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Davanti al sultano con o senza barba? Iconografia francescana attraverso le opere della cappella Bardi in Santa Croce

di Lorenzo Mascheretti storico dell'arte, dottorando, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in collaborazione con Donata Grossoni Responsabile del servizio valorizzazione del Patrimonio culturale dell’Opera di Santa Croce

DOCUMENTI

 Doc. 1. Tommaso da Celano, Vita prima, 422

 Ma non riesce ancora a darsi pace finché non attui, con tentativi ancor più audaci, il suo bruciante sogno. E nel tredicesimo anno dalla sua conversione, partì per la Siria, e mentre infuriavano aspre battaglie tra cristiani e pagani, preso con sé un compagno, non esitò a presentarsi al cospetto del Sultano. Chi potrebbe descrivere la sicurezza e il coraggio con cui gli stava davanti e gli parlava, e la decisione e l’eloquenza con cui rispondeva a quelli che ingiuriavano la legge cristiana? Prima di giungere al Sultano, i suoi sicari l’afferrarono, l’insultarono, lo sferzarono, ed egli non temette nulla: né minacce, né torture, né morte; e sebbene investito dall’odio brutale di molti, eccolo accolto dal Sultano con grande onore! Questi lo circondava di favori regalmente e, offrendogli molti doni, tentava di convertirlo alle ricchezze del mondo; ma, vedendolo disprezzare tutto risolutamente come spazzatura, ne rimase profondamente stupito, e lo guardava come un uomo diverso da tutti gli altri. Era molto commosso dalle sue parole e lo ascoltava molto volentieri.

 Doc. 2. Bonaventura da Bagnoregio, Legenda Maior, cap. IX, 1173-1175

 A tredici anni dalla sua conversione, partì verso le regioni della Siria, affrontando coraggiosamente molti pericoli, alfine di potersi presentare al cospetto del Soldano di Babilonia. Fra i cristiani e i saraceni era in corso una guerra implacabile: i due eserciti si trovavano accampati vicinissimi, l’uno di fronte all’altro, separati da una striscia di terra, che non si poteva attraversare senza pericolo di morte. Il Soldano aveva emanato un editto crudele: chiunque portasse la testa di un cristiano, avrebbe ricevuto il compenso di un bisante d’oro. Ma Francesco, l’intrepido soldato di Cristo, animato dalla speranza di poter realizzare presto il suo sogno, decise di tentare l’impresa, non atterrito dalla paura della morte, ma, anzi, desideroso di affrontarla. Confortandosi nel Signore, pregava fiducioso e ripeteva cantando quella parola del profeta: Infatti anche se dovessi camminare in mezzo all’ombra di morte, non temerò alcun male, perché tu sei con me. Partì, dunque, prendendo con sé un compagno, che si chiamava Illuminato ed era davvero illuminato e virtuoso. Appena si furono avviati, incontrarono due pecorelle, il Santo si rallegrò e disse al compagno: “Abbi fiducia nel Signore, fratello, perché si sta realizzando in noi quella parola del Vangelo: Ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”. Avanzarono ancora e si imbatterono nelle sentinelle saracene che, slanciandosi come lupi contro le pecore, catturarono i servi di Dio e, minacciandoli di morte, crudelmente e sprezzantemente li maltrattarono, li coprirono d’ingiurie e di percosse e li incatenarono. Finalmente, dopo averli malmenati in mille modi e calpestati, per disposizione della divina provvidenza, li portarono dal Sultano, come l’uomo di Dio voleva. Quel principe incominciò a indagare da chi, e a quale scopo e a quale titolo erano stati inviati e in che modo erano giunti fin là. Francesco, il servo di Dio, con cuore intrepido rispose che egli era stato inviato non da uomini, ma da Dio altissimo, per mostrare a lui e al suo popolo la via della salvezza e annunciare il Vangelo della verità. E predicò al Soldano il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo, con tanto coraggio, con tanta forza e tanto fervore di spirito, da far vedere luminosamente che si stava realizzando con piena verità la promessa del Vangelo: Io vi darò un linguaggio e una sapienza a cui nessuno dei vostri avversari potrà resistere o contraddire. Anche il Soldano, infatti, vedendo l’ammirevole fervore di spirito e la virtù dell’uomo di Dio, lo ascoltò volentieri e lo pregava vivamente di restare presso di lui. Ma il servo di Cristo, illuminato da un oracolo del cielo, gli disse: “Se tu col tuo popolo vuoi convertirti a Cristo, io resterò molto volentieri con voi. Se, invece, esiti ad abbandonare la legge di Maometto per la fede di Cristo, dà ordine di accendere un fuoco il più grande possibile. Io, con i tuoi sacerdoti, entrerò nel fuoco e così, almeno, potrai conoscere quale fede, a ragion veduta, si deve ritenere più certa e più santa”. Ma il Soldano, a lui: “Non credo che qualcuno dei miei sacerdoti abbia voglia di esporsi al fuoco o di affrontare la tortura per difendere la sua fede”. Egli si era visto, infatti, scomparire immediatamente sotto gli occhi uno dei suoi sacerdoti, famoso e d’età avanzata, appena udite le parole della sfida. E il Santo a lui: “Se mi vuoi promettere, a nome tuo e a nome del tuo popolo, che passerete alla religione di Cristo, qualora io esca illeso dal fuoco, entrerò nel fuoco da solo. Se verrò bruciato, ciò venga imputato ai miei peccati; se, invece, la potenza divina mi farà uscire sano e salvo, riconoscerete Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio, come il vero Dio e signore, salvatore di tutti”. Ma il Soldano gli rispose che non osava accettare questa sfida, per timore di una sedizione popolare. Tuttavia gli offrì molti doni preziosi; ma l’uomo di Dio, avido non di cose mondane ma della salvezza delle anime, li disprezzò tutti come fango. Vedendo quanto perfettamente il Santo disprezzasse le cose del mondo, il Soldano ne fu ammirato e concepì verso di lui devozione ancora maggiore. E, benché non volesse passare alla fede cristiana, o forse non osasse, pure pregò devotamente il servo di Cristo di accettare quei doni per distribuirli ai cristiani poveri e alle chiese, a salvezza dell’anima sua. Ma il Santo, poiché voleva restare libero dal peso del denaro e poiché non vedeva nell’animo del Soldano la radice della vera pietà, non volle assolutamente accondiscendere. Vedendo, inoltre, che non faceva progressi nella conversione di quella gente e che non poteva realizzare il suo sogno, preavvisato da una rivelazione divina, ritornò nei paesi cristiani.

