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Criteri di notiziabilità

“Non è mai successo che una sera s’affacci dallo schermo del nostro televisore l’anchorman per dirci: oggi non è successo niente di rilevante, ci vediamo direttamente domani”. Questa battuta di un noto studioso americano sintetizza meglio di ogni altra spiegazione il concetto di selezione e gerarchizzazione giornalistica.

Le testate giornalistiche non ci offrono soltanto news, ma le selezionano in un repertorio praticamente infinito e le ordinano per importanza. Insomma, per restare all’esempio riportato, sappiamo tutti che un telegiornale dura di solito 30 minuti e quanto in quel giorno è accaduto al mondo deve rientrare in quei 30 minuti, oppure nel numero preciso e prestabilito di pagine di un quotidiano o un settimanale. Anche il più fluido ed elastico giornalismo digitale prevede delle logiche peculiari: è fondamentale che la notizia – per acquisire un’adeguata visibilità – rientri per un cospicuo numero di ore nella prima schermata che appare immediatamente quando ci si collega a quel sito.

In altri termini, il giornalismo consiste soprattutto in un lavoro di sottrazione - dall’enorme repertorio che la realtà ci pone davanti - delle informazioni ritenute rilevanti, di pubblico interesse.

Molto spesso i giornalisti danno per scontato questo processo, facendo riferimento a una sorta di accordo generale e immutabile che definisce ciò di cui vale la pena parlare. In realtà, attraverso un’analisi storica o anche soltanto dei differenti contesti nazionali di produzione di notizie ci si rende conto come selezione e gerarchizzazione rispondano a criteri più o meno standardizzati, anche se molto fluidi e dinamici, che cambiano nel corso del tempo.  Sono quelli che i journalism studies hanno definito “criteri di notiziabilità”.

La letteratura li raggruppa in una tipologia che comprende criteri sostantivi, relativi al mezzo, relativi al prodotto, relativi alla concorrenza e relativi al pubblico.

 

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