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Il territorio per gli altri: risorsa da riscoprire per giovani locali (e turisti) di Stefano Mazza - febbraio 2021

…che il piacere del viaggio dipenda forse più dall'atteggiamento 

mentale con cui partiamo che non dalla destinazione scelta. 

Se solo riuscissimo a vivere il nostro ambiente quotidiano con lo

spirito del viaggiatore, dunque, potremmo scoprire che esso

non è affatto meno interessante degli alti passi montani e delle 

giungle popolate di farfalle del Sudamerica di Humboldt.

L’arte di viaggiare - A. de Botton 

 

Il nostro riferimento ai giornali in questo caso non seguirà la strada analitica, ma sarà sintetico e cercherà di cogliere delle indicazioni tematiche un po’ laterali. Prenderemo spunto da due articoli: il primo tratta il tema dei possibili attacchi hacker ad essenziali strutture pubbliche, nello specifico in una cittadina vicino Tampa negli Usa. La notizia è quella allarmante del tentativo di manipolare il sistema che presiede alla composizione delle acque nell’acquedotto della città, gestito per via informatica, e di alzare il contenuto di soda di cento volte fino a livelli tali da rendere l’acqua potabile intossicante, se non letale. Gravissimo ovviamente, ma ciò che ci interessa qui è l’esordio dell’articolo: “Ragazzini smanettoni annoiati a caccia di nuovi giochi col brivido”. Si tratta della prima fra più ipotesi, ma è sintomo di due differenti fenomeni. Il primo che, al di là della competenza dovuta alla natività digitale, ai “ragazzini” viene attribuita una capacità abbastanza stupefacente, immaginando che l’appalto della gestione informatica dell’acquedotto sia stata data a società assolutamente consapevoli del problema e della sua pericolosità. Questo se non contestato significa attribuire ai ragazzi non strutturati, ma semplicemente smanettoni, come qui definiti, una preparazione straordinaria e una capacità ideativa notevole. Dall’altra parte gli viene attribuita una condizione di marginalità da far paura, e proprio questa sarebbe la causa scatenante ipotetica di un attacco tanto perfido. Ecco per il primo articolo partirei solo da questi due elementi che riguardano il futuro dei giovani, del lavoro e del territorio. E dalle potenzialità spesso mortificate, sacrificate o negate scambiando l’effetto del distacco sociale con la causa che lo determina. Se sono tanto bravi, perché invece di stimolare positivamente le loro potenzialità vengono lasciati a rimuginare odi sociali ai margini del mondo civile?

Il secondo articolo riguarda il tentativo di ripresa del turismo in Grecia per la prossima estate. Viene proposta una piccola soluzione a fronte della grande pandemia, quella di vaccinare residenti locali e stranieri su alcune isole per renderle immuni e quindi, in questa epoca funzionali alla ripresa a pieno regime delle attività turistiche, per loro fondamentali. Un frammento del testo: “Poche migliaia di persone, ma su quelle isole le potenzialità ricettive si contano a decine di migliaia. Per ogni isolano vaccinato vanno calcolati almeno 10 potenziali turisti durante l’intera stagione”. Lo spunto in questo caso è la messa in gioco della flessibilità delle idee, senza infingimenti (certo sembra un privilegio la precedenza nella vaccinazione). Aggirando anche i blocchi burocratici che solo una leggerezza di pensiero permette, e quello giovanile in particolare. Mentre la pesantezza della burocrazia nasce spesso dalla rigidità che la implementa e sorregge, frutto di intoccabili e indicibili privilegi. 

 

L’occupazione del tempo libero

Chi aveva una casa da affittare per vacanze qualche anno fa, quando io ero un ragazzo, poteva tranquillamente affidarsi al passaparola, appendere un annuncio in qualche bacheca o affidarsi ad una agenzia. E qualcuno avrebbe colto l’occasione perché l’incontro fra domanda ed offerta era bilanciato da scelte simili, modi di vita e aspirazioni abbastanza condivise. L’idea e il modo in cui trascorrere le proprie vacanze, il proprio tempo libero in versione estiva (le ferie) in fondo si assomigliavano fra gli uni e gli altri: mare, montagna o piccoli viaggi a visitare città d’arte. 

