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“Assessore per un giorno”

La proposta e una premessa

La proposta è davvero ricca e stimolante: sembra fatta su misura per far “muovere gli allievi” nel territorio, costruendo e utilizzando saperi scolastici e extrascolastici e progettando concretamente nell’ambito di un vero e proprio “compito di realtà”. Non vogliamo qui appesantire inserendo un discorso sulle “competenze” chiave che gli insegnanti ben conoscono, nonché sulle altrettanto note Competenze di cittadinanza da acquisire al termine dell’istruzione obbligatoria, ma non è chi non veda come l’immedesimarsi nella figura di un componente dell’esecutivo di un ente territoriale possa davvero portare un ragazzo a pensare e agire con concretezza nel mondo in cui vive.
Possa, diciamo, perché starà proprio alla gestione da parte degli insegnanti e al coinvolgimento di altre entità pubbliche e private del territorio il rendere realistiche e realizzabili le proposte che i ragazzi saranno in grado di fare per migliorare “la vita dei propri concittadini”.
Praticamente tutte le materie scolastiche, e quindi tutti gli insegnanti del consiglio di classe, potranno essere coinvolti, con maggiore o minor presenza a seconda della scelta tematica e naturalmente della classe, nonché di interessi e competenze specifiche di ogni singolo ragazzo.
Il lavoro infatti può essere pensato per ogni singolo studente, o per piccoli gruppi, ma è comunque necessaria una continua condivisione e rielaborazione in classe dei traguardi raggiunti, perché il sapere di ognuno e soprattutto la riflessione critica compartecipata integrino, arricchiscano e si arricchiscano con i saperi e le riflessioni di tutti.

Una prima attività per tutti, poi si può differenziare

Suggeriamo che in ogni classe si cominci a riflettere e a acquisire conoscenze sul termine “assessore”: chi è l’assessore? Che cosa fa? Si potrà parlare di assessori a diversi livelli, comunale, provinciale, regionale. Il nostro consiglio è di scegliere la figura dell’assessore comunale, più vicina e più nota alle persone.
Qui i ragazzi potranno, oltre che consultare la normativa in merito, contattare (è più facile nei piccoli comuni) uno o più assessori del paese- città in cui vivono. Sarebbe interessante anche realizzare una semplice intervista, sia all’assessore in questione (dove possibile, se c’è la disponibilità) sia realizzare una mini-ricerca su “che cosa pensa la gente” della funzione dell’assessore. Potrebbero venir fuori elementi interessanti che, facilmente, ci racconteranno la nostra ignoranza in materia di educazione civica…
Interessante promuovere una riflessione sul concetto di “delega”: a ciascun assessore di solito viene attribuita una “delega” per uno specifico settore. In virtù della delega un assessore riferisce in giunta su questioni di sua competenza, e sovrintende agli uffici legati al suo assessorato.
È evidente che sarà necessario chiarire bene la struttura e le funzioni degli organi amministrativi, consiglio comunale, giunta, sindaco etc. Quali sono le competenze? Quali i limiti? È vero che un assessorato è un piccolo ministero? E nel mio comune quanti assessori ci sono? E via di questo passo.
Gli insegnanti di storia e quelli di materie giuridiche saranno valido supporto a questo lavoro preliminare, fondamentale, formativo e assolutamente in linea con le richieste della normativa scolastica nonché con la necessità di alfabetizzare noi cittadini italiani (sì, qui parliamo proprio di cittadini) su una tematica su cui noi italiani, stando a ricerche e indagini anche recenti, siamo piuttosto ignoranti.
Giova in questo senso anche l’eventuale presenza di studenti stranieri, con cui si potranno approfondire conoscenze, portando a un utile confronto tra le strutture politico- amministrative italiane e di altri Paesi.

Scegliere un ambito
Ora che sappiamo cosa può e non può fare un assessore, anche se per un solo giorno, si tratta di scegliere tra gli ambiti proposti dalla regione Toscana, che peraltro sfumano l’uno nell’altro. Proponiamo una sorta di brain storming in classe, per far emergere i temi a cui i ragazzi sono sensibili e quelli che sentono più pressanti nel loro territorio.
Potranno poi lavorare individualmente o in gruppi a seconda delle aree di provenienza o dell’affinità dei problemi emersi. Entrambe le scelte ci sembrano valide. Un gruppetto di un piccolo centro potrebbe arrivare a una proposta- progetto davvero organico e realistico per far fronte a un problema di quello specifico centro, così come la proposta-progetto relativa a un singolo problema diffuso in più luoghi potrebbe costituire elemento di riflessione a largo raggio su un’intera area, provincia o addirittura regione.
Per far fronte ad alcune difficoltà lessicali che possono presentarsi per tutti gli ambiti, suggeriamo la consultazione del glossario ambientale della regione, al sito http://www.arpat.toscana.it/glossario-ambientale


