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Hate speech

è sempre più frequente sentire parlare di hate speech, locuzione entrata in uso nel mondo anglosassone in maniera consistente verso la fine degli anni ’90 in sostituzione del già diffuso incitement to hatred e diffusasi in Italia in questa versione inglese da più di un decennio[1].

Se vogliamo ricostruire per grandi linee la nascita del concetto di discorso d’odio, dobbiamo tornare indietro di circa un secolo, agli anni ’20 del Novecento, quando la preoccupazione dovuta alla diffusione di questo tipo di discorso è divenuta riconoscibile e tradotta nei primi atti legislativi.

Ma è bene vedere la definizione della parte più problematica del lemma, dunque quella di odio, aiutandoci con il Dizionario Treccani, che lo definisce: “sentimento di forte e persistente avversione, per cui si desidera il male o la rovina altrui; o, più genericamente, sentimento di profonda ostilità e antipatia”. Mentre la locuzione hate speech viene così illustrata: “àmbito dei nuovi media e di Internet, espressione di odio e incitamento all’odio di tipo razzista, tramite discorsi, slogan e insulti violenti, rivolti contro individui, specialmente se noti o famosi, o intere fasce di popolazione (stranieri e immigrati, donne, persone di colore, omosessuali, credenti di altre religioni, disabili, ecc.)”.

La scelta di queste due definizioni, tra le tante, è del tutto strumentale. La prima ci aiuta a capire la radice del problema discorsivo/comunicativo: l’odio, sentimento da sempre presente tra gli esseri umani, da molto tempo oggetto di studi, progetti, proposte valoriali e fedi religiose volte a ridurlo, ma che tutt’oggi gode di ottima salute. La seconda è utile per ampliare lo sguardo da un fenomeno specifico, quello del discorso d’odio, verso gli ambiti di produzione e gli aspetti e le caratteristiche del contesto. Treccani opta per mettere al centro della propria attenzione i media digitali, internet e le sue piattaforme.

In generale è vero che i media tutti, tra essi anche quelli tradizionali degli anni ’20 del Novecento, hanno qualcosa a che fare con la salita alla ribalta delle preoccupazioni culturali, sociali e legislative dell’hate speech. L’utilizzo di stereotipi, di linguaggio offensivo e discriminatorio e la diffusione di giudizi non sottoposti a verifica (pre-giudizi) nei confronti di determinati gruppi sono presenti e complici su vecchi e nuovi media. Presenza, quella dell’hate speech, che in questi ultimi anni è in aumento e riguarda un numero sempre più ampio di gruppi sociali discriminati. Una sorta di sintonia distopica registra, infatti, una specifica consonanza tra l’ampliamento del campo mediatico e l’incremento del discorso d’odio.

Parte di questo incremento è sicuramente dovuto alla maggiore attenzione e sensibilità della società nella segnalazione di contenuti volti a diffondere intolleranza, esclusione, etichettamento e odio. Ad esempio, la Commissione Europea dal 2015 monitora la presenza di hate speech nei media. La Commissione Jo Cox, che deve il suo nome alla deputata presso la Camera dei Comuni del Regno Unito uccisa il 16 giugno 2016, nasce per decisione dell’Assemblea parlamentare Consiglio d'Europa con l’idea di costituire un’”Alleanza contro l'odio”, tra i vari parlamenti nazionali e ha prodotto a sua volta monitoraggi ad hoc sul discorso d’odio.

In Italia, inoltre, è attiva l’Associazione Carta di Roma che dal 2011 produce report sulla trattazione mediatica del tema delle migrazioni e ha dato vita a un protocollo deontologico per una corretta informazione volta a contenere e eliminare il discorso d’odio.

Se l’attenzione e i monitoraggi mettono al centro della nostra attenzione la presenza del discorso d’odio nel discorso pubblico, il suo incremento è sicuramente attribuibile anche alla presenza dei media digitali che, in maniera decisa, scompaginano alcuni sforzi di regolamentazione portati avanti nel tempo sui mezzi tradizionali, anche grazie all’impegno dell’Ordine Professionale e dei Sindacati dei giornalisti. Hate speech, fake news e cyberbullismo, problemi tra di loro collegati, trovano spazio e amplificazione sulla rete e le sue varie piattaforme.

Ciò è dovuto a vari ordini di ragioni collegati alle caratteristiche della rete stessa e alle qualità e opportunità a disposizione degli autori dei contenuti. Seguendo l’idea della studiosa danah boyd, la rete offre un accesso aperto e facile in qualsiasi momento ed è, per questa ragione, difficilmente controllabile; i contenuti pubblicati sono replicabili all’infinito; sono scalabili e, in quanto tali, raggiungono pubblici diversi e lontani anche attraverso l’iniziativa di una sola persona; i contenuti inoltre, sono ricercabili, rimangono nella rete e sono richiamabili attraverso l’utilizzo di parole chiave.

Passando agli autori dei contenuti è da sottolineare il loro non essere professionisti dell’informazione e, conseguentemente, non tenuti a rispondere a deontologie professionali di alcun tipo. Possono sempre appellarsi al free speech, ossia alla libertà di espressione, per giustificare il loro gioco di condivisione e allargamento di contentuti non controllati e discriminanti. I prosumer (produttori e consumatori al contempo), infatti, rimangono anonimi e liberi di diffondere UGC (User Genereted Contents) estremi, radicali, provocatori e oltraggiosi, consci di poter ottenere così un cospicuo numero di like. La produzione di fakenews, ma soprattutto la produzione di meme, cambia il tono dei contenuti e rende tutto più divertente e degno di essere diffuso. Così ci abituiamo ad un ambiente, quello della rete, che diventa luogo per la dilagazione dell’odio e per manifestazioni di linguaggi violenti, che trovano spesso eco e apprezzamento.

Ci chiediamo allora quali possano essere le strategie valide per combattere l’hate speech. Sicuramente la Media Education può aiutarci a conoscere meglio i meccanismi della rete e a renderci consapevoli della facilità attraverso cui possiamo incorrere in comportamenti scorretti e lesivi dei diritti altrui. Al contempo è importante puntare l’attenzione verso gli ambienti di produzione di discorsi di odio, dentro e fuori la rete, per educare i ragazzi e i giovani, ma anche persone non più giovani, a riconoscere i discorsi di odio e le implicazioni politico-sociali che li determinano. In ultimo, la produzione di contro-narrative potrebbe disinnescare il conflitto e la tensione presente nella rete e abituare lentamente le persone ad abbracciare discorsi che sottolineino il valore della diversità e dell’inclusione al posto del discorso d’odio.



[1] Nella voce Treccani per Hate Speech, si fa riferimento a un articolo che conteneva il concetto nella forma con trattino di hate-speech uscito su Repubblica dell’8 gennaio 2007, p. 35, Cultura (Giancarlo Bosetti).