Per i viaggi importanti il sud America, il Giappone o l’Isola di Pasqua, in base a gusti e possibilità economiche, si mettevano via i soldi per anni perché i costi di viaggio erano importanti e l’organizzazione, data l’occasione unica o quasi, era lunga e meticolosa. Le prime appagavano desideri di evasione e riposo, i secondi curiosità e sogni che si instauravano nei modi più diversi, dai racconti di amici fortunati alle immagini degli atlanti visti da ragazzini con quella bella sensazione di conoscenza e libertà che il viaggio prometteva. 

Contrariamente a quanto si possa immaginare dagli affollamenti estivi nei luoghi di villeggiatura, in Italia non si è mai andati oltre il 50% della popolazione per quanto riguarda l’uso del tempo libero al di fuori della propria abitazione e negli ultimi anni la percentuale si è abbassata e si sta avvicinando al 40%. 

Il turismo per come lo conosciamo noi, nella sua forma canonica, come manifesta la parola stessa, nasce come tour, come giro, tanto che il vocabolo in italiano accreditato alle origini è “tourismo”. E se è uso attribuire la sua invenzione a Thomas Cook, che a metà ottocento in Inghilterra penso di caricare 500 persone sul treno che percorreva la prima tratta disponibile all’epoca e portarle da Leicester a Loughborough, circa trenta chilometri, in esplorazione, inaugurando la stagione del viaggio organizzato, rimane che il tour(ismo) è nato e ha sempre seguito l’evoluzione dei mezzi di trasporto per arrivare oggi, nel periodo pre pandemia, al boom straordinario dei viaggi aerei low cost e di converso all’alloggio “Airb&b, che hanno rivoluzionato totalmente il canone del turismo. Con le connesse problematiche ambientali: volano nel mondo in una giornata circa 50.000 aerei commerciali e secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente (Eea) questo provoca l’immissione nell’atmosfera di 285 grammi di Co2 per km/passeggero, mentre un treno ne produce solo 14 un’auto 104.

Prima di Cook e della sua intuizione che si innestava sul desiderio di conoscere di popolazioni che spesso non erano andate fuori dal proprio villaggio se non talvolta per le nozze o ahimè in guerra, o magari per una sporadica quanto stupefacente gita a vedere il mare la prima volta, un viaggio se lo potevano permettere solo i rampolli di famiglie altolocate e le loro esplorazioni si chiamavano Grand tour. In realtà quelli erano ancora viaggi veri e propri perché, come raccontano i protagonisti, che talvolta erano o sarebbero diventati letterati, come Stendhal, Gothe o Mann, erano percorsi di formazione, avventura o di ricerca. L’organizzazione non era dissimile da quella di chi viaggiava non per piacere ma per lavoro. 

C’era anche chi a Torino, costretto a casa per 42 giorni a causa di quelli che oggi chiameremmo arresti domiciliari, causati da un duello vietato, e si chiamava De Maistre, il viaggio decise di organizzarlo “intorno alla sua (mia nel titolo) camera” e il racconto che ne è scaturito ricorda un po’ quei diari di viaggio che in varia forma da sempre, da Pigafetta[1] intorno al mondo fino ai social, lo accompagnano. Quello che sarebbe venuto dopo Cook invece era viaggio organizzato.

Negli anni tra le due guerre mondiali, questo tipo di viaggio lo praticarono le classi medie, grazie al low cost dell’epoca che riguardava i treni. Grazie ad un tenore incrementato e ancora ad un miglioramento complessivo e alla maggiore accessibilità dei vari mezzi di trasporto, l’opportunità di effettuare viaggi e turismo, con il boom economico italiano negli anni ’60, si allargò a quel dato del 40/50% di cui abbiamo parlato.

Le nuove forme del turismo

Forse il desiderio di raccontare al ritorno la propria avventura è sempre stata uno dei motori del viaggiare, ne dà atto, da sempre, quella forma del racconto popolare che è il diario di viaggio, in parole e immagini, e la sua versione raffinata che è la narrativa di viaggio, detta anche letteratura odeporica, oggi riletta in termini social negli straripanti post dei vari new media.

Viaggiare oggi o anche solo spostarsi è segnato dalla profilazione meticolosa delle maps e delle earthcontemporanee laddove le antiche carte riportavano il senso dello sconosciuto, sempre pericoloso, quell’altrove definito hic sunt leones, che non suscitava certo il desiderio di comodi safari, ma semmai l’avventura vera e propria degli impavidi che avessero deciso di provarci. E comunque come un eco instillava nell’anima un desiderio di conoscenza che ricorda quel Au fond de l'inconnu pour trouver du nouveau (Per trovare del nuovo sul fondo dell'ignoto) scritto daBaudelaire ne I fiori del male.

