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Il selfie come costruzione di sé

Chi tra noi non si è mai fatto un selfie? Saranno ben poche le mani alzate.

Dal fotografare il mondo circostante per il consumo proprio siamo passati a fotografarci per il consumo altrui.

Una pratica che cambia la prospettiva, il senso della posizione dell’individuo entro la relazione comunicativa, dice il sociologo Boccia Artieri, e che ha origine ben prima dell’avvento degli smartphone e della fotografia digitale. Ma è anche vero che, seppur parente prossimo dell’autoscatto in ambiente analogico o, addirittura, dell’autoritratto che numerosi e celeberrimi pittori del passato ci hanno consegnato, il selfie ha assunto negli ultimi anni un’assoluta e indubbia centralità, tanto da diventare nel 2013 “parola dell’anno” degli Oxford Dictionaries[1].

Potremmo liquidare questa pratica come un appagamento estetico e narcisistico fine a se stesso – in molti (linguisti, prima di rapper…[2]) sottolineano la vicinanza del termine “selfie” (autoscatto) a “selfish” (in ingl. “egoista”) – o come un bisogno di “diventare immortali” (non a caso si usa “immortalare” come sinonimo di fotografare!) superando il limite del “qui e ora”. Tuttavia nel nuovo ambiente comunicativo digitale il selfie assume ulteriori significati e possibili valenze.

Gli studiosi dei nuovi media lo fanno rientrare tra le pratiche culturali del personal branding, ovvero di costruzione strategica della propria identità al pari di una marca – un “brand”, appunto. Pproprio perché si gestiscono i propri fattori di immagine, la coerenza con altri aspetti della nostra persona (facciata personale, corporeità, valori, idee, opinioni, stili di vita, ecc.), gli elementi distintivi di originalità, così come avviene per qualsiasi prodotto in commercio. Certo, questa affermazione potrà far storcere il naso a qualcuno, ma vi sono in realtà solidi pilastri teorici che dalla fine dell’Ottocento sono stati messi a punto da scienziati sociali quali William James, Charles Horton Cooley, George Herbert Mead o, più recentemente, Anthony Giddens, Erving Goffman o Zygmunt Bauman. Per comprendere dunque il selfie, dobbiamo scomodare teorie e studiosi, che ci consentono di fissare alcuni elementi condivisi.

Proviamo a pensare alle identità individuali come ad un costrutto sociale, ovvero un prodotto del costante lavoro autoriflessivo che si compie all’interno dei propri contesti sociali e di relazione.

L’identità non è un ripiegamento su se stessi, non una chiusura introspettiva che definiamo in solitudine e una volta per tutte, bensì un processo dinamico e sempre aperto di identificazione, che avviene all’interno dei propri contesti di vita, passati, presenti e futuri, reali e immaginati, entro le proprie cerchie familiari, amicali e attraverso le esperienze vissute, dirette e mediate che siano. Dunque, ciascuno di noi elabora, definisce e ridefinisce costantemente il proprio sé, confrontandosi con gli altri, mettendosi alla prova, sperimentando ruoli differenti, selezionando tra il materiale identitario in circolazione e integrando ciò che sente più vicino e intimamente suo nella propria progettualità identitaria.

Se in passato[3], come la storia ci insegna, le identità individuali erano fortemente influenzate da fattori di appartenenza che era difficile modificare – il ceto sociale, il luogo di nascita, la condizione economica, la famiglia di origine, la fede religiosa, ecc. –, oggi abbiamo la possibilità di entrare in contatto con esperienze e modelli di riferimento molto più eterogenei e mutevoli. Potremmo dire che siamo circondati da opportunità, siamo cioè più “liberi” di cambiare e di scegliere chi essere, poiché non è totalmente deciso da altri soggetti, né da condizioni esterne che si impongono nelle nostre biografie; allo stesso tempo, però, siamo anche “condannati” ad effettuare scelte, assumendoci in prima persona la responsabilità di chi siamo o di chi siamo diventati.

In questa prospettiva, allora, sarà chiaro che i media digitali rivestono un’importanza enorme nella nostra quotidianità: non soltanto aumentano incredibilmente le risorse identitarie disponibili – modelli, esempi, riferimenti, proposte, scenari possibili, ecc. –, ma consentono di mettere mano costantemente al modo in cui noi ci presentiamo al mondo, come ci raccontiamo e ci rappresentiamo.

Infatti, tra costruzione e presentazione del sé c’è una elevata continuità, un rimando costante: quante volte chiariamo a noi stessi ciò che siamo o ciò che abbiamo vissuto nel confidarsi ad un amico! Quante volte, ad esempio, il modo in cui ci presentiamo ad una nuova amicizia o ad un insegnante appena arrivato ci torna utile per capire a quali aspetti della nostra identità stiamo dando più importanza in un certo momento della nostra vita, o quali elementi del nostro sé susciteranno negli altri le reazioni volute o risposte sorprendenti o indesiderate. La “faccia”, come la chiama Goffman, d’altronde è messa continuamente alla prova nelle relazioni sociali e nel lavoro intenso e faticoso che compiamo presentandoci agli altri e che in ambiente digitale si arricchisce ulteriormente e si espone allo sguardo (e al giudizio) di innumerevoli pubblici. Saranno composti, ad esempio sui social network, dai contatti che già conoscevamo – con i quali avremmo l’esigenza di mantenere una certa coerenza tra chi siamo e chi diciamo di essere – e da pubblici potenziali di sconosciuti a cui arriverà un’immagine sintetica di ciò che siamo.

Allora, tornando alla pratica del selfie, è una forma di autorappresentazione virtuale che contribuisce a definire la nostra identità e che, essendo in formato digitale, possiamo immediatamente incorporare nelle molteplici attività di narrazione biografica sugli spazi social, esponendola alla vista degli altri che con like, cuori, commenti o condivisioni, aumenteranno la consapevolezza di chi siamo e di chi vorremmo essere, in costante equilibrio tra le nostre progettualità e le aspettative dei nostri interlocutori. Di tali reazioni non prendiamo distaccatamente atto; l’autorappresentazione attiva in noi meccanismi di intervento e di miglioramento della propria facciata, di abbellimento e di ritocco, mettendoci in gioco e sperimentando facciate diverse.

E se tra coloro che all’inizio del testo avevano alzato la mano ci fosse qualcuno che ama ritoccare le proprie foto con app, sticker o effetti ornamentali, non susciti pregiudizi tra i compagni o ilarità: si sta solo muovendo nel difficile, faticoso e tortuoso terreno degli identity playground!



[1] Si veda l’articolo sul The Guardian: https://www.theguardian.com/books/2013/nov/19/selfie-word-of-the-year-oed-olinguito-twerk (consultato in data 28/06/2020)

[2] Il riferimento, che a molti ragazzi e ragazze non sfuggirà, è al rapper Cranio Randagio che ha pubblicato nel 2015 la canzone intitolata, per l’appunto, “A selfish selfie”.

[3] Una precisazione su cui riflettere: queste condizioni che qui raccontiamo come situazioni del passato, in realtà caratterizzano ancora oggi alcuni contesti di vita, nei quali gli individui sono molto meno liberi di scegliere chi essere o chi diventare.