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La verità postata

di Aldo Grasso

 “Post verità”, ossia quando la verità è una variabile indipendente: spesso una bufala, spesso un’opinione distorta che conta più dei fatti. Ma cos’è questa “post verità” di cui tutti parlano? È stata la parola dell’anno 2016, scelta dallo staff degli Oxford Dictionaries e definita come «termine relativo o connotante circostanze in cui l’oggettività dei fatti influisce sull’opinione pubblica meno delle emozioni e del convincimento personale». In poche parole, è il caso di dirlo, la gente è più influenzabile dalle emozioni che dalla realtà.

Ci sono voluti il referendum britannico sulla Brexit e la vittoria di Donald Trump alle presidenziali Usa perché questo neologismo si facesse strada.  Sotto il titolo «Art of the Lie» (l’arte del mentire), il settimanale britannico Economist  ha stigmatizzato la tendenza della «politica post-verità nell’era dei social media». Il Washington Post ha raccontato la storia di Paul Horner, 38 anni, impresario di un impero di false notizie virali che da anni gli rendono benissimo. Atri quotidiani si sono accodati raccontando altre storie di «produttori seriali di notizie false su Internet».

Dunque, i social media sono il regno delle fake news, delle bufale? Il fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, ha cercato di difendersi assicurando che «il 99% di quello che gira da noi è vero, il falso solo l’1%» e ha dichiarato di non volersi fare lui «arbitro del vero». Di fatto, Facebook è a tutti gli effetti una “media company” e dovrebbe assumersi la responsabilità della sua linea editoriale.

Quando ho visto il film “The Social Network” sceneggiato dal grande Aarin Sorkin, ho deciso che avrei fatto un uso discreto dei social media perché il protagonista (Zuckerberg) ragionava come si ragionava una volta, usando la contrapposizione apparenza/realtà. L’apparenza (un film) non coincide in assoluto con la falsità. Ma la verità non coincide in assoluto con la realtà (nel film su Zuck, assicurano gli esperti, c’erano cose vere e false). Il mondo virtuale è per noi reale e la realtà è spesso virtuale. In questo senso apparenza e realtà possono essere la stessa cosa.

Adesso è diverso. Verità è uno dei concetti filosofici più discussi dai tempi di Platone. Ma con le fake news dei social network, si può dire il falso ma si può non dire la verità anche quando si è convinti di dirla. In molti, comunque, ci crederanno. Per questo mi piacerebbe tradurre “Post verità” con l’espressione “verità postata”.

Alcuni anni fa, era il 2010, mi sono dovuto interessare di uno strano caso. Un’emittente privata della Georgia, la Imedi Tv, usando materiale di repertorio, aveva interrotto la programmazione per annunciare una nuova invasione dei carri armati sovietici. Era un telegiornale finto ma la gente lo aveva preso per vero ad aveva reagito di conseguenza. Non era la prima volta che succedeva. Ogni tanto qualche trasmissione si diverte a confezionare dei “falsi” per spettacolarizzare la programmazione.

Gli studi sui media definiscono queste trovate “effetto Welles”, in ricordo di Orson Welles e della sua radiofonica invasione dei marziani del 1938 (era un adattamento de La guerra dei mondi, il celebre romanzo di fantascienza di H.G. Welles). Orson si era inventato un finto giornale radio e lo aveva messo in onda durante l’interruzione pubblicitaria della concorrente NBC, contando sul fatto che molti ascoltatori si sarebbero sintonizzati sulla CBS. Così fu e in molte città americane si scatenò il panico.

Dall’allora, ogni tanto, qualcuno s’inventa una finta trasmissione giornalistica, burla o esperimento didattico. Anche nella tv italiana: da “I figli di Medea” del 1959 di Anton Giulio Majano, alla puntata di Mixer sui presunti brogli elettorali nel referendum sulla monarchia, all’arresto in diretta di Iva Zanicchi.

Grosso modo l'effetto Welles funziona così: se un corpo estraneo, volontariamente o involontariamente, entra nel circuito comunicativo fornendogli una discreta accelerazione, l'apparato preferisce comportarsi con una certa ottusità, come se nulla fosse successo, anche se il messaggio nel frattempo ha cambiato di segno e crea effetti perversi. La funzione veridittiva (quegli elementi che fanno sì che io creda che quelle immagini siano vere e non simulate) è svolta da diverse componenti: le immagini di repertorio (quindi “vere”), la testata giornalistica, l’ambiguità dell’annuncio (in Georgia un conduttore di Imedi Tv, all'inizio del programma, aveva accennato solo di sfuggita a «eventi possibili») e altro ancora. Ma un elemento prevale sempre su tutti gli altri, ed è l’interruzione. L’interruzione crea ansia perché rompe la routine della visione, sconvolge il palinsesto, interrompe il flusso continuo. È il sinonimo visivo della disgrazia, quindi fatalmente credibile.

Sembra quasi di parlare di archeologia dei media, perché oggi, con i social, tutto è cambiato. Il problema non sono dunque le singole notizie false (l’invasione dei marziani), ma chi le crea in massa, chi in laboratorio le moltiplica, sicuro che poi gli algoritmi dei social media le rilanceranno.

Cos’è accaduto di così sconvolgente? Il salto tecnologico del digitale, la creazione di Internet hanno allargato in misura esponenziale il numero degli utenti. Come ha giustamente scritto Carlo Alberto Carnevale Maffé, «fino a qualche anno fa, l’autoselezione culturale e tecnologica manteneva i social un luogo relativamente elitario, con una massa critica di utenti dotati degli strumenti per discernere. Ora su internet ci sono tutti gli animali della fattoria umana. E si portano dietro il loro bagaglio di curiosità, domande e mezzi per affrontarle, per quanto limitati».

Il professor Robert Proctor, nel libro “Agnotology, the Making & Unmaking of Ignorance” pubblicato da Stanford University, chiarisce come la diffusione pianificata di ignoranza (agnotologia), facendo leva sulla potenza virale del web, sia diventata il pericolo strategico del XXI secolo. Proctor ha definito l'agnotologia come «lo studio dell'ignoranza o dubbio indotti culturalmente, in particolare con la pubblicazione di dati scientifici inaccurati o fuorvianti».

Come è possibile contrastare il fenomeno delle fake news o dell’ignoranza manipolata? L’unica strada percorribile, al di là degli strumenti tecnologici atti ad arginare il fenomeno, è quella della sfida culturale. Si posso attivare forme di social rating e di fact checking ma se non c’è, specie nelle scuole di ogni ordine e grado, un’educazione all’accesso responsabile e critico alle fonti d’informazione (la cosiddetta media literacy), la sfida è persa in partenza.