Necessitiamo di una identità, e non solo quella anagrafica, talvolta anche fittizia[2]. Frutto essenzialmente di un fenomeno relazionale, perché sono gli altri che ci attribuiscono l’identità, e non costruzione interiore, come spesso ingannevolmente ci raccontano e ci raccontiamo, ecco che viene naturale che ci esponiamo al confronto con l’altrove, col viaggio, all’incontro con l’altro, che fa da sponda alla nostra identità attraverso la sua differenza. Diverse normalità che dovrebbero permetterci di riconoscere la nostra propria normalità. Più esigenza vitale personale che realtà, perché, ancor più in un mondo globalizzato, le normalità, presunte diverse, si assomigliano alla fine un po’ tutte. E alla fine dei conti (oggi) le differenze che avevano acceso gli animi con l’idea dell’avventura e della conoscenza sembrano essere poca cosa. Ecco che allora, come diceva lo scrittore e semiologo Umberto Eco, il viaggio più avventuroso si svolge nella propria stanza e i migliori compagni di viaggio sono quei meravigliosi contenitori di tutte le sfumature del mondo che sono i libri.  

Diversi anni fa è nato un tipo di turismo nuovo che rispondeva a due esigenze: differenziare i livelli di possibile scelta e offrire una alternativa alla vacanza organizzata che assumeva, verso i più alfabetizzati o anche con maggiori disponibilità finanziarie, un carattere un po’ claustrofobico, di massa e la massa, si sa, può essere opprimente. Non a caso per la nicchia più rilevante economicamente nel frattempo sono stati inventati i resort termine derivato dal francese “resortir”, uscir fuori, riferito al trovare un rifugio lontano dalla propria quotidianità e dalla folla appunto. Nacquero le vacanze attive, cioè integrative delle attività di movimento già rappresentate dal viaggio e furono introdotti, a seconda delle stagioni, la settimana bianca o il trekking, il cicloturismo o le strade del vino e della enogastronomia. 

In parallelo sollecitato da tv ed editoria furono inventate le vacanze intelligenti, vacanze dove il turista oltre a superare la passività della villeggiatura o della visita con la guida, impara ingegnandosi a costruire percorsi personalizzati con la piacevole sensazione di una esperienza unica e arricchente culturalmente.   

Come è ovvio il marketing è pronto ad appropriarsi di tutto ciò che può avere l’aspetto di merce e anche il viaggio, per breve che fosse, già a partire da Cook subisce il trattamento, che è non solo intercettazione di bisogni, ma anche costruzione di bisogni e delle relative soluzioni economicamente vantaggiose. Ma esiste solo questa strada che in fondo porta a ricette spesso fallimentari perché pensate con l’idea della omogeneizzazione seriale, a favore di economie di scala e poi pedissequamente utilizzate in condizioni di contesto differente e quindi inadatte? Vedremo. Procediamo con alcune considerazioni sull’ambiente.

 

L’ovvio e il naturale come rappresentazione ingannevole

Il nostro ambiente classico, cioè per come abbiamo avuto modo di conoscerlo per via diretta, frequentandolo, sta modificandosi con una rapidità impensabile anche solo agli esordi del nuovo secolo. Se avessimo dovuto azzardare quali sarebbero stati gli attributi del cambiamento, avremmo potuto ipotizzare che la trasformazione principale, dati certi stili di vita, difficilmente modificabili nel sistema di sviluppo economico a crescita continua ed infinita di cui siamo protagonisti, avrebbe riguardato i cambiamenti climatici. Non si può fermare l’accumulo di gas serra equivalenti, giunti a quasi 400 parti per milione, cioè più del doppio del valore attestato nell’epoca di esordio dell’avventura industriale, vista, volta a volta, come emancipazione e/o dannazione dell’umanità. Impossibilitati a frenare in tempo per mitigare il fenomeno, senza il pieno accordo degli stati, delle multinazionali e dei cittadini, saremmo finiti per via inerziale nell’era, non a caso definita Antropocene, di una nuova condizione climatica: il global warming. Condizione che ad ogni nevicata abbondante o fuori zona i furbetti, non si capisce bene se alle dipendenze occulte dei potentissimi estrattori di combustibili fossili[3], semplicemente alla ricerca di un po’ di notorietà, come presunti antagonisti di nuovi complotti (?!) a favore di politiche green, o solo decisamente ignoranti le cognizioni scientifiche acclarate, dichiarano immediatamente falsa, manipolatoria, fantasiosa, inventata. Confondendo, non innocentemente, il clima, che riguarda tempi la cui misura è determinata da decine di anni (30 di base) e il meteo che riguarda, al di là dei tanti oracoli circolanti, circa i 3 giorni successivi alla previsione (a distanza di una settimana ci si prende parimenti –è stato provato- lanciando una moneta, senza scomodare i super computer). 