1° Ambito: infrastrutture, mobilità e urbanistica
L’argomento è sterminato, la documentazione abbonda in rete e su ogni tipo di pubblicazione. È probabile che i ragazzi siano già a conoscenza di problemi e lamentele sollevati dai loro concittadini: gli orari dei pullman, l’assenza di collegamenti utili, l’inquinamento di aria e acque, l’acquedotto inefficiente, le strade killer, gli edifici degradati, il rumore, l’assenza di luoghi di ritrovo, il verde pubblico inesistente, i centri commerciali troppo lontani… fermiamoci, l’elenco rischia di essere una vera enciclopedia. Spingiamo i ragazzi a argomentare, motivando ciascuna voce con evidenze dimostrabili, con fotografie, notizie di attualità… insomma, rispondendo al fatidico “come fai a dirlo?”. Potrebbe essere utile una raccolta di mini-interviste anche nell’ambito della scuola, con docenti, genitori, personale, per far emergere e circoscrivere il problema, evitando argomenti troppo vasti e vaghi ( risolviamo il problema dell’assenza di attività produttive, inventiamoci un’industria con duecento posti di lavoro…) oppure, al contrario, troppo personalistici ( il vicino tiene alta la radio…)
Ci limitiamo ad una proposta che si presta a molte articolazioni, in diverse direzioni.
Come la mia città/paese può avviarsi a diventare una smart city, cioè una città intelligente? I ragazzi devono familiarizzarsi con questo concetto. Una città/paese intelligente è un insediamento urbano in cui le tecnologie moderne, messe al servizio degli abitanti, permettono di ridurre lo spreco di risorse energetiche, di acqua e di suolo, di migliorare la qualità dell’aria e di rendere efficienti i trasporti e la gestione dei rifiuti. Una smart city per essere tale deve essere inclusiva, cioè favorire la partecipazione di tutti alla vita della città. Tutti i cittadini, infatti, devono poter proporre soluzioni e idee per migliorare la vita.
“Secondo la fotografia scattata dall’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano, la città intelligente in Italia è ancora in fase di test. Il 48% dei comuni italiani ha già avviato almeno un progetto Smart City negli ultimi tre anni, una quota rilevante ma la maggior parte delle iniziative – il 63% del totale – risulta ancora in fase sperimentale.”
(sito https://www.corrierecomunicazioni.it/digital-economy/smart-city/smart-city-la-toscana-fronte-comune-linnovazione/ )
La regione Toscana si dà da fare parecchio in questo settore (vedere http://www.toscana-notizie.it/-/firmato-protocollo-per-la-promozione-e-sviluppo-delle-smart-cities)
Ricordiamo anche che il 23 marzo 2018 si è tenuto a Firenze un importante incontro “Lo sviluppo delle smart city in Toscana: tra risultati e prospettive” a cui hanno partecipato figure istituzionali – parecchi assessori- e rappresentanti dei Industria e commercio https://www.ferpress.it/events/lo-sviluppo-delle-smart-city-toscana-risultati-prospettive/ .
Non pensiamo certo che i ragazzi progettino sui due piedi una smart city, visto che in generale si è ancora alle prime armi, ma dopo essersi documentati sulle numerosissime proposte e sui tentativi in atto per creare queste “città ideali”, possono sviluppare una proposta semplice e realistica su “una cosa”, per esempio su:
• Realizzazione di aree verdi e/o orti urbani
• riutilizzo di stabili dismessi (riprenderemo più avanti l’argomento recupero e riqualificazione)
• creazione di aree “sicure” dove incontrarsi, esercitare attività ludiche, sportive etc.
• modifiche vantaggiose di orari o percorsi dei trasporti pubblici
• segnalazione tempestiva e accessibile delle situazioni del traffico in alcune aree cruciali (mercati, scuole, ospedali…)
• agevolazione delle comunicazioni in rete
• favorire e facilitare le attività turistiche attraverso la creazione di semplici app ( cosa vado a vedere a…, chi mi accompagna…, chi mi traduce in lingua ucraina…non sempre nei piccoli centri abbiamo guide a portata di mano)
• organizzazione dei servizi alla persona, con individuazione di gruppi o persone che forniscano assistenza /accompagnamento per gli anziani o i disabili, o per studenti in difficoltà… predisposizione di app che ne facilitino il reperimento
• creazione di attività che integrino il reddito alle famiglie residenti, sulla base di competenze dichiarate e messe alla prova (dal cucito alle ripetizioni al giardinaggio …)

2° Ambito: Ambiente e difesa del suolo 

La tematica che ruota intorno alla parola suolo è sterminata: espressioni come “consumo di suolo” “degrado del suolo” “contaminazione del suolo” etc., merita un’attenta riflessione da parte di tutti, e naturalmente di insegnanti e allievi. Ricordiamo che il rapporto 2019 firmato dall'Istituto per l'ambiente Ispra racconta che, anche in anni di crisi edilizia, nel Paese si continua a “mangiare” territorio verde, in particolare nelle grandi città ad alta densità abitativa dove, nel 2018, si sono persi 24 metri quadrati per ogni ettaro di area verde. In totale, quasi la metà della perdita di suolo nazionale dell'ultimo anno si concentra nelle aree urbane, il 15 per cento in quelle centrali e semicentrali, il 32 per cento nelle fasce periferiche e meno dense.

Ricordiamo ancora che il consumo di suolo in città ha un forte legame con l'aumento delle temperature: dalla maggiore presenza di superfici artificiali a scapito del verde urbano, infatti, deriva una crescita dell'intensità del fenomeno delle isole di calore .
Invitiamo a consultare il sito Ispra, per approfondire i concetti sopra segnalati e altri ancora in relazione alla tematica “suolo”, tematica che riprenderemo nel paragrafo dedicato alla riqualificazione delle aree dismesse. Qui ci riferiremo in particolare a fenomeni di vasta estensione, non necessariamente legati alle aree urbane.
Quasi il 40% del territorio toscano è potenzialmente interessato da fenomeni alluvionali. L’Italia intera d’altra parte lo è: terreni “giovani” aree sismiche, corsi d’acqua a carattere torrentizio, frane, diboscamenti… “Il problema della fragilità del nostro territorio e dell’esposizione al rischio di frane e alluvioni riguarda molte aree della Penisola. In ben 6.633comuni italiani sono presenti aree a rischio idrogeologico che comportano ogni anno un bilancio economico pesantissimo, intollerabile quando è pagato con la vita” scrive Legambiente. Vale 12 milioni e 250mila euro il DODS per la Toscana (Documento operativo di difesa del suolo) che raccoglie gli interventi attuati dagli enti locali e le attività di manutenzione dei Consorzi di bonifica: tutto in un'unica cornice di riferimento che definisce attività e risorse in un programma omogeneo. “Nuovi finanziamenti per interventi di mitigazione del rischio idraulico e idrogeologico per il 2018, in linea con l'indirizzo segnato dalla politica regionale di difesa del suolo intrapresa negli ultimi anni "Stiamo mantenendo e rafforzando l'impegno assunto per una politica organica ed efficace per la difesa del suolo in Toscana – ha detto l'assessore regionale Federica Fratoni – Nonostante i continui tagli alle risorse, la Regione non ha smesso di finanziare interventi per mitigare i rischi o gli effetti prodotti da frane e alluvioni ed abbiamo. Anche quest'anno con un atto unico prevediamo in tutta la Toscana opere e progetti per oltre 12 milioni di euro, già finanziati" .
In un quadro di così grande attenzione, che cosa possono proporre i nostri assessori per un giorno?
Ancora una volta qualcosa di circoscritto e realistico, dopo aver consultato comunque l’importante documento http://www.regione.toscana.it/bancadati/atti/Contenuto.xml?id=5144636&nomeFile=Delibera_n.390_del_18-04-2017-Allegato-A.
Ricordiamo anche le interessanti proposte del Consorzio di Bonifica Medio Valdarno nell’ambito del progetto “I Love CMBV”, proposte di educazione ambientale per la conoscenza storica, ambientale e geomorfologica dei corsi d’acqua del territorio, per capire cos’è e cosa fare per ridurre il rischio idraulico.
I LOVE CBMV è finalizzato a conoscere fiumi e torrenti dei diversi corsi d’acqua toscani ( vedere quali al sito segnalato in nota). Sonoi corsi d’acqua che gli studenti e tutti noi vediamo ogni giorno, ma di cui molto spesso ignoriamo le caratteristiche.
“I LOVE CBMV, oltre che sugli aspetti ambientali e paesaggistici, si incentra sulla comunicazione del rischio idraulico (frane, esondazioni, alluvioni) della loro mitigazione grazie all'opera di manutenzione dei territori, mediante un approccio pratico ed il coinvolgimento diretto di tipo ludico-esperienziale degli studenti …”

