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Il territorio per sé: laboratorio di invenzione e innovazione per il lavoro dei giovani di Stefano Mazza - febbraio 2021

 

Fin dal Trecento a Genova la Magistratura dei Conservatori 

del mare aveva regolamentato e sancito il diritto al mugugno.

Vennero quindi stabiliti due tipi di ingaggi:

il primo prevedeva paga elevata e niente mugugno, 

il secondo paga decurtata e diritto a lamentarsi.

(Ius murmurandi)

 

 

Territorio, giovani e lavoro 

Quello che vogliamo affrontare è il tema del lavoro in connessione con i giovani e il territorio.

Il loro territorio, che nel suo essere specifico e articolato è lo spazio nel quale vorremmo rendere possibile attuare la progettazione, la regolamentazione e lo sviluppo dell'ambiente, perché possa essere il territorio di ognuno, uno spazio nel quale collocare la propria vita senza bisogno di fuggire.

La premessa è che non ci sono ricette. Fino a pochi anni fa c’erano. Era la società industriale. Si poteva continuare il lavoro dei genitori, o meglio del padre, perché era una società diversa, dove i padri detenevano il posto di lavoro unico o più importante. Non avveniva solo fra professioni, botteghe o mestieri, ma anche nell’arte che noi abbiamo adottato dall’ars latina però alterandone il senso, perché è la traduzione del greco tèchne, che significa abilità, tecnica, non l’arte come l’intendiamo ora. Eravamo quindi tutti, nel senso originario, più o meno figli d’arte, anche perché frequentando e ascoltando gli adulti (non c’era molto altro da fare) ci si appropriava un po’ delle loro abilità. Era talmente invalsa la tradizione che, persino nelle ferrovie, che era attività statale, il figlio aveva il diritto di subentrare e prendere il posto del padre, come spesso accadeva anche in fabbrica. Noi abitualmente ricordiamo solo le attività “nobili” trasmesse: l’attore con l’attore, il cantante col cantante etc, ma il fenomeno ha radici antiche e queste successioni sono solo quelle di cui più ci piace “mormorare”. È una tradizione arcaica, ad un tempo comoda ma, per certi versi, illiberale, perché instradava, spesso contro la propria propensione, verso l’attività di famiglia. Il mondo dietro di noi non era tutto rose e fiori, come spesso amiamo raccontarci, e certi retaggi si protraggono nel presente.

Se questa tradizione era caratterizzata dalla rigidità, e quindi dalla ricetta che dà precise indicazioni, l’oggi e soprattutto il futuro prossimo è e sarà caratterizzato dalla flessibilità, che significa capacità di riorganizzare le proprie mappe mentali con una frequenza molto maggiore. E la mappa non è la semplice acquisizione di informazioni, ma l’intreccio articolato fra queste, dove un elemento scorretto determina l’errore di tutta la catena. Intendiamo che una informazione, o ancor peggio una serie di informazioni sbagliate, confuse o ingannevoli, determina il fallimento nel raggiungimento dei propri obiettivi sia cognitivi che pragmatici. La dimensione complessiva in cui viviamo oggi è la knowledge society: “Società nella quale il ruolo della conoscenza assume, dal punto di vista economico, sociale e politico, una centralità fondamentale nei processi di vita, e che fonda quindi la propria crescita e competitività sul sapere, la ricerca e l’innovazione” (Treccani 2012, Lessico del XXI secolo). La capacità quindi di captare tendenze, direzioni e soprattutto percorsi alternativi[1] al mainstream, diviene fondamentale, così come l’acquisizione di competenze plurime, che possono permetterci di indirizzare, anche nel nostro “piccolo borgo” aspirazioni e innovazione. Il problema da affrontare, se alle origini della società digitale era il digital divide, cioè il diverso livello di disponibilità di mezzi e alfabetizzazione digitale, oggi e in futuro sarà proprio il divario della conoscenza.