Fig. 1: Coppo di Marcovaldo, San Francesco predica davanti al sultano (Pala Bardi, part.), 1245-1250, Firenze, basilica di Santa Croce. Foto: Archivio fotografico dell’Opera di Santa Croce

Fig. 2: Giotto di Bondone, La prova del fuoco, 1320-1325, Firenze, basilica di Santa Croce, cappella Bardi. Foto: Archivio fotografico dell’Opera di Santa Croce

CHIAVE DI LETTURA DEI DOCUMENTI

Nelle raffigurazioni di san Francesco d’Assisi e dei fatti della sua vita eseguite tra il XIII e il XIV secolo prevalentemente nell’area centro-italiana – presso i luoghi legati in maniera diretta alla sua esperienza biografica e in seguito all’opera dell’ordine da lui fondato – si riscontrano variazioni iconografiche significative inerenti l’aspetto fisico del Poverello e la caratterizzazione di taluni episodi che lo videro protagonista. Simili differenze sono da imputare alle numerose versioni della vita di san Francesco che si diffusero a partire dagli anni immediatamente successivi la sua morte (1228), utilizzate come fonti testuali dagli artisti che si trovarono a tradurre in immagini la biografia francescana in cicli e singole opere.

Tra le prime agiografie di san Francesco, si ricorda la Vita prima del frate abruzzese Tommaso da Celano, scritta tra il 1228 e l’inizio del 1229, che divenne capostipite di numerose altre Vite o Leggende prodotte nei decenni seguenti. Per la precocità della sua datazione e la prossimità del suo autore al santo di Assisi – Francesco e Tommaso da Celano furono contemporanei e si conobbero – la Vita prima possiede un valore biografico eccezionale, pur con limiti letterari. Tuttavia la sua fortuna – proseguita con ampliamenti dello stesso Tommaso da Celano, corrispondenti alla Vita seconda e al Trattato dei miracoli, entro il 1253 – fu presto limitata dalla decisione, presa a Parigi nel 1266 dal Capitolo generale dell’ordine, di distruggere tutte le versioni della vita del Poverello precedenti quella data, in seguito alla compilazione da parte del maestro generale Bonaventura da Bagnoregio di un nuovo documento biografico sul santo fondatore, la Leggenda Maggiore (1263), che si presentava come testo unico e ufficiale della biografia di san Francesco. Le altre versioni furono considerate, da allora, vere e proprie fake news, ma in parte si conservarono e sono oggi note grazie a ritrovamenti fortunosi, come accadde ad esempio per la Vita prima, recuperata solo nel 1768.

