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Talk show: riflessione sul valore del confronto

di Annarita Battista

La locuzione Talk show, composta letteralmente dalla conversazione e dallo spettacolo, è inclusa nel dizionario italiano dal 1975 e corrisponde alla definizione di “programma radiofonico o televisivo in cui si alternano ad altre forme di spettacolo, interviste e dibattiti tra personalità importanti della politica, dello sport, dell'arte, della cultura o altro.” Il tono di conversazione tra i personaggi più o meno noti, sotto la guida di un conduttore, è confidenziale e può riguardare anche esperienze personali e sentimentali. “Fu il 18 Ottobre 1976 quando esordì in seconda serata la trasmissione ‘Bontà loro’[1] che registrò livelli di ascolto altissimi a confermare che la tv che rivela la vita piace” (Aglieri, 2005)[2].
Dunque, coesistono la componente spettacolare, che ha finalità di intrattenimento, e la componente conversazionale, che induce l'ospite a rendere pubblica, di fronte alle telecamere e agli spettatori, la propria concezione riguardo ad un argomento.

Queste componenti possono essere presenti a svariati livelli e con diverse finalità, ciò rende il talk show un genere estremamente duttile e polimorfo. E’ possibile solo individuare alcuni tratti strutturali del genere, in base al quadro partecipativo degli attori, lo spazio e il tempo di messa in scena e gli universi di discorso attivati nelle interazioni. In merito a quest’ultimo elemento, si possono distinguere alcune forme specifiche di interazioni: il dibattito, il romanzo e la terapia. Nel dibattito, tuttavia, spesso il conduttore ha il ruolo di alimentare il contrasto, piuttosto che pervenire ad un consenso e concludere con un’affermazione di una tesi come vera e della sua antitesi come falsa. Nel genere romanzo, il  ruolo del conduttore è quello di un eroe alla ricerca di una soluzione per ristabilire un ordine infranto (come in Mi manda RaiTre), oppure vi è una persona di strada che racconta la propria storia (come Al posto tuo). Il genere terapia è associato alla funzione catartica degli outing dei personaggi che convergano, però, in una decisione che abbia cambiato la propria vita, di modo che lasci la percezione che lo stato di sregolazione emotivo sia stato risolto. Il telespettatore viene attratto dalla sensazione che le storie raccontate gli appartengano e gli permettano di capire e imparare a comunicarle.

In realtà, questo processo terapeutico è intaccato dal fatto che il pubblico ha l’illusione che non vi sia uno storyboard, un’organizzazione spazio-temporale, un’accurata scelta dei partecipanti e un ruolo del conduttore, ben preciso, di muovere abilmente la conversazione verso un copione creato ad arte, a monte del programma. (Bettetini et al., 2004)

I toni di questo tipo di trasmissione si accordano con il momento della giornata in cui va in onda e il format, infatti, si incardina su alcuni elementi chiave dell’affabulazione:

-      L’immagine e le persone sembrano parlare con naturalezza al telespettatore della propria realtà. Le inquadrature, l’ordine di apparizione degli ospiti e la prossemica nel sistema dei personaggi innescano una macchina narrativa, i cui tempi sono dettati dal conduttore;

-      Il rispecchiamento nel pubblico presente in TV;

-      Le reiterazioni di alcuni elementi che diano rassicurazione e fiducia;

-      L’indagine di problemi e conflitti che si caratterizza per: la spettacolarità, l’immedesimazione, l’apprendimento, l’ispirazione al coraggio, la consolazione, per via della sindrome della vittima e dell’aggressore, e la rappresentazione di modalità e stereotipi familiari.

