi.

 I GENERI

A grandi linee, esistono inchieste investigative e quelle conoscitive. Le prime sono quelle legate a vicende complesse e controverse: scandali giudiziari o politici, crac di grandi aziende o illeciti sportivi gravi. Le inchieste conoscitive sono solitamente grandi affreschi della società e del tempo in cui viviamo e sono indagati a fondo fenomeni che lasciano il segno nella vita di tutti i giorni. In entrambi i casi si cerca di svilupparle nel modo più approfondito e comprensibile per i lettori. A tal proposito Indro Montanelli, uno dei più grandi giornalisti del Novecento, diceva che «bisogna parlare al lettore nella sua semplice lingua» e aggiungeva «dobbiamo essere e restare al servizio del lettore, e in senso non astratto, ma concreto in quanto è lui che ci mantiene comprando i nostri giornali». Proprio per questo spirito di servizio, le inchieste sono corredate da infografie, foto esclusive, disegni, riassunti e schede.

COME SI SCRIVE

Un giornalista è definibile come un artigiano della notizia e non esistono regole valide per tutti su come s’inizia un’inchiesta. Ognuno ha un suo metodo per «scolpirla». Tuttavia, come tutti i lavori di artigianato, si parte dal «sudore». Molte volte si comincia da un sospetto su un possibile illecito o una negligenza commessi da qualcuno, ma di cui inizialmente nessuno ha le prove che il professionista deve individuare. Come suggerisce l’etimologia latina della parola inchiesta, il giornalista si deve trasformare in un vero e proprio «inquirente». Deve trovare i documenti, intervistare gli eventuali testimoni, confrontare le loro parole, studiare a fondo tutto il materiale raccolto per poter correlare eventi, luoghi, situazioni e immagini. Un lavoro che è considerato una forma nobile da tutelare. La Corte di Cassazione, nel 2010, ha sentenziato che il «giornalismo di denuncia è tutelato dal principio costituzionale in materia di diritto alla libera manifestazione del pensiero, quando indichi motivatamente un sospetto di illeciti, con il suggerimento di una direzione di indagine agli organi inquirenti o una denuncia di situazioni oscure che richiedono interventi normativi per poter essere chiarite». Solitamente i terreni più fertili sono le istituzioni pubbliche o le imprese private come gli istituti finanziari, ma i campi d’indagine possono essere molteplici.

GLI ESEMPI ITALIANI

La storia del giornalismo italiano è ricca di esempi. Basti pensare alle inchieste di Tommaso Besozzi su «L’Europeo» sulla morte in Sicilia del bandito Salvatore Giuliano, oppure a quella condotta per anni, con tenacia, da Andrea Purgatori sulle colonne del «Corriere della Sera» sul caso dell’aereo Dc9 precipitato vicino a Ustica. Senza considerare quelle che alcuni colleghi di quotidiani regionali hanno condotto sulle mafie e che sono costate loro la vita, come a Mario Francese del «Giornale di Sicilia» di Palermo o a Giancarlo Siani de «Il Mattino» di Napoli. Ancora oggi sono tanti, troppi, i giornalisti che sono costretti a vivere sotto scorta per avere condotto a schiena dritta inchieste sulla mafie, ben sapendo che ogni riga pubblicata può segnare l’ennesima condanna a morte. È bene sottolineare che oggetto di inchieste non sono solo quelle riguardanti il crimine organizzato.