 

Un mondo con differenti trasformazioni in atto 

Il mondo del lavoro sta decisamente cambiando. Questo rende necessario una riflessione sul suo senso e sulle direzioni che sta prendendo. Noi veniamo da decenni fecondi dove le società avevano bisogno della forza lavoro, qualificata o meno che fosse, in numero superiore all’offerta[2]. La trasformazione in atto con la massiccia digitalizzazione, l’incremento di connettività ultrarapida e l’avvento prossimo venturo di intelligenze artificiali di nuova generazione, è tale da rendere risibili le prestazioni attuali. Grazie alle nuove possibilità offerte dai computer quantici e dall’internet of things, il vantaggio offerto dall’essere nativi digitali, rimarrà solo una minima condizione di partenza. Il rischio è di rimanere spaesati, perché come consumatori saremo sempre al centro delle attenzioni e coccolati all’infinito dai più affermati produttori di tecnologia/gadget, dagli smartphone ai giochi e intrattenimenti sui vari device, sempre meglio profilati con il nostro implicito consenso soddisfatto. Ma ben altro discorso ci riguarda quando, da fidelizzati consumatori, passiamo allo statuto di produttori/lavoratori. Quando usciamo dal gioco per entrare nei giochi veri. 

Come racconta molto bene nel suo saggio Al posto tuo Riccardo Staglianò (2016) le macchine hanno sempre rimpiazzato gli uomini, lo facevano in primo luogo nei compiti pesanti, in fabbrica sostituendo gli operai. Ora dopo aver affiancato i colletti bianchi per anni, diventando sempre più intimi e preziosi, iniziano a sostituire il loro lavoro, il lavoro intellettuale che si riteneva ingenuamente privilegiato. Dice Staglianò: 

 

“In passato l’aumento della produttività dato dalla tecnologia si trasformava in più ricchezza per la società: se uno perdeva il lavoro in manifattura ne trovava un altro nei servizi. Ormai le macchine corrono troppo forte e distruggono più posti di quanti non riescano a creare. Web e robot, dunque, dopo globalizzazione e finanza, stanno uccidendo la classe media. Perché più le macchine diventano a buon mercato, più gli esseri umani sembrano cari in confronto”

 

Ma non solo. Una singola lezione di matematica, di un bravo professore giapponese, ha avuto quattordici milioni di collegamenti. Potenzialmente sostituendo 450.000 ore di lezioni in aula. Non dobbiamo pensare che tutta la sostituzione sia robotica, è anche umana per via tecnologica.   

Quello che farà la differenza, in un futuro molto prossimo, sarà la capacità di intercettazione di bisogni autentici rispetto alle forzature artificiali dell’oggi che favoriscono il lavoro automatizzato. Per esempio: se non capisco che andare a bere un caffè, spesso, significa scambiare due parole con il barista e gli altri eventuali avventori del locale, e concentro la questione sul risparmio economico, sostituirò il bar con un chiosco automatizzato. La sottolineatura del bisogno, il caffè nel caso, viene enfatizzata, mentre il vero bisogno è relazionale e riguarda spesso il gioco della nostra identità, il riconoscimento e il gruppo di appartenenza. Pensiamo anche solo ad un dialogo tipico al bar come: “(signor) Giovanni, il solito?” “Si grazie, oggi prendo anche un cornetto” Se hai (ha) un minuto sto sfornando quelli caldi”. “Certo, grazie (Luigi)”. Comprendiamo facilmente che, con quell’euro che verseremo alla cassa, compriamo ben di più e di più necessario della tazzina di caffè. 

Ma lo stesso se pensiamo ad una libreria, fra l’altro elemento di partenza da cui un gruppo enorme come “Amazon” ha insidiato il mercato dei dettaglianti, fino a compromettere seriamente tutto il comparto. Quale libreria era insostituibile? Quella dove oltre i libri c’era relazione, ascolto, competenza, magari anche sconto. Erano poche, ma erano un esempio, certo, in un mondo di potenziali curiosi e lettori. È quindi colpa di Amazon? No, sa fornire un servizio apparentemente eccellente. Posso scegliere tramite accurate descrizioni, leggere i commenti agli articoli in vendita, confrontarli in dettagli e costi, avere la certezza della sostituzione se non soddisfacenti e soprattutto posso ordinarli stasera e vedermeli recapitare domani, e se non sono a casa, al più vicino deposito volante dove passerò a ritirarli tornando. Non è magia, ma l’opportunità offerta dalle nostre società, a livello di governance dei processi economici, che faticano a stare al passo della tecnologia e non riescono a trovare un accordo per regolamentare queste aziende che vivono in una situazione di assoluto privilegio economico (tassazione minima, stipendi bassi, contrattazione dei costi da posizione dominante, etc) e riescono così a stravincere la loro battaglia commerciale. Ecco la ragione di quel apparentemente.