Cosa saranno in sintesi i cambiamenti climatici che riguarderanno i nostri territori a breve, e sarebbe un grave errore progettare il futuro senza tenerne conto: tropicalizzazione dei climi temperati e estremizzazione degli eventi, sia in quantità che in potenza, temperature che complessivamente si alzeranno, con tutte le conseguenze nel bene o nel male, tanto, che questo comporterà, se non verranno adottati i principi di adattamento allo studio e necessari più di troppo tardive mitigazioni. Non credo ovviamente che questa ipotesi sia remota anzi, si sta affacciando sia nell’altrove, sia qui, da noi magari con intensità ancora abbozzata. 

Penso sia necessario considerare il secondo grande cambiamento in atto, avvalorando la predizione espressa dal controverso filosofo Martin Heidegger (La questione della tecnica,1953) che sosteneva che noi non avremmo abitato più la natura ma la tecnica, dato che l’uomo è stato sradicato dalla terra. Una situazione ancor più grave, sosteneva, perché si tratta di una disposizione mentale, quella di guardare l’universo solo sotto il profilo dell’utilità, rendendo necessario riconoscere il ruolo che la tecnica ha nel modellare lo stare al mondo dell’uomo. 

Una questione di sguardo: dire che l’ambiente in cui viviamo è Tecnica è ben diverso dal pensare che molta tecnica (o tecnologia, in questo senso omologhi) ci circondi. Entrambe le situazioni, sempre più evidenti implicano una questione di linguaggio e conseguentemente di pensiero. Di modi e parole per nominare i fatti e quindi per differenziarli e conoscerli. Se sul tema dei cambiamenti climatici si affaccia, in contrapposizione al linguaggio della scienza, il gioco delle retoriche costruite ad arte per ingannare ed emerge potente la dimensione del potere e della forza che ancora agisce per contenere il cambiamento, dall’altro lato come sostiene Heidegger, “il pensiero calcolante”[4] diviene il linguaggio unico che utilizziamo per leggere la realtà e la tecnica è il nostro habitat “naturale”.

Se vogliamo pensare ad una considerazione del territorio che non sia solo perpetuazione dell’esistente e che non faccia di ogni nostro pensiero una retorica dell’ambiente, delle tradizioni, delle radici, del mondo bucolico, del bel vivere di una volta, dobbiamo cambiare in primo luogo il linguaggio. Cosa manca al linguaggio calcolante? Ce lo dice sempre il filosofo tedesco, la tecnica non considera né l’uomo né le sue passioni, è razionalità pura. I valori che diffonde sono solo efficienza e produttività, le passioni diventano elementi di disturbo e vanno messe a lato. Ma l’uomo è anche irrazionalità e amore, dolore, fantasia, immaginazione, ideazione, bellezza, sogno sono elementi che albergano necessariamente nella vita umana. Sempre Heidegger ipotizza che l’unico modo di uscire da una lingua che ci assedia e ci limita alla razionalità sia cambiare e trasformare il linguaggio adottando, come esempio possibile, la lingua della poesia che dei sentimenti umani ha fatto lo scopo della propria indagine.

 

 

Innovare e trasformare 

Il mondo si sta attrezzando sul doppio binario reale/virtuale, in cui visibilità, popolarità e identità passano inderogabilmente per la condivisione sui social media di ogni nostra più intima esperienza. L’alternativa sembra giocarsi fra essere brandizzati dagli status acquisiti: acculturati, sportivi, mondani, eleganti, altolocati o gaudenti (ma le etichette sono molteplici) o essere riconosciuti come esploratori, innovatori, scopritori etc, ed esercitarsi nel raccontare e ricostruire dettagliatamente ciò si è saputo rintracciare e vivere, attraverso l’esposizione social dei reperti raccolti sul campo. Allora vogliamo pensare che sia lecito e necessario tentare strade differenti dalla colonizzazione dell’inconscio che il marketing o anche le forme innovative come il desiring[5], elementi ormai più o meno invisibili e laterali, che rispondono a nuovi criteri di reperimento dati significativi e sensibili di ognuno. 