…E QUELLI STATUNITENSI

Negli anni Venti, a esempio, i giornalisti del «Boston Post» negli Stati Uniti scoprirono che dietro il «grande Ponzi», al secolo Charles Ponzi, c’era solo una grande truffa. Eppure, più di quarantamila investitori gli avevano affidato ingenti somme, allettati dalla sua offerta di restituire entro 3 mesi 2 dollari e mezzo per ogni dollaro investito. In un anno e mezzo Ponzi aveva intascato 15 milioni di dollari. Tutto sembrava andargli a gonfie vele, almeno sino a quando i cronisti del «Post» non iniziarono a scavare e a scoprire che Ponzi era stato in carcere in Canada perché riconosciuto truffatore e ad Atlanta perché aveva aiutato dei clandestini a entrare negli Usa. Capirono anche che Ponzi non giocava sui tassi di cambio, come prometteva ai clienti, bensì pagava i nuovi clienti con i soldi incassati precedentemente e denunciava per diffamazione chiunque lo avversava in modo da dilatare nel tempo la resa dei conti. Certamente, tra questi, Ponzi non aveva considerato i cronisti che, articolo dopo articolo, convinsero i lettori dell’esistenza della truffa e lo costrinsero a dichiarare bancarotta. La magistratura americana poi lo condannò a quattro anni di carcere.

L’INCHIESTA PER ANTONOMASIA

Le inchieste giornalistiche possono riguardare anche uomini delle Istituzioni a qualsiasi livello. In molti, a esempio, considerano l’inchiesta per antonomasia quella sul caso «Watergate», condotta da Bob Woodward e Carl Bernstein, due cronisti del quotidiano Washington Post. Dal 17 giugno del 1972 i due reporter scrissero oltre trecento articoli che hanno portato alle dimissioni del presidente Richard Nixon l’otto agosto del 1974. Un evento che mai era accaduto nella storia degli Stati Uniti. Eppure, quando i due giornalisti iniziarono a lavorare al caso sembrava una «banale» effrazione avvenuta nel quartier generale del Partito Democratico (il Watergate building di Washington) da parte di cinque persone colte in fragranza. Il giorno dopo Woodward ebbe una scintilla: quella che accende la curiosità del cronista e lo porta a fiutare che dietro un fatto apparentemente di routine si nasconde un caso. Il giornalista del «Washington Post», il giorno dopo l’effrazione, notò che un famoso (e costoso) avvocato si stava occupando del caso. Una stranezza. Così, approfondendo l’indagine, scoprì che alcuni dei cinque avevano lavorato per i servizi segreti americani e che al momento dell’arresto avevano con loro microspie, molto denaro contante e in un taccuino c’era annotato un numero di un dipendente della Casa Bianca. Con molta pazienza e accuratezza, giorno dopo giorno, riuscirono a ricostruire un ampio piano di corruzione e sabotaggio. «Il nostro lavoro – ha raccontato in seguito Bernstein – non era poi così originale ma semplicemente ci siamo fatti strada intervistando impiegati, segretarie e assistenti amministrativi. Lo facevamo fuori dai loro uffici, di notte o nei week end».  In pratica, consumavano le suole delle scarpe alla ricerca di notizie senza considerare che hanno dovuto superare le accuse dell’amministrazione Nixon, le piste false, gli errori e le invidie dei colleghi. In questo ha un ruolo determinante il sostegno del direttore. Nel caso del Watergate, infatti, il merito è anche del direttore Ben Bradlee che si è fidato dei suoi uomini e ha fatto da scudo alle pressioni che arrivavano non solo direttamente a lui ma anche all’editore.

GLI «ARNESI»

Gli insegnamenti del Watergate sono tanti. Innanzitutto, bisogna cercare, studiare e schedare minuziosamente tutti i documenti o le prove perché magari una storia non si capisce subito ma con il tempo. Per lo stesso motivo, anche gli appunti presi durante interviste o semplici incontri possono sempre servire. Poi, occorre una grande tenacia per non arrendersi mai davanti alle telefonate chiuse bruscamente, alle porte chiuse in faccia, agli insulti di petulanza. «Il semplice fatto che una persona non rispondesse al telefono e non richiamasse - hanno spiegato Woodward e Bernstein - spesso significava semplicemente che era successo qualcosa di grosso». Capire quindi chi è davvero una fonte informata rispetto a chi è un fanfarone o, peggio, vuole usare i giornalisti per regolare conti personali o acquisire notorietà. Importantissimo è provare a cambiare sempre l’angolatura delle convinzioni maturate per capire se sono stati tralasciati pezzi importanti della storia. Infine, avere il coraggio di scrivere, perché certe inchieste possono mettere a rischio la propria vita.