Non possiamo non citare anche un importante documento di Legambiente, che con molta semplicità indica punti ineludibili per la prevenzione del rischio idrogeologico
“Adeguare lo sviluppo territoriale alle mappe del rischio. Intervento necessario per evitare la costruzione nelle aree a rischio di strutture residenziali o produttive e per garantire che le modalità di costruzione degli edifici tengano conto del livello e della tipologia di rischio presente sul territorio.
Ridare spazio alla natura. Restituire al territorio lo spazio necessario per i corsi d’acqua, le aree per permettere un’esondazione diffusa ma controllata, creare e rispettare le “fasce di pertinenza fluviale”, adottando come principale strumento di difesa il corretto uso del suolo.
Torrenti e fiumare, sorvegliati speciali. Rivolgere una particolare attenzione all’immenso reticolo di corsi d’acqua minori, visti gli ultimi avvenimenti in cui proprio in prossimità di fiumare e torrenti si sono verificati gli eventi peggiori e sono stati compiuti gli scempi più gravi.
Avere cura del territorio. Attuare una manutenzione ordinaria del territorio che non sia sinonimo di artificializzazione e squilibrio delle dinamiche naturali dei versanti o dei corsi d’acqua. Una corretta manutenzione deve prevedere interventi mirati e localizzati dove realmente utili e rispettosi degli aspetti ambientali.
Prevenzione degli incendi. In molti casi il disboscamento dei versanti causato dagli incendi può aggravare maggiormente il rischio di frana di un versante, oltre che avere un notevole impatto ambientale. Per questo è urgente attuare una serie d’interventi per ridurre il fenomeno. In questo campo la Toscana ha attuato brillanti sistemi di prevenzione con notevole riduzione degli incendi boschivi
Convivere con il rischio. Applicare una politica attiva di “convivenza con il rischio” con sistemi di allerta, previsione delle piene e piani di protezione civile aggiornati, testati e conosciuti dalla popolazione.
Lotta agli illeciti ambientali.
Investire nella difesa del suolo…”
Non dimentichiamo poi i problemi legati alle zone costiere: sappiamo che oltre il 51% delle coste italiane è cementificato, con intensità massima in Liguria, Calabria, Lazio, Abruzzo, Sicilia. I cambiamenti climatici che portano a un innalzamento del livello del mare porteranno ulteriori problemi alle zone costiere, tanto massacrati da una politica e da una gestione incosciente. La regione Toscana è tra le virtuose e tutela con leggi rigorose le zone costiere.
I nostri assessori per un giorno potrebbero:
• scegliere una zona circoscritta del loro territorio soggetta a frane e proporre un rimboschimento con essenze locali e funzionali allo scopo
• Indagare e fare opportuni rilievi su un torrente “pericoloso” e proporre adeguati interventi
• Proporre un sistema di salvaguardia su una zona interessata dalla presenza di flora e/o fauna particolarmente importante e significativa
• Adottare un segmento di costa (marina o lacustre) da riqualificare per renderla fruibile “naturalisticamente” senza interventi di cementificazione o altro
• Progettare percorsi naturalistici pedonali o ciclopedonali in zone poco conosciute (la Toscana ne è ricca, ma ci sono ancora molte zone che potrebbero offrire interesse)
• Progettare percorsi o parchi storico-artistico-naturalistici (anche qui vale quanto detto in parentesi alla voce precedente)
• Individuare una specie animale o vegetale endemica e proporre un piano di salvaguardia