Ciò che viene messo in campo è una simulazione di personalizzazione delle attività immaginabili che soddisfi, come detto, l’opportunità di andare a caccia di qualcosa degno di essere raccontato e non la possibilità di vivere effettive esperienze. La parola per come viene messa in campo nelle vacanze esperienziali è paradossale perché, nella costruzione fittizia, seriale e predisposta, delle esperienze “vivibili”, non c’è proprio nulla, solo il loro simulacro, un gioco di inganni. Quelli che in questo senso località, alberghi, associazioni di promozione del territorio includono come pacchetti extra per arricchire il viaggio di scoperte “raccontabili” sulla base delle ricette predisposte. Spesso simili una all’altra, incentrate su parole d’ordine di storyliving e storytelling o di viaggi “ispirazionali” (potenziale esperienza di uno scambio) che intercettano il bisogno precostituito di recupero di identità e umanità in contrapposizione all’alienazione del quotidiano, spostando l’attenzione dai luoghi, con le loro classiche attrazioni, verso le persone e le loro storie e la promessa di entrare in contatto vero (esperienziale ed emozionale) con i locali.

Il territorio che stia cercando nuove strade per se stesso, nella medesima direzione, attraverso il brandingterritoriale, corre il rischio di incappare nella stessa stanca attitudine dell’advertising che spinge verso la produzione e riproduzione del medio, dell’uguale, del conformato, il cui risultato non è l’esaltazione delle caratteristiche di un luogo, ma la proposta di ricette promozionali spesso inefficaci e noiose nell’essere l’infinita proposizione di ciò che altrove per qualche motivo ha funzionato.  

Il senso della messa in opera dei giovani non è caritatevole assistenzialismo, come spesso è accaduto, senza produrre risultati significativi. È invece una strutturazione che pone le fondamenta su due capisaldi: la capacità innovativa, connettiva, vigorosa e curiosa di affrontare problemi dei ragazzi, quando invece di stigmatizzarli ed emarginarli nel vuoto di un futuro cancellato o preconfezionato li si rende consapevoli e protagonisti. Certo con l’appoggio degli adulti, già inseriti nel tessuto produttivo e relazionale, non paternalistico e direttivo, che vanificherebbe ogni tentativo, ma logistico, strutturante e a supporto sia economico che organizzativo.

L’impiego dei giovani attraverso l’utilizzo di nuove tecnologie che sono spesso il loro codice di base, come le app, la realtà aumentata, i totem implementati e diffusi sul territorio, come specifiche di indirizzo e accompagnamento coniugate con uno studio dei luoghi che sappia trovare specificità non immediatamente evidenti; segreti, leggende, storie, filiere, percorsi. L’aura dei luoghi che sappia risuonare nel pensiero e nel desiderio del viaggiatore/turista, insieme a forme della partecipazione realmente locali. È una delle opportunità di impegno e lavoro nel proprio spazio vitale visto con nuovi occhi. Un percorso da costruire insieme. 

 

Alcuni proposte esemplificative dell’esistente

A Modena, un mastro acetaio racconta il segreto dell’aceto balsamico, offendo la possibilità di portarsi a casa bottiglie personalizzate, realizzate in proprio scegliendo tra diversi aromi.

A Grasse, villaggio sopra Nizza, nelle antiche officine del profumo (Fragonard per esempio) si possono realizzare personalmente nuove essenze, guidati da tutor nei vari passaggi, esperienza possibile anche per i bambini.

Tra le colline della Maremma toscana si sperimenta il foraging, particolare escursione in cui il turista, guidato raccoglie i prodotti in natura in base alla stagione, dai funghi ai fiori (edibili) alle erbe aromatiche. 

Si esplorano le spiagge dei mari del Nord, alla ricerca di “fiori colorati, pratoline, fiori di acacia e foglie di acetosella” che riservano nuove gamme di sensazioni e nuovi ingredienti inimmaginabili. È la nuova cucina nordica (il ristorante Noma di Copenhagen, dal 2004) che ha portato in tavola licheni, bacche e cortecce trasformandoli in elementi gourmand). 