Ripercussioni di questo aggiornamento delle fonti testuali si ebbero anche sulla produzione artistica. Se per tutto il XIII secolo la Vita prima di Tommaso da Celano fu il riferimento per gli artisti, come dimostrano i casi dell’immagine di Subiaco, di quelle di Margarito d’Arezzo, di Bonaventura Berlinghieri, di Cimabue e dello stesso Giotto nella basilica superiore di Assisi, a partire dalla fine del Duecento e nel corso del Trecento inizia a divenire più diffusa un’altra variante e l’auctoritas è rappresentata dalla Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio, con i suoi aggiornamenti. Ad essa si ispirano, ad esempio, gli affreschi raffiguranti san Francesco visibili nella basilica inferiore di Assisi, come il trittico della cappella di San Nicola, le decorazioni di ambito giottesco del transetto destro, le raffigurazioni di Pietro Lorenzetti e l’opera del Maestro di Figline; tuttavia, ancora nel XIV secolo, è possibile trovare casi isolati che si riferiscono all’iconografia precedente, come nel caso degli affreschi del senese Simone Martini, nella cappella di San Martino nella basilica inferiore di San Francesco ad Assisi.

Il segno più eclatante del cambiamento nella rappresentazione dei fatti della vita del Poverello è testimoniato da un suo dettaglio fisico, che scompare: egli non porta più la barba, come nelle raffigurazioni duecentesche e in accordo con il racconto autoptico di Tommaso da Celano, ma appare glabro in volto e rasato. Un simile cambiamento iconografico si lega in tutta probabilità all’ottica revisionista della corrente moderata dei conventuali francescani (in polemica con gli spirituali), che tendeva a rivedere le tematiche pauperiste del fondatore e a modificarne l’immagine, rendendolo più civile e allineato alle istanze, ai gusti e ai codici sociali della politica trecentesca, in una maniera gradita alla Chiesa e ai benefattori borghesi.

Nella basilica di Santa Croce a Firenze si trovano due cicli raffiguranti le Storie di san Francesco d’Assisi, entrambi originariamente conservati all’interno della cappella Bardi di Vernio, la prima a destra della maggiore, che bene rendono dimostrazione della variazione di cui si è detto. Sull’altare della cappella è stata a lungo collocata la pala lignea raffigurante il Poverello – barbuto – circondato da venti riquadri in cui sono illustrati gli episodi della sua vita, opera di Coppo di Marcovaldo. Le pose ieratiche e l’aspetto legato ancora ai modi bizantini collocano quest’opera entro la metà del XIII secolo e verso il 1245-1250. Il fatto, poi, che san Francesco non appaia rasato testimonia che l’artista abbia preso a riferimento probabilmente il testo di Tommaso da Celano. Ciò si ricava anche dall’analisi delle scene biografiche che attorniano la figura dell’Assisiate, fedeli alla scarna descrizione di Tommaso piuttosto che alla ricca e aggiornata versione di Bonaventura da Bagnoregio.

Sulle pareti della stessa cappella Bardi, come è noto, Giotto a sua volta affrescò dopo il 1317 e verosimilmente tra il 1320 e il 1325 i fatti della vita di san Francesco. A differenza della tavola duecentesca un tempo posta sull’altare, gli affreschi di Giotto traggono spunto dal testo della Leggenda Maggiore, come svela non solo il noto particolare fisionomico della barba, ma anche il trattamento degli episodi – qui numericamente ridotti – della vita del santo.

Tra i vari possibili, si propone il confronto delle due versioni dell’Incontro di san Francesco con il sultano, presente in entrambi i cicli. Nel testo di Tommaso da Celano (documento 1), l’incontro del Poverello con il sultano nel corso nel suo viaggio in Medio Oriente è narrato brevemente e si focalizza soprattutto sulla dimensione della parola, dell’eloquenza di san Francesco e dell’ascolto attento del suo interlocutore pagano: ecco dunque che, nella scena dipinta (figura 1), l’incontro con il sultano è trattato come una predica, con il santo raffigurato nella tradizionale posa di allocutio e i membri della corte del sultano seduti come auditorio. Nella Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio, di contro, è presente una descrizione dettagliata dell’incontro tra san Francesco e il sultano (documento 2), che si arricchisce per la prima volta di un episodio preciso, quello della prova del fuoco, che il Poverello stesso avrebbe proposto al sovrano per testimoniare la propria fede e sfidare la sua. Sebbene il fuoco non fosse mai stato acceso (il sultano infatti rifiutò, per la paura di una sedizione popolare), l’icasticità della narrazione muove gli artisti successivi a raffigurare un grande falò davanti al trono del sultano, come fa anche Giotto nell’affresco della basilica superiore di Assisi e in seguito in quello della cappella Bardi, dando prova di efficace realismo (figura 2).