3° Ambito: agricoltura
Sull’agricoltura in Toscana… si potrebbe parlare e scrivere per ben più di una vita intera. Lo splendore del paesaggio toscano, conosciuto in tutto il mondo, è certamente frutto della sua struttura naturale, ma ancor più del lavoro dell’uomo sia nel costruire borghi e città sia nel coltivare meravigliosi e variegati campi. Un paesaggio “umano” che non ha uguali nel mondo.
In un’ottica prettamente culturale, invitiamo i ragazzi a leggere questo straordinario paesaggio, mettendolo in relazione con gli eventi storici, le rappresentazioni artistiche, le narrazioni letterarie.
Uliveti e vigneti, colture cerealicole, campi di girasole; gli splendidi bovini le cui razze sono famose: la maremmana, la chianina, la garfagnina… Orti meravigliosi con ogni genere di ortaggi… A quale progetto potranno attendere i nostri assessori? Senza pretese, proponiamo:
• Creare/ ripristinare un’area agricola e realizzare una rivendita a km zero, per promuovere, qualitativamente ed economicamente, cibi più freschi, più saporiti e prodotti sul territorio, con tutto vantaggio per salute e portafogli. Per avvalorare la proposta, non dimentichiamo di sottolineare sia il risparmio energetico (carburanti, lavoro umano, utilizzo di mezzi di trasporto) sia la riduzione dei costi ambientali (es. emissioni di inquinanti da parte di camion, aerei etc.. A solo titolo di esempio ricordiamo che per trasportare un kg di ciliege dall’Argentina a Roma (12 000 km) si consumano 5,2 kg di petrolio e si liberano 16,2 kg di biossido di carbonio). Inseriamo nella proposta il calcolo delle cosiddette Food Miles, le miglia percorse dal cibo dal luogo di produzione alla nostra tavola, che, in questo caso, ammonteranno appunto a zero!
• Progettare e realizzare un “orto per le zuppe” per cucinare le famose zuppe toscane: la ribollita, la garmugia, la pappa col pomodoro, la carabaccia, fagioli e cavolo nero… e farne un’attrazione oltre che un servizio per ristoranti e privati cittadini. Si potrebbe anche “annettere” una scuola di cucina…
• Analogamente alla voce precedente, creare orti o frutteti con essenze legate ad alcuni piatti tipici della cucina locale
• Realizzazione di una piccola fattoria didattica. Non si tratta di nulla di rivoluzionario, ma molti piccoli centri potrebbero avvantaggiarsene
• Creare/ rispristinare coltivazioni di vegetali “antichi” (un interessante esperimento http://www.ciatoscana.eu/home/innovazione-con-la-riscoperta-e-la-coltivazione-delle-antiche-varieta-vegetali/ )
• Realizzare un orto “dell’accoglienza” per i migranti. È questa una questione importante: i migranti, soprattutto quelli provenienti da Africa e Asia, non conoscono molte delle nostre verdure, e spesso hanno anche difficoltà a cucinarle. La dove esistono centri di accoglienza o significativi contingenti di migranti è interessante creare orti “misti”, con alcuni ortaggi italiani e qualche spazio anche per ortaggi di altri continenti, adatti alle condizioni climatiche del luogo. Lo scopo è evidente, e si colloca nel vasto quadro dell’integrazione: i migranti imparano a conoscere e a coltivare gli ortaggi tipici italiani e nel contempo possono usufruire di alcuni ortaggi del loro paese, che anche noi italiani impareremo a conoscere. Il “lavorare” e “conoscere” insieme è un passo importante e significativo dell’accoglienza.
Si potrebbe continuare all’infinito. Certamente in rete i ragazzi troveranno molti progetti “fatti”, ma sarà importante utilizzarli sostanzialmente per vedere lo status quaestionis, e poi cogliere idee per proporre qualcosa di più contenuto, realistico, agganciato a una specifica realtà territoriale.


4° Ambito: recupero e riqualificazione di aree dismesse del proprio comune
È una tematica di grande attualità, cui abbiamo già in parte accennato, in particolare nel paragrafo relativo a “ambiente e difesa del suolo”.
Troppo spesso, quando ci muoviamo sia in aree urbane sia in campagna, nei luoghi d’arte, nelle zone paesaggisticamente più preziose come boschi, montagne, coste marine e lacustri, rive di fiumi e torrenti…, il nostro Paese ci offre immagini sgradevoli – un eufemismo - di abbandono, di “iniziato e mai finito”, di degrado e financo di utilizzo improprio. Chi non può citare, per aver ben visto con i propri occhi, scheletri di edifici senza vita, più o meno diroccati, giardini e parchi realizzati con perizia o anche appena abbozzati e poi lasciati all’invasione di rovi e erbacce, fontane colme di putridume e sporcizia, piste ciclopedonali create con sani intenti di sostenibilità ambientale e abbandonate all’invasione di sterpaglie, e poi cumuli di calcinacci mai portati via, reti di plastica, che avrebbero dovuto segnalare lavori in corso, lasciate lì, nel loro arancione acceso, a dire che poco o nulla è stato fatto e poi ce ne siamo pure dimenticati. Non parliamo poi delle troppe discariche di rifiuti di vario ordine e grado che deturpano il paesaggio, inquinano l’ambiente e, non opportunamente riciclati e/o riutilizzati buttano al vento risorse di materiali, di danaro, di lavoro… La triste acquisizione che se ne ricava è, oltre che di bruttura e offesa al senso estetico, di incuria, di spreco di risorse, di pericolosità ambientale. Non dimentichiamo la trascuratezza in cui versano molti beni artistici e culturali: è vero che l’Italia ne è fin troppo ricca, e non si può arrivare dappertutto, ma tante volte basta una miglior attenzione e considerazione da parte di cittadini e di enti pubblici per ridurre drasticamente il degrado e non di rado farne fonte di attrazione che si autofinanzia.
Tutto ciò non nasce tanto da incapacità nel portare a termine lavori iniziati e opere di manutenzione, quanto da una certa mancanza di volontà e di abitudine alla manutenzione stessa sia da parte dei cittadini sia da parte delle amministrazioni pubbliche. Siamo troppo ricchi, ci vien voglia di dire, e non ci accorgiamo dello spreco immane di cui siamo responsabili.
Dobbiamo dire che in vaste aree della penisola in questi ultimi anni le cose vanno un po’ meglio, che la nostra sensibilità eco-ambientale e paesaggistica è migliorata, che le legislazioni statali e regionali incentivano il recupero delle aree degradate. Ma molta strada è ancora da fare.
Le aree dismesse e degradate sono spesso luoghi in cui il suolo è stato coperto da edifici poi abbandonati, fatiscenti, pericolosi. Luoghi dove si accumulano materiali di rifiuto, luoghi che diventano rifugio di emarginati, vere e proprie “tane” per la delinquenza, e comunque luoghi socialmente e naturalisticamente perduti.
Proprio a questo proposito la Regione Toscana all’inizio del 2019 ha pubblicato il “Bando per l’assegnazione di contributi regionali per interventi di rigenerazione urbana a favore dei comuni ricadenti in aree interne della Toscana - annualità 2019-2021”.
Sarà interessante per i nostri studenti, per immedesimarsi davvero nel ruolo di assessore, “studiare” il bando, oltre che la legge in esso citata, per pensare a come il proprio Comune possa aderirvi e trarne indubbi vantaggi . La legge deve essere presa in considerazione dal nostro “assessore”: definisce infatti le norme per il governo del territorio al fine di garantire lo sviluppo sostenibile delle attività attraverso un minore consumo di suolo da attuare con la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio territoriale inteso come bene comune, nel rispetto delle esigenze legate alla migliore qualità della vita delle generazioni presenti e future nell’ottica della sostenibilità.
Oggetto del bando è dunque l’assegnazione di contributi regionali al fine di:
“favorire il riuso delle aree già urbanizzate per evitare ulteriore consumo di suolo e rendere attrattiva la trasformazione delle stesse; favorire la densificazione delle aree urbane per la migliore sostenibilità economica dei sistemi di mobilità collettiva; mantenere e incrementare l’attrattività dei contesti urbani in ragione della pluralità delle funzioni presenti; garantire la manutenzione ordinaria e straordinaria e l’innovazione delle opere di urbanizzazione e delle dotazioni collettive; migliorare le relazioni con i tessuti urbani circostanti o la ricomposizione dei margini urbani; migliorare e potenziare le opere di urbanizzazione, i servizi e il verde urbano; garantire la compresenza di funzioni urbane diversificate e complementari ed il raggiungimento di un’equilibrata composizione sociale; favorire, anche con procedure di partecipazione civica, la verifica dell’utilità collettiva degli interventi di rigenerazione urbana della Legge regionale 65/2014”.
Tornando alla legge citata, ci preme sottolineare che essa, all’articolo 125, indichi anche gli specifici interventi volti a riqualificare il contesto urbano attraverso opere di: riorganizzazione del patrimonio edilizio esistente; riqualificazione delle aree degradate di riorganizzazione funzionale delle aree dismesse; recupero e riqualificazione degli edifici di grandi dimensioni o complessi edilizi dismessi di riqualificazione delle connessioni con il contesto urbano.

