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Scheda didattica

La comunicazione digitale, soprattutto quella che viaggia attraverso i social network, induce all’istintività. È talmente semplice da produrre e da mettere in circolazione, che spinge tutti noi a essere poco riflessivi. Un po’ come capita nella conversazione “faccia a faccia”, quando ci si confronta con amici, parenti, compagni di classe, colleghi di lavoro. Parlare senza pensarci su. Se questa immediatezza può produrre equivoci, imbarazzi, offese anche nell’oralità della conversazione poiché verba volant, nella comunicazione digitale ha una maggiore pregnanza, perché resta. Infatti, ormai, non soltanto scripta manent, ma anche video, emoticons e tutto ciò che viaggia velocemente attraverso la Rete, diventata fedele compagna di tutti noi. Infatti, le tracce digitali sono quanto di più indelebile esista. Basta pensare alla complessa questione del diritto all’oblio, che negli ultimi anni sta interessando giuristi e decisori e sul quale è molto difficile trovare un punto d’intesa.

Del resto, si sa, un’altra peculiarità della Rete è l’estensione della memoria diventata ormai un repertorio infinito, al quale ciascuno di noi può attingere andando a ripescare sui motori di ricerca stralci del passato ̶ anche remoto ̶ di chicchessia. Addirittura, abbiamo coniato e diffuso un verbo – “googlare” – che rimanda al principale fra i motori di ricerca che ci consentono di avere questa memoria infinita a portata di tasto.

Un’altra caratteristica della comunicazione digitale è che è pubblica. Una volta premuto il tasto INVIO, abbiamo immesso quel contenuto in un flusso di circolazione che non controlliamo più o che controlliamo soltanto in parte. Forse questo è l’aspetto che maggiormente sfugge, soprattutto ai più giovani. Non a caso alcuni fra i social network più evoluti stanno tentando di sopperire a quest’ineludibilità attraverso vari escamotage tesi proprio a rendere reversibile la nostra istintività: dalla distruzione del messaggio dopo un determinato lasso di tempo di Snapchat, alla possibilità di cancellarlo entro pochissimi minuti dall’invio di Whatsapp.

Insomma, dobbiamo prendere più sul serio il termine “pubblicare”, che non a caso insiste proprio sulla caratteristica di pubblicizzazione del contenuto che vogliamo dare a un nostro pensiero, stato d’animo e così via. Pubblicare, cioè rendere di pubblico dominio. E qui la comunicazione digitale segna tutta la sua distanza dall’oralità della conversazione “faccia a faccia” o in un circolo ristretto. 

 

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