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Come tenere in pugno (o quasi) l’informazione

Cosa è cambiato con l’avvento dell’informazione digitale? Tutto.

Ma soprattutto le modalità di distribuzione.

Tradizionalmente era il pubblico ad andare verso l’informazione: recandosi in edicola, sintonizzando la radio o la televisione su un determinato programma informativo; finanche in rete, navigando sui siti delle testate giornalistiche.

Ora, invece, sono le notizie che arrivano a noi, attraverso le tante notifiche che riceviamo sullo smartphone, oppure mentre siamo connessi con uno dei social network che regolarmente usiamo.

Non a caso, ormai si distinguono le notizie che giungono grazie alle principali fonti informative dalle notizie cosiddette algoritmiche, veicolate attraverso le specifiche peculiarità delle varie piattaforme e definite dai nostri precedenti consumi informativi. Pertanto, se di solito sono molto attento all’informazione politica o a quella economica, oppure seguo con grande intensità la mia squadra del cuore o il mio gruppo musicale preferito, l’algoritmo selezionerà prevalentemente informazioni coerenti con il mio stile di consumo. Non solo, ma la stessa cosa accadrà anche per i suggerimenti pubblicitari. Infatti, la principale conseguenza di questa personalizzazione del consumo è che si personalizza anche la pubblicità, con un’evidente conseguenza anche nei modelli di business delle aziende editoriali. A godere dei maggiori introiti pubblicitari sono sempre meno le aziende editoriali – cioè quanti producono attraverso i giornalisti le informazioni – bensì le aziende che prevalentemente le distribuiscono. Pochissime aziende che nel mondo hanno di fatto reso quasi monopolistici i principali mercati: Google, Facebook, Apple, Netflix, Amazon.

Alcuni dati sono particolarmente emblematici. Ormai non soltanto negli Stati Uniti, ma anche in Europa e in Italia le notizie che riceviamo arrivano principalmente da fonti algoritmiche. Nella recente pandemia per il Covid – 19 che ha interessato 3/4 della popolazione mondiale, il mezzo che ha fatto registrare il maggior balzo in avanti quale canale attraverso cui abbiamo ricevuto le principali informazioni è stato lo smartphone. Così come il social network che ha conosciuto il maggior incremento percentuale è stato whatsapp.

Insomma, potremmo affermare che abbiamo l’informazione in un pugno. Ma se questo corrisponde senza dubbio a una reale consistenza fisica, che svolge anche importanti funzioni psicologiche in termini di sicurezza e consapevolezza; questa grandinata d’informazioni che ci piove addosso produce anche conseguenze di tutt’altro tipo.

Sicuramente arricchisce il bagaglio informativo individuale, consentendo a tutti noi di saperne di più su tanti temi ed eventi, allargando le nostre vedute. Allo stesso tempo, però, tale ricchezza ci sgomenta, perché su ogni evento abbiamo racconti che ci arrivano da tantissime fonti differenti, spesso con punti di vista contrapposti, che finiscono con lo stordirci. Una ricchezza, quindi, che può trasformarsi in confusione. Un po’ come accade in una camera particolarmente in disordine, in cui sappiamo che tutto quanto cerchiamo c’è, ma non sappiamo dove. Insomma, informarsi rischia di diventare come trovare il famigerato ago in un pagliaio.

 C’è anche un’altra conseguenza discutibile: l’abbondanza ci ha convinto che l’informazione debba essere un bene gratuito. Convinzione rafforzata dalla giusta riflessione che sia un diritto che deve essere alla portata di tutti; tuttavia oscura il fatto che produrre informazione costa e tali costi devono essere sostenuti da qualcuno.  

Il progressivo turbinio di informazioni, insomma, rischia di far perdere valore alla stessa, con il preoccupante effetto di non farci distinguere le informazioni verificate e credibili da quelle false o soltanto verosimili. Non è un caso se proprio per questo motivo negli ultimi anni si sta parlando tanto delle notizie false, le cosiddette fake news, che allignano proprio nel disordine ricordato. Spesso non si tratta nemmeno d’informazioni totalmente false, ma soltanto in parte vere, oppure non ben contestualizzate. E’ per questo motivo che parliamo di disordine informativo, proprio perché in quest’abbondanza ci si può perdere.

Insomma, abbiamo l’informazione in pugno oppure, al contrario, siamo tutti noi – specialmente i più fragili sotto il profilo culturale – ad essere in balìa di quest’illusoria abbondanza?

Dipende da come ci alleniamo per rispondere a tale abbondanza.

Adoperando una metafora calcistica, potremmo dire che c’è una reazione difensiva e un’altra, al contrario, d’attacco, che ci possa realmente rendere protagonisti dell’informazione. Non dico proprio tenerla in pugno, sarebbe velleitario e nemmeno auspicabile, ma riuscire a gestirla con sagacia.

La prima strada è quella di rintanarsi nelle proprie certezze, seguendo sempre le stesse fonti, scegliendo pochi interlocutori di cui si è certi di condividere le idee, soffermandosi su pochi temi ed eventi, verso cui si nutre particolare interesse. Questa strategia produce ciò che gli studiosi hanno chiamato bolle informative, in cui ci rinchiudiamo perché le riconosciamo a noi omogenee. Scegliamo oggetti e soggetti che ci somigliano, ma in questo modo allontanandoci dal frequentare – e quindi comprendere – l’alterità, la diversità, la complessità, composta proprio dalle differenze di cui il mondo è pieno. Non a caso per definire il tipo di informazioni che circolano all’interno di queste bolle informative si è parlato di camere dell’eco, poiché ci si espone sempre alle stesse informazioni e agli stessi tipi di commenti.

La seconda strada, invece, è acquisire la consapevolezza che ormai tocca a ciascuno di noi sapersi muovere in questo ricchissimo panorama informativo ed è pertanto indispensabile conseguire quella che possiamo definire alfabetizzazione digitale, che non vuol dire – beninteso – padroneggiare soltanto i contenuti tecnici, quanto piuttosto conoscere le logiche produttive e distributive che caratterizzano i tanti canali attraverso cui riceviamo le informazioni. Significa non limitarsi a battere le strade già conosciute, ma farsi motivare dalla curiosità, dalle tante possibilità di ricerche esistente, rese quanto mai agevoli dai tanti mediatori che comunque troviamo in rete. Innanzitutto, i giornalisti di professione, che continuano a produrre informazioni di grande qualità e credibilità, con la ricchezza garantita dalla possibilità di usare un repertorio infinito di canali, di generi e di formati in grado di soddisfare la variegata volontà d’approfondimento che abbiamo. Ma in rete sono raggiungibili informazioni prodotte anche dalle istituzioni, dalle organizzazioni non governative, dalle tante fonti presenti in qualsiasi campo, nonché da tutti noi che – producendole coscienziosamente ognuno grazie alle proprie competenze – può poi condividerle con quanti mostrano interesse nei confronti delle stesse.

Il mondo dell’informazione è diventato un enorme oceano, che giustamente spaventa il cattivo navigatore, inducendolo a confinarsi in piccole e scontate baie, casomai accoglienti e confortevoli, oppure può far sprigionare le tante curiosità che abitano in ciascuno di noi, inducendoci a uscire in mare aperto, ma con la consapevolezza di essere ben attrezzati. E se proprio non avere l’informazione in pugno, sapere di essere in grado d’impugnare saldamente un buon timone.