Come si può capire il lavoro dei nostri assessori per un giorno non è certo… solo per un giorno! Definiamo qualche step:


1- La scelta e i suoi perché
• I ragazzi dovranno indicare aree del cui degrado sono a conoscenza, condividendo in classe. Emergerà un piccolo inventario di aree da salvaguardare, da bonificare, da riqualificare. Che differente significato hanno questi verbi? In che cosa consiste il degrado delle aree individuate? A questo proposito sarà utile una riflessione su un termine oggi molto usato: Resilienza”. Prendiamo a prestito la sintetica e chiara definizione che troviamo nel già citato glossario dell’ARPAT “La resilienza di un ecosistema indica la sua capacità di tornare ad uno stato simile a quello iniziale dopo avere subito un disturbo (...) di origine antropica (ad es inquinamento, disboscamento, cambiamento climatico) o naturale (ad es. un evento atmosferico, un incendio, una frana)”. E interroghiamoci sulla resilienza degli ambienti che abbiamo preso in considerazione
• Scegliere un’area -o più, ma teniamo conto delle nostre forze e delle competenze su cui possiamo contare - su cui formulare un’ipotesi progettuale.
• Perché è un’area da riqualificare? Perché abbiamo scelto proprio quell’area? Su quest’ultima domanda ci sembra importante riflettere in libertà: ogni motivazione può essere valida e rispettabile, anche il semplice fatto che “è vicina a scuola” “è vicina a casa mia” “vorremmo un locale per trovarci a suonare la chitarra” “vorremmo un campetto per giocare a pallavolo” “d’estate puzza e pullula di zanzare”... Non pretendiamo motivazioni di elevato profilo: queste renderebbero spesso poco concreto lo scopo del progetto. Il mondo si salva anche partendo da piccoli interventi.
2 – L’analisi
• Quali sono i dati identificativi dell'area? Qui certo ci potremo trovare facilmente di fronte a difficoltà: parlare di codice ISTAT, destinazione funzionale, destinazione urbanistica, mappali, ecc. richiede una certa preparazione preliminare. Possiamo limitarci al nome del comune, al toponimo per la localizzazione dell'area, a una mappa ben fatta.
• Qual’ è l’estensione dell’area?
• Quali sono le caratteristiche? Bisognerà descriverla, anche con materiale iconografico: una superficie fondiaria, un edificio, più edifici, una zona pavimentata, un bosco, un prato, una zona umida e via dicendo.
• Come ci si arriva? C’è una strada, un sentiero, è vicino alla fermata del bus? L’accessibilità è un elemento molto importante da prendere in considerazione.
• Ci sono già in comune piani di riqualificazione? Possiamo dare una mano? Come?
• Ci sono vincoli particolari? Parliamo di edifici di valore architettonico, appartenenza ad aree protette, vincolo paesistico, ecc. Bisogna informarsi in comune.
• Vi sono problemi di contaminazione? È un punto molto delicato, che potrebbe portare sia a escludere un’area per problemi di sicurezza sia a occuparsene con maggior tenacia, facendo adeguate segnalazioni agli enti preposti. Bisognerà essere attenti sia alla troppa paura sia alla troppa prudenza. Vi sono per esempio corpi d’acqua che inaspettatamente abbondano di solventi clorurati (Trielina e suoi derivati). Vi sono per contro luoghi ritenuti inquinati e addirittura pericolosi che non lo sono. Valga un esempio, noto in Toscana: “le determinazioni dei livelli di esposizione da mercurio della popolazione della zona del Monte Amiata, dovuti alla somma dei due contributi, componente naturale, pur in presenza di una significativa anomalia geologica, più la componente emissiva delle centrali geotermoelettriche, dimostrano valori molto lontani dal valore limite di cautela sanitaria stabilito dalle Linee Guida internazionali. che è di 200 ng/m3 mediato su base annua.
• Storia di un degrado: come è accaduto che quell’area, quell’edificio, quel parco… si siano ridotti in quello stato? Conoscere la storia e gli eventi relativi al sito da recuperare o riqualificare è importante per far emergere elementi utili alla successiva progettazione.
3 – Il progetto
Pensiamo a un microprogetto, realistico, un vero compito di realtà. Nel progettare bisogna tener conto di tante difficoltà e ostacoli da prevedere e affrontare. A solo titolo di esempio
• Là dove vi sono edifici, soprattutto se di un certo valore storico e/o artistico, in Italia si presenta costantemente il problema della stratificazione temporale: che cosa salvaguardare, che cosa distruggere, che cosa/come riutilizzare?
• Le aree umide, le sterpaie, le boscaglie disordinate: solo covo di topi e zanzare o anche luoghi di preziosa biodiversità?
• E i costi? Dove trovare il denaro per finanziare il finanziare il nostro progetto, soprattutto se non ci può essere un finanziamento pubblico? Qui spesso i ragazzi hanno una buona inventiva: organizzare bancarelle di libri usati, lavare le automobili nel cortile di casa, se c’è e se si può, aiutare i piccoli a fare i compiti dietro piccolo compenso da devolvere al progetto, fare un po’ di minuto facchinaggio-spesa per anziani benestanti, portare a spasso i cani e accudire il micio di casa, sempre nell’osservanza di regole igieniche… ma certamente i ragazzi sanno pensare di più e di meglio
• Tempo/tempi: un progetto è vano se non si definiscono i tempi di realizzazione e il tempo da dedicarvi
• Chi fa che cosa: distribuire il carico di lavoro e rispettare i compiti è fondamentale.
• Quali enti è necessario coinvolgere e quali enti è utile coinvolgere?
• Come informare l’opinione pubblica? Ci sarà accordo o contestazione? Prepariamoci comunque anche a critiche: ma perché mai perdete tempo, che stupidaggine, andate a studiare… come se occuparsi della riqualificazione non sia un vero e proprio studio pluridisciplinare finalizzato all’acquisizione di competenze.