La potenziale capacità di educare e intrattenere è tanto elevata quanto la possibilità di scivolare in una bieca e strategica rappresentazione (e non presentazione) della realtà alla “ricerca di un ‘effetto sorpresa’ ottenibile con qualsiasi mezzo e al di fuori di qualsivoglia principio etico” (Aglieri, 2005) rientrando nelle logiche dell’infoitanement (information and entertainment). La qualità, non solo tecnica, ma anche civile, viene screditata, infatti, dalla prevalenza della componente spettacolare rispetto alla finalità dialogica, e dalla dipendenza da interessi specifici di tipo commerciale o anche politico. Purtroppo, in alcuni talk show, si sono diffusi, a volte, certi modelli di comportamento non molto educativi, basati sull’aggressività e l’intolleranza per generare stupore negli spettatori, ove il dialogo è ben lontano da quello che Buber definiva autentico, in grado di contribuire alla crescita personale e civica, perché fondato sulla reciprocità.  Altre volte, sono stati utilizzati per garantire una facile notorietà ad ospiti politici.

D’altronde, come afferma Codeluppi, “nel postmoderno tende a prevalere un’indistinzione tra l’occhio e la realtà che esso guarda” e “ciò che è importante non è il significato del messaggio, ma la capacità del messaggio stesso di attivare delle sensazioni particolarmente intense. La capacità, cioè, di fare entrare lo spettatore nello spettacolo.” (Codeluppi, 2018)

In ogni caso, il talk show è sempre pedagogizzante, esercita, infatti, un’influenza sulle nostre conversazioni e argomentazioni.

La tv e la radio pubbliche si pongono, infatti, la missione di creare nel cittadino una forte «consapevolezza critica» e civile, e non limitarsi a logiche marketing oriented proprie della neo-televisione. Tuttavia, è necessario “smascherare la falsa naturalezza dei media” (Masterman, 1997), di cui si sta occupando la Media Education, nell’intersezione tra Scienze dell’Educazione e Scienze della comunicazione, per riflettere e cercare strategie operative rispetto a media su vari piani, la produzione, l’impianto ideologico sottostante e la reazione del pubblico.

Ne deriva che, affinché la comunicazione sia non solo pedagogizzante, ma anche educativa, è necessario che incarni i principi pedagogici di una comunicazione educativa (Aglieri, 2005)[3], che sono:

-      L’abilitatività, cioè sfumare la presenza dell’emittente[4] e donare al destinatario[5] autonomia e padronanza;

-      La compresenza, cioè garantire una relazione senza violenza o dinamiche di potere, in cui al destinatario sia consentito un dialogo autentico, incluso il dissenso;

-      La sistematicità, cioè proiettare nella comunicazione l’esperienza integrale del destinatario, soddisfando i suoi bisogni di esistenza, di valorizzazione, di controllo e di individualizzazione;

-      La non intrusività, cioè l’emittente lancia una proposta interessata ad una risposta libera, senza persuasione occulta, seduzione, suggestione e inganno.

Aderendo a tali principi, il format del talk show sarebbe uno strumento di maturazione intellettuale dello spettatore, perché eleverebbe il valore del confronto a strategia pedagogica in cui si analizzerebbero le informazioni in modo esaustivo, tenendo conto di tutti i punti di vista, prevarrebbe la volontà di dialogare, si formulerebbero autentiche opinioni e si procederebbe ad una costruttiva analisi critica.

Tra i talk-show più conosciuti vi sono lo statunitense Late Show with David Letterman e in Italia Maurizio Costanzo Show, di Maurizio Costanzo e Che tempo che fa condotto da Fabio Fazio.

Tra gli esempi apprezzabili vi è "Tv Talk" che va in onda su Rai 3, presente in streaming[6] su Raiplay e parzialmente sui social. In tale trasmissione, la televisione parla di se stessa, incentrandosi sull'analisi della programmazione televisiva e dei nuovi mezzi di comunicazione, e dà  un’occasione di porre una distanza e poter osservare e confrontare le modalità comunicative adottate dai media ad un livello meta, rendendo verosimile l’interscambio tra chi fa e chi guarda la TV, con la presenza studenti e ospiti vari insieme a vip.