Se questo stato di cose fosse ineluttabile, un destino immutabile, non varrebbe la pena di parlarne. Ma non lo è, o quantomeno non lo sarebbe, a condizione di voler prendere parte attiva agli sviluppi futuri, anziché compiacerci ingenuamente in quella specie di riedizione del romano panem et circenses che (senza demonizzazioni) è la vita online, quando si presenta come immersiva ed esclusiva e nella quale sembriamo vivere in uno stato di coscienza ridotta.

 

Quale futuro per il lavoro

La società è in cambiamento a velocità che sopravanzano la nostra capacità “normale” di reazione e il futuro che possiamo prospettare prevede lo sviluppo di creatività[3] che siano in grado di permettere adeguate riletture della realtà e il recupero della partecipazione alla costruzione delle mega polis nelle quali viviamo. Ma non stiamo andando in quella direzione. Sembra che ci si crogioli sulle opportunità residue e su speranze insensate che “ce la si possa cavare”. Dobbiamo ricordarci che non c’è là fuori qualcuno che pensa a noi e a risolvere i nostri problemi, se noi non diventiamo interlocutori attivi e propositivi. Ma per esserlo dobbiamo iniziare ad acquisire consapevolezza sullo stato delle cose e riflettere sul fatto, ampiamente celato, che il mondo gira in base a precise scelte di potere, quel potere difficilmente identificabile (senza dover pensare ad improbabili complotti). 

Quello che ci interessa è evidenziare la necessità di adeguati strumenti cognitivi che ci permettano di comprendere i testi, che sono tutte le comunicazioni che ci circondano. Non possiamo individuare le direzioni e le trasformazioni verso cui le società tendono, né ipotizzare nostre interazioni e ipotetici cambiamenti senza filtrare e interpretare ciò che ci perviene come rappresentazione della realtà. La lingua e le parole interferiscono con la realtà molto più di quanto immaginiamo e questa incomprensione rischia di renderci marginali.

Porre prime pietre di nuove iniziative, proporsi come motore della vita sociale del territorio, cercare di favorire opportunità significa evitare quell’inganno o autoinganno che si possibile emergere dalla passività attraverso simulazioni fatte di rifiuti, violenze e vandalismi che finisce per aumentare marginalità e disagio. 

Di fronte alla ovvia predominanza a venire dell’artificiale, in un mondo determinato dal pensiero calcolante, l’opportunità che ci viene offerta è quella di mantenere forti le prerogative dell’umano che si fa coadiuvare, senza rigettarla, dalla tecnologia, ma non ne fa il proprio spirito guida, la soluzione di tutto, quandanche questa spesso sia il problema.

Le premesse che abbiamo presentato vertevano sulla necessità, per darsi una prospettiva, di passare da una posizione passiva di attesa, ad una posizione attiva di proposta e di richiesta. Proprio questa situazione in movimento delle nostre società offre una grande opportunità di lavoro e professionale che transita dal necessario cambio di passo ambientale che sta avanzando. Questo significa che possono nascere nuovi e ancora sconosciuti lavori di concezione innovativa, oltre i green jobs come li intendiamo, che sono “quelle occupazioni nei settori dell’agricoltura, del manifatturiero, nell'ambito della ricerca e sviluppo, dell'amministrazione e dei servizi che contribuiscono in maniera incisiva a preservare o restaurare la qualità ambientale” (Unep, United Nations Environment Programme). Una miriade di nuove attività che vanno dal cuoco sostenibile, consapevole delle produzioni a chilometro zero, dei marchi di qualità, delle produzioni biologiche e di no waste, all’esperto in gestione dell’energia responsabile dell’acquisizione dalle varie fonti di energia. Dal tecnico edilizio esperto di materiali sostenibili, dell'uso di nuovi materiali e di nuovi processi di edificazione, agli specialisti nell'installazione e nella manutenzione dei macchinari industriali di nuova concezione. Dal giurista ambientale, idoneo a gestire diatribe e questioni di sostenibilità all’informatico ambientale in grado di implementare le applicazioni domestiche dell'internet delle cose, compresi la domotica, impianti di riscaldamento, gestione a distanza degli elettrodomestici, fino ad esperti economici che sappiano dare impulso allaconversione green di gran parte delle attività industriali e orientarsi nella miriade di bonus, incentivi, certificati inerenti il nuovo mondo della sostenibilità ambientale.

