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Truth Dacay

Il dibattito sulle fake news, sviluppatosi con particolare intensità nel corso degli ultimi anni, ha raggiunto un livello di ramificazione tale da mettere in difficoltà anche i professionisti più esperti. E come in tutti i dibattiti nell’era digitale, l’analisi complessa si è trovata a scontrarsi anche con la semplificazione estrema.

Se da un lato, infatti, ci troviamo di fronte a un utilizzo pressoché costante e diffuso del termine “fake news”, troppo spesso trasformato in arma contundente per silenziare l’avversario, dall’altro non abbiamo ancora sviluppato uno schema consolidato che ci aiuti a comprendere che cosa si intenda, nello specifico, con questo termine. Diventa per questo motivo necessario, soprattutto quando si voglia sviluppare un ragionamento approfondito su uno dei temi-chiave del nuovo millennio, dare un contenuto strutturato a quella che altrimenti rischia di divenire una parola svuotata di senso.

Tra gli approcci più strutturati a questa problematica troviamo sicuramente il lavoro di Claire Wardle e Hossein Derakshan per il Consiglio d'Europa. La Wardle è stata tra i primi ricercatori internazionali ad avanzare la richiesta - poi recepita dagli autori del report sulla disinformazione commissionato dalla Commissione Europea - di non utilizzare più il termine “fake news”, proprio per evitare facili fraintendimenti e generalizzazioni di un argomento che presenta molteplici ed evidenti sfaccettature. Il suo lavoro con Derakshan, noto attivista e blogger iraniano-canadese, parte appunto da una rivoluzione terminologica: non dobbiamo più parlare di fake news, bensì di “disordine dell’informazione”. Il problema che ci troviamo ad affrontare non si limita, infatti, al ristretto dominio delle “bufale" propriamente dette, o delle notizie inventate di sana pianta, ma coinvolge - in gradienti diversi, e con modalità certamente differenziate - tutto il mondo dell’informazione, da quella libera e aperta, “dal basso”, che ha trovato nella Rete il suo modello espressivo prioritario, a quella più tradizionale dei media “ufficiali" (che rappresentano tuttora un baluardo contro l’informazione avariata e di bassa qualità, ma che possono essere altrettanto vittime - in buona o in cattiva fede - di inciampi e scivoloni).

La Wardle e i suoi collaboratori mettono a disposizione anche una serie di strumenti pratici, pubblicati in Creative Commons su Medium (Part 1, Part 2, Part 3), che ci consentono un’analisi puntuale e strutturata di ogni elemento concreto di “information disorder”. Viene innanzitutto proposta una tripartizione complessiva del vecchio termine onnicomprensivo di “fake news”: sarebbe infatti più corretto parlare di dis-informazione (informazione errata, prodotta e diffusa con l’intento di nuocere), mis-informazione (informazione errata, prodotta e diffusa però in buona fede e senza intento negativo) e mal-informazione (informazione veritiera, ma diffusa con modalità e in momenti specifici nell’intento di nuocere - ne sono un possibile esempio i vari leaks “a tempo”, con al centro personalità politiche di spicco o in ascesa). A quale di queste tre categorie appartiene l’oggetto che stiamo analizzando? Con quale scopo è stato creato, condiviso, diffuso? E ancora: chi sono gli “agenti" responsabilli di questa diffusione? Ci troviamo di fronte a individui o a reti di persone, a strutture organizzate o a “cani sciolti”? E infine: con quale intento è stato condiviso  dall’utilizzatore finale l’oggetto di “disinformazione”? In accordo con il suo contenuto, in disaccordo, oppure in modalità interrogativa?

Imparare a ragionare sulle diverse tipologie di “fake news” (un termine che continueremo ad utilizzare per comodità, ma di cui abbiamo ormai compreso limiti e possibili manipolazioni) diventa fondamentale per affrontare il passaggio successivo: quello che ci mette a confronto con un’altra tematica chiave del nostro tempo, e cioè la “truth decay”, la decadenza o deperimento della verità. Una definizione che fa il paio con un termine divenuto altrettanto famoso di “fake news”, e cioè post-verità. Eletto a vocabolo dell’anno 2016 dagli Oxford Dictionaries, “post-truth” aveva fatto in realtà la sua comparsa addirittura nel lontano 1992, sulla rivista americana The Nation. Niente di nuovo sotto il sole, se non la frequenza incredibile con cui questo termine è stato utilizzato nel dibattito pubblico dell’anno della Brexit e delle presidenziali americane. Attenzione, però: con post-verità non si intende la fine della verità, bensì la predominanza - nella formazione dell’opinione pubblica - di emozioni e convinzioni personali su dati e fatti oggettivamente verificati.

E qui arriviamo al concetto di “decadenza della verità", cui è dedicata un’importante ricerca pubblicata a inizio 2018 dai ricercatori della Rand Corporation. Intitolata Truth Decay:  An Initial Exploration of the Diminishing Role of Facts and Analysis in American Public Life, è in realtà una lettura utilissima per chiunque si occupi di giornalismo, disinformazione, educazione ai media, cittadinanza attiva, in ogni parte del mondo. Quello che gli autori individuano ed analizzano è, infatti, un percorso diffuso a livello globale: un disaccordo crescente nell’interpretazione e nella lettura di dati e fatti (un tempo considerati punto dirimente in qualsiasi discussione o dibattito), una divisione sempre meno netta tra fatti e opinioni, il peso sempre più ingombrante e dirimente di opinioni ed esperienze personali, e infine il declino della fiducia in quelle che erano ritenute, in precedenza, “fonti rispettate di informazione fattuale”. Le cosiddette “fake news” rappresentano, dunque, solo una piccola parte del problema - o se vogliamo, sono il sintomo più evidente di una problematica molto più ampia e profonda. Sono il campanello d’allarme che ci fa capire quanta rilevanza abbia acquisito la verosimiglianza dell’informazione che selezioniamo ogni giorno, a discapito della verità dei fatti. E quanto pesino, soprattutto, le nostre idee ed opinioni nel farci scegliere aprioristicamente “a quale verità” vogliamo credere, e nell’indirizzare le nostre percezioni. Ne parla, in modo approfondito e coinvolgente ma soprattutto con dati estrapolati da interviste condotte con metodo scientifico in 40 Paesi del pianeta, Bobby Duffy in The Perils of Perception: Why We’re Wrong About Nearly Everything. Una perfetta tappa conclusiva per il nostro percorso lungo le strade complesse della disinformazione.