 

Ipotesi di lavoro percorribili

1 Lo sviluppo di una biodiversità spazio temporale che eviti per esempio la monocultura turistica che già si stava studiando per i cambiamenti climatici e ha dimostrato la sua importanza nella crisi pandemica dove per esempio la monocoltura delle attività come lo sci (ma vale per tante altre) passando attraverso il nodo problematico dell'assembramento agli impianti. 

2 L'utilizzo della modalità dell'albergo diffuso come strutturato da Giancarlo Dall'Ara[6] che soprattutto in zone non già predisposte per l'accoglienza possono supplire questa mancanza, con questa modalità sicuramente innovativa e particolarmente apprezzata dagli utenti/turisti, che possono vivere la dimensione umana del territorio in forme di efficace e reale turismo esperienziale. Anche qui è ovvio che l'inventiva e la disponibilità all'azzardo creativo vanno supportate da adeguate strategie di supporto adulto, per esempio attraverso la messa a disposizione di spazi presenti da attrezzare alle nuove funzioni.

3 La strutturazione di percorsi reali e virtuali per esempio in realtà aumentata, come in app o con strutture fisiche che possono ridefinire attraverso la rilettura dell'esistente al di là dell'usuale e dello stereotipo, nuovi tracciati fisici e mentali di un territorio. 

4 Creazione di piccoli parchi tematici o percorsi d'arte o anche biografie di vite vissute in loco e non necessariamente grandi avventure o vicende straordinarie, che permettano di percepire il magico che ogni luogo possiede attraverso la sua storia, le sue vicende. Al di là delle ricette e delle formule della promozione territoriale costruite sul mito omogeneizzante dello storytelling e dell'esperienziale entrambi, come detto, spesso fasulli perché recitati e non reali. 

 

 

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Stati Uniti

Mistero hacker in Florida: un clic da remoto per avvelenare la rete idrica. Prove di cyberwar? 

Un criminale è entrato nei computer dei gestori dell’acquedotto di Oldsmar, cittadina vicina a Tampa, e ha cercato di aumentare di 100 volte la dose di soda caustica nell’acqua. Pericolosa bravata o addirittura atto di cyberguerra? Indaga l’Fbi

di Massimo Gaggi

Ragazzini smanettoni annoiati a caccia di nuovi giochi col brivido. La vendetta di un ex dipendente rancoroso. Un episodio di bioterrorismo. Criminali cibernetici che minacciano sabotaggi delle reti informatiche nelle quali sono penetrati se non viene pagato un riscatto (come avviene da mesi in tanti ospedali che hanno subito manomissioni dei sistemi che gestiscono i test per il coronavirus e le cure prestate ai contagiati). O l’ipotesi peggiore: l’inizio di un attacco a infrastrutture civili essenziali Usa da parte di un Paese straniero. Un altro passo verso la cyberwar che stavolta mette in pericolo il bene più essenziale: l’acqua potabile. È passata una settimana dal tentativo di un hacker di avvelenare la rete idrica di Oldsmar, una cittadina di 15 mila abitanti della Florida a pochi chilometri da Tampa, sede, due giorni dopo l’attacco, della partita del Super Bowl. Il criminale, entrato nei computer dei gestori dell’acquedotto, ha cercato di aumentare con un comando dato da remoto la quantità di soda caustica immessa nell’acqua per correggerne l’acidità da 100 parti per milione a 11.100 parti per milione: un tentativo intercettato e sventato dai tecnici che gestiscono la rete. 

Lieto fine, ma il caso è comunque scioccante: quella quantità di soda caustica sarebbe stata molto nociva per l’uomo, anche se non mortale, e avrebbe rovinato le condotte. Per qualche giorno della vicenda ha parlato solo lo sceriffo della contea, Bob Gualtieri, e lo ha fatto con toni rassicuranti: brutta storia, ma i cittadini di Oldsmar non sono mai stati in pericolo. La stampa ha riferito, ma senza grande enfasi. Il governo, però, non ha preso la cosa sottogamba. Da lunedì sono scesi in campo anche l’FBI e i servizi segreti: le indagini, a quanto pare, ancora non seguono una pista precisa ma di certo si guarda anche all’estero. 