Ma va indagata la trasformazione dell’economia lineare in economia circolare attraverso l’emersione dalla visione classica del marketing, che rischia di comprimere le opportunità della società che si sta rinnovando, rimanendo legata a principi strettamente economici. Va adottato uno spirito differente da quello passato, al di fuori di un mainstream che tende stancamente a riprodursi. Dobbiamo ipotizzare di far coprodurre alle giovani generazioni, adottando percorsi preliminari di ascolto, attraverso possibilità come forme diffuse di focus group, o percorsi come gli open space tecnology[4]. Per questo dobbiamo pensare di sostenere i giovani adeguatamente nel cammino, con chiarezza metodologica, verso il destino professionale che si costruiranno. Provvedendo a dare spazio, non tanto ad una generazione in quanto tale, che rischia di essere pura retorica, quando poi li si abbandoni a sé stessi. E’ il pensiero laterale che va favorito solo, o più spesso concesso ai ragazzi dalla “ignoranza creativa[5]”e dalla temerarietà che li distingue, quando non vengano mortificati dalla passività conservativa. 

 

Esempi operativi

1 Attivare il lavoro in smart working rimanendo sul territorio, senza trasferimenti forzati, organizzato in gruppi e spazi attrezzati. Sulla base dell'esperienza del lavoro da casa sviluppato massicciamente nell’ultimo anno, ma senza la frustrante dimensione isolata dell'home working, anzi in una rete centrata sulle relazioni sociali. Utilizzando il patrimonio edilizio esistente e parzialmente dismesso.

 

2 Ripensare il territorio in generale e in particolare il proprio territorio perché da una parte vanno studiate nuove condizioni di sviluppo. Evitando gli slogan di un marketing improntato sullo sfruttamento delle mozioni di difesa e salvaguardia dell'ambiente attraverso ingannevoli politiche e campagne di green washing e si occupino realmente di tutela del territorio, soprattutto nei confronti dell'uso smodato del suolo attraverso l'indebita trasformazione e addirittura elaborazione dei piani territoriali al di là di qualsiasi ragionevolezza che ne hanno stravolto l'uso.

 

3 Creare e implementare strumenti, come portali ed app, che in proprio sappiamo valorizzare culturalmente ed economicamente il territorio. Per evitare la colonizzazione esterna e multinazionale del modello “Airb&b” che drena massicce quantità di denaro alla comunità senza vantaggi che non possano essere azionati autonomamente attraverso la creazione di adeguate interazioni di rete fra finanziamenti, formazione, alfabetizzazione e creatività digitale delle giovani generazioni.

  

 

 



[1] cfr Il pensiero laterale di E. De Bono

[2] L’epoca del posto fisso così ben raccontato dall’attore Checco Zalone in Quo Vado? (regia di Gennaro Nunziante), moderna satira di una diffusa condizione sociale al tramonto.

[3] Non intendiamo qui l’attitudine pseudo artistica cui spesso ci si riferisce con il termine creatività, ma la capacità di creare nuove connessioni fra elementi, uscendo dall’ovvietà dei comuni collegamenti. Chiunque in qualsiasi lavoro o attività è creativo nel momento in cui pratica tale forma dell’innovazione.

[4] Cfr. OST Owen

[5] Ignorare permette di arrischiare nuove vie