5° Ambito: riutilizzo di materiali in un’ottica eco-sostenibile
Il riutilizzo e il riciclo di materiali costituisco una tematica vastissima, sarà perciò necessario prendere in considerazione solo alcune categorie. Ricca documentazione si trova ovviamente in rete. Segnaliamo ancora una volta il sito dell’ISPRA, in particolare al link http://www.isprambiente.gov.it/it/temi/rifiuti .
Qui vogliamo proporre due “campi di riciclo e riuso” molto vicini a tutti e di grande attualità, quello del cibo e quello degli apparati elettrici ed elettronici.
5.1 - Lo spreco alimentare
“Dal frigorifero alla spazzatura – Nel cestino di casa 384 euro l’anno” titola il quotidiano Il Giorno- QN del 19 gennaio 2020. Secondo una ricerca recente (ottobre 2019) in dodici mesi gli italiani hanno sprecato cibo per un valore complessivo di 15 miliardi di euro, circa l’1% del Pil italiano. Un altro calcolo valuta a ben 36 kg l’ammontare del cibo sprecato da ciascuno. Per contro la Coldiretti denuncia che ben 2,7 milioni di persone hanno chiesto aiuto per le necessità alimentari.
Povertà alimentare e spreco alimentare sono due facce della stessa medaglia che troppo poche volte vengono affrontate insieme: un paradosso insostenibile.
A fronte di una domanda alimentare che molto spesso resta insoddisfatta, i dati del 2019 /ci dipingono dunque uno scenario sconfortante: la stima totale di circa 15 miliardi di euro risulta dalla somma “dello spreco alimentare di filiera (produzione – distribuzione), complessivamente stimato in oltre 3 miliardi euro (21% del totale) e quello domestico che vale circa 11 miliardi di euro (79%), per uno spreco di cibo pari a circa 3 milioni di tonnellate. ”
Le Regioni hanno sviluppato ricerche significative: In Toscana, secondo elaborazioni di Federdistribuzione, lo spreco alimentare “pesa” circa 388 mila tonnellate, per il 45% attribuite alle famiglie e il resto agli operatori economici, tra i quali cui l’agricoltura risulta responsabile per il 34%, la distribuzione per il 14% , la ristorazione per il 5% da attribuire e l’industria per il 2% .
In Lombardia gli sprechi alimentari domestici sono calcolati intorno ai 384 euro l’anno per famiglia, contro una media nazionale di 454. Questa riduzione virtuosa viene da molti attribuita, almeno in parte, all’ effetto “educativo” di Expo Milano 2015, dedicata a “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, il cui successo avrebbe portato ad una maggiore sensibilità nei confronti degli sprechi alimentari.
Proponiamo ai nostri studenti un excursus dei siti che segnaliamo, cui aggiungiamo il sito di Waste Watcher, importante Osservatorio nazionale sugli Sprechi , e l’interessante App “Too Good To Go” (troppo buono per essere buttato) che così si presenta: “Too Good To Go offre ciò che ci piace chiamare Magic Box. Cosa c'è di così magico? Lo spreco di cibo che eviti grazie al suo acquisto e tutti i deliziosi prodotti che i punti vendita e i ristoranti avrebbero gettato via alla fine della giornata. Ad esempio, questo cibo proviene da bar che hanno cucinato troppi prodotti freschi che non possono essere conservati o da ristoranti che non hanno venduto tutti i piatti che hanno preparato”.
Non sarà difficile per i nostri studenti trovare molti altri siti interessanti
Ricordiamo non solo quanto il cibo venga continuamente sprecato durante l'intero processo dalle fattorie alle tavole, ma anche come lo spreco riguardi tutte le risorse necessarie per produrlo, dall'acqua, alla terra, al lavoro delle persone. Secondo alcune stime, lo spreco di cibo è responsabile ben dell'8% delle emissioni globali di gas serra.
Come è evidente, non si finirebbe più. Allora torniamo alla concretezza e prendiamo in considerazione un pezzettino, lo spreco alimentare domestico nazionale, 11 miliardi di euro, e guardiamoci in casa e nel nostro Comune: che cosa si fa nel nostro Comune? Quali azioni sono state intraprese per ridurre lo spreco e favorire una distribuzione equa del cibo con riduzione dei rifiuti?
Ricordiamo anche che molti comuni hanno organizzato modalità non solo per sensibilizzare la popolazione, ma anche per favorire le donazioni alimentari a enti caritativi e persone bisognose.
Una riduzione drastica degli sprechi, insieme con una ridistribuzione equa dei generi alimentari, portano oltre che a una razionalizzazione dei consumi, a un forte contenimento dei rifiuti: un vero eco-risparmio.
E in casa nostra che cosa si fa e che cosa si potrebbe fare?
Acquisite un certo quantitativo di informazioni precise su quel che si fa nelle nostre case e nei nostri comuni, i giovani assessori potranno formulare proposte in merito ed elaborare un progetto, pensando anche a una concreta riorganizzazione sia a livello familiare sia a livello comunale. Nel progetto potrebbero trovare spazio l’educazione alimentare, corsi di “cucina senza sprechi”con riutilizzo di scarti e avanzi, di “riciclaggio e ridistribuzione dei generi alimentari” e ancor meglio una vera e propria organizzazione della redistribuzione del cibo, con l’appoggio a enti come per esempio la rete BancoAlimentare cui fanno capo 21 organizzazioni.
E magari includere un premio ai ristoranti virtuosi, che oltre a redistribuire eccedenze attraverso “Too Good To Go”, prendono l’abitudine di proporre ai loro clienti la “doggy bag”, che noi italiani non siamo abituati a richiedere e che non necessariamente serve a foraggiare l’animaletto di casa.