E non necessariamente solo ai grandi rivali strategici degli Stati Uniti, Cina e Russia: negli ultimi anni gli attacchi cibernetici a infrastrutture strategiche civili si sono moltiplicati, e non solo negli Stati Uniti dove sono stati presi di mira, oltre agli ospedali, anche dighe, reti elettriche, oleodotti e perfino, nel 2017, un impianto nucleare in Kansas. Attacchi partiti, oltre che da Mosca e da Pechino, dalla Corea del Nord e dall’Iran. Meno di un anno fa era toccato a Israele subire un attacco ai suoi acquedotti (il tentativo di aumentare massicciamente la quantità di cloro immessa in rete), anch’esso prontamente sventato. Immediata la rappresaglia contro Teheran, considerata responsabile dell’aggressione digitale: un’offensiva cyber che ha paralizzato uno dei più grandi porti iraniani. 

Del resto gli Stati Uniti sono in stato di massima allerta già da dicembre, quando gli hacker russi di Cozy Bear lanciarono l’attacco informatico più imponente della storia raggiungendo centinaia di amministrazioni pubbliche e aziende private americane e di molti altri Paesi del mondo, sfruttando le vulnerabilità di società informatiche e di cybersecurity come SolarWinds e Microsoft, e infettando i sistemi con un malware pressochè impossibile da estirpare, se non demolendo le reti digtali e ricostruendole da zero. Quello della Florida potrebbe anche essere un episodio di natura del tutto diversa, ma che l’allarme sia reale è testimoniato dal fatto che del caso si sta occupando anche la Casa Bianca: ne ha parlato pubblicamente anche Jen Psaki, la portavoce di Joe Biden durante una delle sue conferenze stampa. 

Del resto che l’era digitale avrebbe prima o poi portato a questo si è sempre saputo, come racconta Nicole Perlroth inThis is How They Tell me the World Ends, un libro sulla corsa agli armamenti cibernetici pubblicato questa settimana negli Usa dall’esperta di cybersecurity del New York Times: alla prima International Conference on Computer Communication tenuta a Miami nel 1972 il principale relatore avvertì che la comunicazione via computer avrebbe offerto chance straordinarie a spie e sabotatori. Né a stupirsi possono essere Stati Uniti e Israele, i cui capi dei servizi segreti già diversi anni fa avvertirono che si stava andando verso l’apertura delle cataratte di un inferno informatico: il primo attacco internazionale in grande stile fu lanciato proprio da questi due Paesi che a partire dal 2007 gettarono nel caos il programma nucleare dell’Iran usando il micidiale baco informatico Stuxnet per sabotare mille centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. Un successo per chi voleva allontanare Teheran dalla bomba atomica, ma anche un boomerang: negli anni successivi la Russia e l’Iran utilizzeranno questo stesso malware per attaccare l’Ucraina, alcuni Paesi occidentali e anche bersagli negli Stati Uniti. 

Come sottolinea Ian Bremmer, politologo ed esperto di rischi internazionali, a differenza del confronto nucleare — nel quale le potenze si sono armate ma non hanno mai usato i loro ordigni perché questo avrebbe significato distruzione reciproca di Usa e Urss — nel caso della cyberwar non esiste un deterrente altrettanto solido. Anzi fin qui, nell’impossibilità di creare barriere informatiche davvero non perforabili, la strategia, anche da parte americana, è stata quella di lanciare rappresaglie durissime dopo ogni attacco sperando, in quest modo, di creare un disincentivo a nuove aggressioni.

12 febbraio 2021 

 

 

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La pandemia

Il piano della Grecia per diventare Covid free (e le isole che lo sono già)

Tutti gli abitanti di Meganisi, Kalamos e Kastos sul Mar Ionio e Ikaria nell’Egeo sono stati vaccinati. Greci e stranieri residenti. «Quest’anno ci sarà una grande richiesta di viaggi edobbiamo farci trovare pronti»

di Andrea Nicastro

 

Kalamos

Immaginate un luogo dove poter passeggiare senza mascherine, senza igienizzante, senza distanziamento sociale. Un posto dove potersi baciare, ballare, uscire a cena e, magari, inciampare in qualcuno senza paura d’essere infettati. Sarebbe un posto al riparo dalla pandemia globale che ci ha paralizzati per un anno, un paradiso Covid free. Bene, invece di sognare l’utopia sanitaria c’è chi sta lavorando per realizzarla: il primo ministro greco Kyriakos Mītsotakīs. 