L’incontro tra san Francesco e il sultano al-Malik al-Kamil (1179-1238) è realmente accaduto a Damietta, in Egitto, nel 1219: il santo intraprese il viaggio in un periodo di forti tensioni tra cristiani e musulmani, ai tempi della quinta crociata. A ottocento anni da quell’evento, è papa Francesco stesso a riproporlo come modello di un possibile cammino di fraternità tra cristiani e musulmani. Così lo ha ricordato nella sua visita negli Emirati Arabi Uniti (3-5 febbraio 2019), durante la quale ha firmato, insieme all’imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, una storica e impegnativa Dichiarazione in favore della fratellanza umana.

TRACCE PER L’ATTIVITÀ IN CLASSE

Gli studenti potrebbero essere divisi in piccoli gruppi e a ciascuno potrebbe essere assegnato il compito di confrontare le due versioni della vita di san Francesco, tramandate da Tommaso da Celano (Vita prima) e da Bonaventura da Bagnoregio (Legenda Maior), con particolare attenzione agli episodi in comune tra i due cicli della Pala Bardi e della cappella Bardi di Giotto in Santa Croce, che ai due testi sono rispettivamente ispirati. In seguito si potrebbe organizzare un dibattito in classe in cui ciascun gruppo mostra i risultati trovati e si procede insieme a un confronto generale tra le due tradizioni testuali e le loro ripercussioni sulla produzione artistica coeva e successiva.

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BIBLIOGRAFIA

-     Chiara Frugoni, Francesco e l’invenzione delle stimmate. Una storia per parole e immagini fino a Bonaventura e Giotto, Einaudi, Torino 2010

-     Luciano Bellosi, La pecora di Giotto, a cura di Roberto Bartalini, Abscondita, Milano 2015

-     Chiara Mercuri, San Francesco d’Assisi. La storia negata, Laterza, Bari 2016

-     Chiara Frugoni, Francesco, un’altra storia, Marietti, Bologna 2019

-     Massimiliano Felli, Vite apocrife di Francesco d’Assisi, Fazi, Roma 2020

-     Rosa Giorgi, San Francesco e il sultano nell’arte: immagini e immaginazione, in Giornate di archeologia. Arte e storia del Vicino e Medio Oriente, atti della V edizione (Milano, 9-11 maggio 2019), Fondazione Terra Santa, Milano 2020, pp. 135-156

 FAQ – DOMANDE E RISPOSTE

1. Quante fonti esistono riguardanti la vita di san Francesco?

È attestata una molteplicità di biografie di san Francesco, che deriva dalla fama di cui già in vita il personaggio godette. La pluralità di voci comporta tuttavia la difficoltà di poter verificare la loro affidabilità e ricostruire così un profilo storico verosimile del santo. Si segnalano in particolare, oltre alla Vita prima, Vita seconda e Trattato dei miracoli di Tommaso da Celano e alla Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio qui interrogate, la Lettera di Greccio, la Leggenda dei tre compagni, i Fioretti di san Francesco, il Sacrum commercium e la Lettera di frate Elia, nonché la preziosa testimonianza offerta da Dante Alighieri nel canto XI del Paradiso.

2. Quali sono gli episodi della vita di san Francesco in comune tra i due cicli della basilica di Santa Croce?

Gli episodi della vita di san Francesco in comune tra il ciclo della pala Bardi e quello degli affreschi dell’omonima cappella in Santa Croce sono: San Francesco rinuncia ai beni, Apparizione di san Francesco al Capitolo di Arles, Esequie di san Francesco, Approvazione della Regola, Incontro con il sultano e San Francesco riceve le stimmate.

3. Quali altri cicli francescani o singole immagini utilizzano le fonti agiografiche qui analizzate?

Alla Vita prima di Tommaso da Celano e alla Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio in maniera diversa si ispirano, tra le altre, l’immagine di san Francesco nel Sacro Speco di Subiaco, le due tavole di Margarito d’Arezzo conservate presso il Museo Nazionale d’arte medievale e moderna di Arezzo, la pala di Bonaventura Berlinghieri nella chiesa di San Francesco a Pescia, il dipinto attribuito a Cimabue e custodito presso il Museo della Porziuncola di Assisi, gli affreschi dello stesso Giotto nella basilica superiore di Assisi e, nella basilica inferiore, il trittico della cappella di San Nicola, le decorazioni di ambito giottesco del transetto destro, le raffigurazioni di Pietro Lorenzetti e l’opera del Maestro di Figline.