LA SQUADRA

Nelle inchieste complesse il giornalismo americano spesso «schiera» più giornalisti insieme. In alcuni quotidiani esiste una vera e propria squadra. Un caso da manuale è il team chiamato Spotlight del «Boston Globe» che è stato capace di far luce sugli abusi sessuali commessi da almeno 70 prelati nella cattolicissima capitale del Massachusetts. Sostenuti dall’allora direttore Marty Baron, oggi è il numero uno del «Washington Post», i giornalisti con tanto sudore e altrettanto coraggio hanno frantumato un muro di omertà che aveva retto per decenni. Baron e i suoi giornalisti hanno tirato dritto davanti alle minacce legali; hanno insistito quando si sono trovati di fronte alla secretazione dei documenti e hanno dovuto affrontare e vincere lunghe battaglie per arrivare alla trasparenza. Nel solo 2002 il «Boston Globe» ha pubblicato diverse centinaia di articoli in cui raccontava e dimostrava il meccanismo degli abusi sessuali e, in tutto, la squadra Spotlight ha rivelato casi di pedofilia commessi da sacerdoti della Chiesa Cattolica in 105 città statunitensi e 102 diocesi nel mondo. Nel 2003 hanno ricevuto il prestigioso premio Pulitzer e l’inchiesta ha avuto anche risvolti processuali. Nel 2005 è stato condanno il primo prete per abusi su un minore: Paul Shanley. L’uomo è tornato in libertà lo scorso luglio dopo 12 anni di carcere. Gli articoli hanno portato anche al cambio della guida della Chiesa cattolica di Boston e il nuovo arcivescovo, dopo l’insediamento, ha deciso di vendere il palazzo vescovile per risarcire le vittime di pedofilia. Come è accaduto per lo scandalo del Watergate, anche quelli denunciati dal quotidiano Usa sono stati trasposti nel film «Spotlight» diretto da Tom McCarthy che ha vinto il premio Oscar sia come miglior film sia come migliore sceneggiatura.

I PERICOLI

Il lavoro di squadra evita uno dei pericoli maggiori per i cronisti ovvero quello di approcciarsi all’inchiesta con preconcetti sull’argomento o, peggio, «innamorarsi» di una tesi, perdendo di vista il più grande dovere verso i lettori: l’obiettività nel raccontare. Sbagliare in buona fede mentre si compie un lavoro titanico è possibile ma chiedere scusa pubblicamente è ciò che contraddistingue un giornalista onesto da uno pessimo perché questi mina la fiducia di chi legge danneggiando, spesso irreparabilmente, l’intera inchiesta. Infatti, il pericolo maggiore per questo genere di giornalismo – specialmente quando riguarda inchieste sulla politica – è quello di essere travolti dalle accuse di dietrologia. Il giornalismo senza compromessi è un mestiere rischioso che si fa per vocazione e che porta a sacrifici personali molto alti. Nel film «Fortapàsc» di Marco Risi, che ricostruisce la vita e il martirio del giornalista Giancarlo Siani, ucciso in un agguato il 23 settembre 1985, viene romanzato un dialogo fra Siani e il suo capocronista. Questi gli dice: «Ci stanno due categorie: ci stanno i giornalisti giornalisti e i giornalisti impiegati. Io in verità ho scelto la seconda categoria e devo dire che non mi trovo male. Tengo la macchina, la casa, l’assistente sanitaria e pure il cane perché i giornalisti giornalisti sono tutta un’altra cosa, Giancarlo. Quelli portano le notizie, gli scoop e non sempre si devono aspettare gli applausi della redazione. No, perché le notizie e gli scoop sono una rottura. Fanno male, malissimo e allora, se ti posso dare un consiglio, stai a sentire: l’inchiesta che stai facendo, io non ne voglio sapere niente. Dai retta a me, questo non è un paese da giornalisti giornalisti, è un paese da giornalisti impiegati». Per fortuna, invece, nelle redazioni ancora oggi sono presenti «giornalisti giornalisti» che con le loro inchieste sono capaci di far dimettere ministri e potenti di turno che tradiscono il loro mandato.