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Italia, il Paese a cui piace mangiare "senza": caso 2

Siamo costantemente sottoposti a un bombardamento di informazioni su ciò che fa bene o fa male alla salute, sugli alimenti “buoni” e “cattivi”. I mezzi di comunicazione ci illudono che, ormai, il nostro stato psico-fisico dipenda solo dal cibo. Non c’è, quindi, da meravigliarsi se il rapporto con quello che mangiamo si sia fatto sempre più complesso e problematico, soprattutto negli adolescenti. L’informazione “fai da te”, la disinformazione dilagante, il credere per sentito dire o solo perché letto in rete, sono problematiche rilevanti nei moderni consumatori.
La gente è, ormai, più influenzata dagli stimoli e dalle emozioni generate dalle false notizie che dalla cruda realtà. Oggi, si parla molto di post-verità (post-truth) in riferimento a qualsiasi notizia in pratica completamente falsa (fake-news; "bufala") ma che, se spacciata in rete come apparentemente autentica e con un certo senso logico, è in grado di influenzare una parte dell'opinione pubblica. Nella post-verità le opinioni e le affermazioni che fanno leva sulle credenze popolari influiscono sul dibattito pubblico molto più dei fatti oggettivi.
Purtroppo, è in crescita l'attitudine a ritenere come vere queste notizie, palesemente false o alterate, solo perché diffuse con tale enfasi emotiva dai mass media, da coincidere con quanto desiderato del consumatore (“non è vero, ma ci credo”). Nel 2016 il fenomeno della post-verità è stato così rilevante che gli Oxford Dictionaries hanno eletto il neologismo come parola dell’anno, mentre una ricerca dell’Accademia della Crusca su Google mostra che sono oltre 30 mila i risultati rintracciabili nelle pagine italiane del motore di ricerca.
La post-verità è nata come diversivo per scopi politici nelle recenti campagne elettorali (Brexit, Presidenziali USA, Referendum Costituzionale in Italia), ma ormai ha contaminato anche il mondo dell’informazione alimentare. Le fake-news alimentari, ossessivamente ripetute, tendono a sedimentare e diventare una certezza per il consumatore, generano un’autoconvinzione e un monologo, tanto che il soggetto diviene scettico e diffidente verso qualsiasi ipotesi alternativa, anche se supportata da palesi dati reali o scientifici. Tra i rischi anche quello che qualsiasi iniziativa di fact checking (verifica delle fonti) o di debunking (l'atto del confutare un'affermazione o un’ipotesi basandosi generalmente su metodi scientifici o storici) generi la disapprovazione dello stesso consumatore sospettoso. Tra le conseguenze pratiche della post-verità alimentare ci può essere anche lo sviluppo di mutazioni nello stile alimentare del consumatore, dove la fissazione iniziale diventa progressivamente un disturbo comportamentale.

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