5.2 recupero e riuso dei RAEE
Dobbiamo famigliarizzarci con la sigla Raee: rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Prendiamo in prestito una precisa definizione ancora una volta dal glossario Arpat:
“RAEE - Termine riferito ad apparecchiature elettriche ed elettroniche (es. frigoriferi, computer, condizionatori, lavatrici, lampade) giunte al termine del loro utilizzo che devono essere avviati a centri di raccolta presso i quali verranno recuperati i componenti/materiali riutilizzabili come Materia Prima Seconda (MPS) nel ciclo produttivo di altri beni. La parte residuale delle apparecchiature viene avviata allo smaltimento.”
E chi non ne ha? I ragazzi e i loro telefonini, certo, ma tutti noi tra frigoriferi, lavatrici, televisori vecchi e meno vecchi, forni, stufe, boiler, microonde… un elenco senza fine. Ecodom , il principale consorzio italiano per la gestione dei Raee, comunica che nel 2019 in Italia abbiamo prodotto 22.552 tonnellate di questo tipo di rifiuti, pari al peso di 62 aerei di linea, con un incremento dell’11% rispetto all’anno precedente. Il 62% di questa immane quantità è rappresentato da elettrodomestici per cucina, il 31% grandi apparecchi per refrigerazione, il 7% monitor e tv. L’abbandono o lo smaltimento indifferenziato di questi apparecchi rappresenta non solo un enorme spreco di materiali e di energia, ma un pericoloso inquinamento ambientale: metalli, gas, materiali plastici contenuti in questi apparecchi sono infatti spesso pericolosi inquinanti.
“50 milioni di tonnellate di RAEE che vengono prodotti ogni anno nel mondo, ma solo il 20% viene trattato correttamente, nonostante il 66% della popolazione viva in Stati in cui vi è una legislazione specifica sui Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche. Un’emergenza cui si deve dare il giusto peso e la giusta importanza: anche perché questi rifiuti, che possono essere vere e proprie miniere di materie prime seconde, se trattate senza le dovute attenzioni o peggio ancora abbandonate o bruciate si trasformano in rifiuti altamente inquinanti. Un tema che deve ottenere attenzione anche in Italia, dove ogni cittadino produce ogni anno circa 13 Kg di RAEE, per un totale di circa 800mila tonnellate: anche qui, come altrove, la maggior parte di questi rifiuti prende ancora oggi strade parallele, uscendo dal sistema creato dai Produttori delle Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (che garantisce controllo e tracciabilità) e trasformandosi in una potenziale seria minaccia per l’ambiente e per la salute delle persone.”
La regione Lombardia rappresenta un esempio virtuoso, in quanto il trattamento corretto dei Raee nel 2019 ha permesso di risparmiare bel 27.434.001 Kilowattora di energia ed evitare l’immissione in atmosfera di 133.495 tonnellate di CO2. “Il dato – dichiara Giorgio Arienti, DG del consorzio Ecodom – è calcolato paragonando uno smaltimento corretto dei Raee al costo ambientale che avrebbe un ipotetico smaltimento maldestro” .Purtroppo spesso lo smaltimento è “maldestro”. “Solo il 20% dei rifiuti tecnologici prodotti a livello mondiale viene riciclato, mentre in Europa la percentuale è pari al 35%, sempre molto bassa -afferma ancora Giorgio Arienti. Molti comuni nella loro gestione dei rifiuti prevedono un sito in cui conferire i Raee, ma anche là dove ciò avviene spesso i cittadini buttano via a caso queste apparecchiature, con i gravissimi danni cui abbiamo appena accennato. Ci sembra utile qui riportare i “5 Consigli” proposti da Ecodom
1 Non buttare mai i RAEE nella spazzatura indifferenziata, non abbandonarli nell’ambiente, e non dimenticarli in casa.
2 Porta i RAEE alle isole ecologiche più vicine. Le isole ecologiche (chiamate anche centri di raccolta o piattaforme ecologiche o eco-centri o riciclerie…) sono strutture allestite dagli Enti Locali per la raccolta differenziata delle diverse tipologie di rifiuti urbani (tra cui i RAEE).
3 Chiedi al tuo Comune (o alla società che effettua per conto del Comune i servizi di gestione dei rifiuti urbani) il ritiro a domicilio dei RAEE ingombranti: è un servizio che molti Comuni già effettuano (e che in caso contrario possiamo suggerire).
4 Grazie al decreto ministeriale noto come “Uno contro Uno”, in caso di acquisto di un nuovo elettrodomestico, hai il diritto di consegnare gratuitamente al negoziante quello da buttare (purché “equivalente”: un frigorifero per un frigorifero, una lavatrice per una lavatrice).
5 Porta ai negozi di apparecchiature elettriche ed elettroniche i tuoi RAEE di piccolissime dimensioni (cioè con la dimensione massima inferiore a 25 cm) anche quando non compri nulla (decreto ministeriale “Uno contro Zero”): tutti i “grandi” punti di vendita (la legge dice: “con superficie superiore a 400 mq”) sono obbligati ad accettarli.

