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Come smontare una fake news

Per questo esercizio è necessario un elemento di partenza: una presunta “bufala”, individuata a vostro piacimento tra gli svariati esempi che potete incrociare ogni giorno visitando i vostri account social, aprendo la messaggistica di WhatsApp o altri servizi affini, e perfino - perché gli errori possono commetterli tutti - sulle homepage di alcuni media ufficiali.

Una volta selezionata la fake news su cui avete deciso di lavorare, vi proponiamo di seguire un percorso in alcune tappe che vi consentirà di produrre un’analisi finale della notizia, dimostrandone - con dati, fatti e argomenti a sostegno della vostra tesi - la falsità o inaccuratezza. È il processo seguito dai “verificatori delle notizie”, cioè i fact-checker, che lavorino all’interno di una redazione o in un team dedicato allo sbugiardamento delle bufale virtuali.

L’obiettivo è quello di imparare a padroneggiare gli strumenti di base del fact-checking, per rafforzare lo spirito critico con cui scegliamo e valutiamo le nostre fonti di informazione. Ecco, quindi, i passi da seguire per arrivare al vostro elaborato.

1. Gli autori

La prima verifica da fare è capire chi sia l’autore del testo, del post o del video in questione. Nel caso di un sito internet, verificare l’Url, cioè l’indirizzo: potrebbe fare il verso - modificandolo - al nome di una testata qualificata, traendo così in inganno il lettore disattento. Oppure potrebbe trattarsi di un sito presente all’interno delle black list stilate da fact-checker e debunker riconosciuti (in Italia, ad esempio, è piuttosto aggiornata la “lista nera” di Butac). Il secondo passo da fare riguarda la paternità del sito stesso: i servizi gratuiti “whois" consentono di reperire informazioni fondamentali sulla persona cui il sito è intestato, ed è bene non dimenticare mai di dare un’occhiata alla sezione “chi siamo” (se mancano indicazioni sui referenti, siamo di fronte a un indizio abbastanza chiaro di bufala o comunque di scarsa affidabilità). È anche utile capire da quanto tempo sia attivo il sito o la pagina di riferimento, per capire se sia stato creato in modo strumentale per diffondere disinformazione relativa a un evento di attualità ben preciso.

Se ci troviamo di fronte a un tweet o a un post su Facebook, è utile controllare - nel caso di personalità pubbliche, giornalisti, media, grandi aziende e simili - se l’account è stato verificato, vale a dire se compare la classica “spunta" con bollino blu o grigio che ne comprova l’autenticità. Questo può essere utile nel caso in cui la presunta “bufala" riguardi una celebrity o un personaggio noto e venga diffusa, ad esempio, da un sito che si spaccia come ufficiale (ma non lo è).

2. Dati e fonti

Se un articolo (o un post, o un qualsiasi frammento di notizia) fornisce dati, cifre e in generale contenuti fattuali intorno a cui si costruisce un’informazione - al netto, dunque, delle opinioni non verificabili - dovrebbe essere cura dell’autore, soprattutto se giornalista, fornire a chi legge i riferimenti necessari per verificarne l’accuratezza. Se siamo di fronte a un pezzo che riporta, ad esempio, statistiche sull’immigrazione in Europa, uno dei primi segnali di serietà (e uno dei primi controlli di affidabilità) è la presenza di riferimenti precisi alle fonti. Nel caso di un articolo online, sarebbe buona norma fornire anche i link per una verifica diretta dei dati stessi.

In molti casi, le “bufale" o fake news utilizzano dati e numeri in maniera truffaldina, inventandoli di sana pianta, decontestualizzandoli, distorcendoli ad uso e consumo della storia “alternativa" che vogliono raccontare. Ad esempio, i dati (veri) sull’ultimo sbarco sulle coste italiane possono essere inseriti in statistiche completamente artefatte sulla dimensione del fenomeno migratorio, per dare l’impressione di un’emergenza inesistente o comunque esagerata.

È necessario, dunque, analizzare gli elementi di una notizia tentando fin dove è possibile di risalire alle fonti primarie dell’informazione su cui si fonda. I report cui fa riferimento vanno recuperati, analizzati e letti, se necessario con l’aiuto di uno specialista dell’argomento, in modo da verificare se la lettura che ne viene fornita sia corretta. A volte è sufficiente un lavoro di indagine online, sui siti di centri di ricerca, istituzioni, ong. In alcuni casi, una mail o una telefonata possono portarci al chiarimento definitivo.

3. Le immagini

Nella società dell’immagine, una notizia è destinata a passare quasi inosservata se non viene corredata da una foto o da un video. Di conseguenza, uno degli stratagemmi più diffusi dai “bufalari” è quella di utilizzare uno scatto particolarmente forte o coinvolgente per abbassare le difese anti-fake di chi guarda o legge. Per ottenere questo scopo, molte volte le immagini vengono utilizzate in modo artefatto, arbitrario e forzoso. Si va dal riutilizzo decontestualizzato, al ripescaggio di fotografie realizzate sul medesimo argomento in eventi passati o lontani migliaia di chilometri, alle modifiche ed alterazioni dell’immagine stessa.

È sempre utile, in casi sospetti, fare una serie di verifiche sugli elementi visuali di accompagnamento. La ricerca inversa su Google Images può aiutarci a smascherare i casi più grossolani, verificando dove e in che contesto la stessa immagine (o un’immagine affine) sia già stata utilizzata, e se il suo utilizzo errato sia già stato smascherato da altri fact-checkers. Un altro sito di riferimento, che fornisce strumenti più approfonditi (ad esempio, la possibilità di ordinare cronologicamente le ricorrenze di un’immagine) è TinEye. Con Fotoforensics, dopo un po’ di pratica, è possibile imparare ad analizzare le modifiche subite da un’immagine e le alterazioni dell’originale. 

4. Il contesto

Una fake news si costruisce anche decontestualizzando, come abbiamo visto, un’informazione di per sé veritiera. È quindi fondamentale saper leggere una notizia inserendola nel suo contesto di riferimento. Se i dati sono mescolati alle opinioni, è necessario operare una distinzione (destrutturando il testo o le immagini, e categorizzandone gli elementi) per valutare se non sia stata operata una forzatura nel trasmettere la notizia, facendo passare come obiettivi elementi che non lo sono. La titolazione, il montaggio, gli elementi di contorno (dalle didascalie alle immagini - di cui abbiamo già parlato - alla collocazione nello schema della pagina e alla posizione in home) fanno parte di questa analisi e sono elementi da non trascurare nella nostra valutazione.

È sempre bene ricordare che molta disinformazione o misinformazione non cade necessariamente nella categoria “notizie false”, bensì in una zona grigia dove la verità e la realtà si mescolano alla forzatura e alla strumentalizzazione. La categorizzazione elaborata da Claire Wardle, direttrice della ricerca di First Draft, è uno strumento utile per valutare la notizia sia dal punto di vista della tipologia di contenuti, che della motivazione con cui sono stati prodotti e diffusi. Nell’elaborato finale suggeriamo quindi di farvi riferimento per elaborare una valutazione conclusiva della notizia.