Sulla stessa scia, “Le parole della settimana”[7] è stato definito un talk show intelligente, garbato, pungente e civilmente utile, che si pone l’obiettivo di raccontare la realtà incontrando i protagonisti dell'attualità politica, sociale e culturale del paese e cercando di raccontare storie positive, storie straordinarie di vita quotidiana, raccontate dalla diretta voce di chi le ha vissute. «Sento la responsabilità di parlare a chi ci segue con il giusto tono» è stata una delle dichiarazioni di Gramellini, conduttore della trasmissione, che denota un certo rispetto per il pubblico e la consapevolezza del proprio ruolo sociale, soprattutto in questo momento storico di emergenza, in cui anche la trasmissione ha incontrato molti limiti logistici.

Il rischio per lo spettatore, a cui una qualunque trasmissione si rivolga, è che sia debole nel far fronte alla sommersione di immagini e  di informazione, e non sappia valutare l’affidabilità dei media. Questo porta alla luce una responsabilità etica dei media, in generale, e quindi anche del talk show, per la sua capacità di rappresentazione di modelli attraverso la narrazione.

Perciò in un’ottica di apprendimento a lungo termine, dato che si sostiene che “il modo migliore di fare educazione ai media sia di utilizzarli come macchine espressive” (Rivoltella, 2001), si potrebbe proporre ai discenti una messa in scena di un Talk show, integrando tecniche di animazione e la simulazione.

Peraltro, per una corretta educazione ai media e con i media, occorre educare alla selezione delle fonti ed al silenzio, dove si può comprendere molto di più che dalle parole, a volte.

L’obiettivo è far acquisire:

-     la capacità di osservazione critica;

-     Strumenti di decodificazione;

-     Sviluppo del senso di responsabilità dei propri comportamenti;

-     Comunicazione delle proprie opinioni,

-     Distinguere un modello sociale positivo e mettere in discussione la propria scelta di modelli di riferimento, anche sui social.

Si potrebbe svolgere l’attività in queste fasi:

-      Partire da un contenuto multimediale che ha la capacità di stimolare riflessioni in merito alla questione da approfondire. Si potrebbe scegliere tra i contenuti citati o in generale negli archivi di Raiplay, dove si possono trovare svariate puntate di vari tipi di Talk show, per affrontare il tema del genere di trasmissione, oppure si può attingere dalla sezione Rai Cultura, per affrontare con la struttura del talk show un tema, anche in un’ottica interdisciplinare. Infiniti contenuti si trovano, poi, nelle Teche Rai, grazie alla quale si potrebbero analizzare alcune questioni emergenti nell’evoluzione del storia televisiva; 

-      Ascoltarlo, osservarlo e analizzarlo;

-      Individuare i ruoli (conduttore, ospiti, ecc..);

-      Discutere e far valutare agli alunni;

-      Far preparare un testo in merito,

-      Mettere in scena il talk show.

-      Far emergere dagli studenti gli apprendimenti conseguiti sul processo e sulle proprie risorse.

 

Riferimenti Bibliografici

M. Aglieri “La TV che parla. Un percorso di Media education sul Talk Show” in  P. C. Rivoltella (a cura), “Educare per media. Strumenti e metodi per la formazione dei media education”, ISU Università Cattolica, Milano, 2005.

 

G. Bettetini, P. Braga, A. Fumagalli, Le logiche della televisione, FrancoAngeli, Milano, 2004 

 

V. Codeluppi, Il Tramonto della realtà. Come i media stanno trasformando le nostre vite, Carocci, 2018

 

L. Masterman (a cura di P.C. Rivoltella), A scuola di Media. Educazione, Media e democrazia nell’Europa degli anni ’90, La Scuola, Brescia, 1997

 

P. C. Rivoltella, Media Education. Modelli, esperienze, profilo disciplinare, Carocci, Roma, 2001

 


[1] http://www.teche.rai.it/programmi/bonta-loro/

[2] Nel testo farò spesso riferimento a questo saggio.

[3] L’autore rielabora il pensiero di Cesare Scurati.

[4] In una relazione educativa coincide con l’insegnante, nel talk show è il conduttore.

[5] In una relazione educativa coincide con l’alunno, nel talk show è lo spettatore.

[6] https://www.raiplay.it/programmi/tvtalk/

[7] https://www.raiplay.it/programmi/leparoledellasettimana