Il nostro giovane assessore dovrà documentarsi per rispondere a poche domande fondamentali:

Che cosa è un RAEE?
Come faccio a smaltirlo correttamente?
Quali sono i miei diritti come consumatore?
Cosa posso fare sia in veste di privato cittadino sia in veste di assessore per promuovere uno smaltimento corretto dei Raee?

A questo proposito sarà opportuno consultare attentamente la semplice guida “Dove li butto?” che l’ Unione Nazionale Consumatori ha pubblicato in collaborazione con Ecodom . La guida spiega come smaltire correttamente i RAEE. “Un’iniziativa particolarmente utile, se si considera che oggi quasi sette italiani su dieci non sanno dove gettare i propri rifiuti elettrici ed elettronici e quindi vanificano la possibilità di riciclare le importanti materie prime (ferro, alluminio, plastica, rame, ma anche grafite e terre rare) contenute nei RAEE. Diversi i canali di diffusione della guida, che vanno dai siti sia di UNC sia di Ecodom, ai social alle newsletter. L’obiettivo è quello di diffondere sempre più conoscenza e consapevolezza del ruolo che ciascun cittadino – correttamente coadiuvato da un sistema legislativo che deve senza dubbio essere migliorato – può rivestire in questa battaglia per l’ambiente che bisogna combattere già oggi”.
Qui, a titolo esemplificativo, riportiamo, da “Dove lo butto?”, uno “smaltiamolo correttamente” relativo al famigerato telefonino

L'utilizzo dei telefoni cellulari - o, come più spesso li chiamiamo, smartphone - è sempre più diffuso: d’altra parte, ci servono per rimanere in contatto con amici e parenti, accedere ai social network, ascoltare musica, programmare la sveglia, conoscere le strade… insomma, ormai quando abbiamo un problema da risolvere
il primo pensiero è: “Il mio telefono mi può aiutare?”
Data tale importanza e diffusione, non stupisce siano anche spesso al centro di preoccupazioni sui danni che potrebbero portare alla salute, come i non ancora confermati effetti delle onde elettromagnetiche.
Ma, al di là di utilizzi più o meno consapevoli e corretti, iniziamo ad andare a vedere cosa c’è al loro interno. Insomma: quali sono i materiali che li compongono?
Quasi la metà (48,9%) di un telefono cellulare è composta di materiali plastici. Segue, a grande distanza, la parte elettronica: rappresenta il 16,1% del telefono e può a sua volta contenere sia plastiche sia metalli. Abbiamo poi metalli ferrosi (13,6%), in particolare l’acciaio, e metalli non ferrosi (12,1%) quali alluminio e rame.
Troviamo poi un 3,4% di materiali pericolosi, contenuti in particolare nelle batterie, e materiali vari per il restante 5,4% (di questa categoria fanno ad esempio parte gli schermi).
La prima considerazione da fare riguarda i materiali plastici che possono essere in gran parte riciclati, ma anche i metalli ferrosi possono essere riciclati, così come quelli non ferrosi: e arriviamo già a una percentuale di riciclo superiore al 70%.
Ma ancora non è tutto: anche le schede elettroniche possono essere inviate a fonderie specializzate per recuperarne i materiali, mentre la plastica presente in esse viene di norma valorizzata come fonte energetica.
Per quanto riguarda i materiali vari, gli schermi ad esempio possono essere in parte riciclati e in parte smaltiti, così come i materiali pericolosi (ai quali bisogna naturalmente prestare particolare attenzione): le batterie, in particolare, vengono inviate a strutture specializzate nel loro riciclo e valorizzazione.
Dunque, quasi tutti i materiali di un telefono cellulare, se questo viene smaltito nel modo corretto, possono
tornare a vivere in altre forme, con tutto vantaggio dell’ambiente (e, di conseguenza, della nostra salute).

Ci sembra opportuno a proposito di quanto riportato sopra sottolineare il fenomeno della cosiddetta “cannibalizzazione dei RAEE”, estremamente diffusa: questo fenomeno consiste nel sottrarre ai Raee componenti vari prima di smaltirli. Per esempio il 40% dei condizionatori e apparecchi affini è privo dei compressori mentre il 24% è privo dei cavi di alimentazione. Tv e Monitor mancano per il 18% dei gioghi di deflessione, per il 12% di cavi e gli alimentatori. Alle piccole apparecchiature elettroniche vengono sottratti gli hard drives (27%), le schede elettroniche (24%) e i cavi e gli alimentatori (18%). Ciò compromette qualsiasi parziale recupero nonché un corretto smaltimento.
Diciamolo ai ragazzi: non smontate il telefonino vecchio, non vi serviranno granché pezzi sparsi, mentre il danno di uno smaltimento scorretto può avere pesanti conseguenze negative.

Maria Vezzoli

Formatore OPPI