Mentre il Paese ellenico aveva retto bene alla prima ondata grazie a chiusure precoci, la seconda ondata seguita all’afflusso del turismo estivo è stata durissima. «Il picco dei contagi d’autunno sembra scavallato in tutta Europa» calcolano i matematici del Consiglio Nazionale delle Ricerche. In tutta Europa, tranne che in alcuni Paesi tra cui proprio la Grecia. Martedì la regione di Atene è tornata in lockdown rigido con anche le scuole serrate completamente. Eppure il piano per avere isole immuni alla pandemia da offrire sul mercato del turismo internazionale è una priorità nazionale, il governo ci lavora sul piano sanitario e su quello diplomatico. 

La Grecia ha vaccinato poco meno del 5 per cento della popolazione al ritmo di 5mila al giorno, 3mila meno del previsto. Si è vaccinato il personale sanitario e ora si stanno vaccinando gli over 80. Si cominciano a prendere appuntamenti per i cittadini sopra i 60 anni. Più o meno il ritmo è quello di tutto il resto d’Europa con i ritardi dovuti alla mancanza di dosi. Nonostante questo, però, in Grecia un pugno di isole sono già oggi Covid free. Tutti gli abitanti di Meganisi, Kalamos e Kastos sul Mar Ionio e Ikaria nell’Egeo sono stati vaccinati. Greci e stranieri residenti. Poche migliaia di persone, ma su quelle isole le potenzialità ricettive si contano a decine di migliaia. Per ogni isolano vaccinato vanno calcolati almeno 10 potenziali turisti durante l’intera stagione.

La vaccinazione a tappeto prosegue isola per isola, appena si trovano le dosi sufficienti per tutti. «Vuoi mettere – spiega entusiasta Alypios Tsagaris, albergatore di Rodi – se potessimo dichiarare che in tutta l’isola non ci sono e non ci possono essere infezioni perché siamo tutti vaccinati? Basterebbe che i turisti che arrivano in traghetto o in aereo provassero di essere sani o a loro volta immunizzati dal vaccino, che la vita qui potrebbe tornare assolutamente normale, tutto come prima di questo maledetto Covid». 

«Quest’anno ci sarà una grande richiesta di viaggi e dobbiamo farci trovare pronti. Dobbiamo riuscire a garantire che le isole siano sicure – ha detto il premier conservatore durante la visita ad un ospedale -. Chi lavora negli hotel, nella ristorazione, nella nostra industria del turismo dovrà essere protetto, più saranno i vaccinati e più visitatori avremo». Per un turismo fuori dall’incubo Sars-Cov2 il primo ministro sta insistendo in Europa e fuori per il varo di un «passaporto sanitario internazionale». L’ha fatto anche durante una video conferenza con il presidente cinese Xi Jinping. «La Grecia vorrebbe la creazione di un certificato di vaccinazione. Questa sorta di “passaporto sanitario” può diventare uno strumento per facilitare i viaggi e permettere ai turisti cinesi di venire in Europa in totale sicurezza». Magari proprio sulle isole greche liberate dal Covid. 

La Grecia è appena dopo l’Italia il Paese che ha visto il Pil diminuire di più in Europa con un calo del 10%. Il crollo del turismo ne è la causa prima. La proposta greca del passaporto sanitario ricorda quella del governatore sardo, Christian Solinas, agli esordi della pandemia. Forse vaccinare l’intera Sardegna o la Sicilia, isole da milioni di abitanti, è un obbiettivo troppo ardito per le vacanze di Pasqua. Ma l’idea di esportare il progetto greco a Eolie, Egadi, Pontine, magari persino l’Elba e altre nostre piccole isole potrebbe essere utile anche per il nostro turismo.

12 febbraio 2021 

 



[1] Si trattava della prima circumnavigazione del globo con Magellano (che era il capitano, ma morì durante il viaggio). Il diario “Relazione del primo viaggio intorno al mondo” è un documento di eccezionale importanza sui viaggi del ‘500.

[2] Che può non essere sufficiente come spiega bene l’Adriano Mais - Mattia Pascal nell’omonimo romano di Pirandello.

 

[3] Consideriamo un dato poco pubblicizzato: sottoterra, per quanto si alluda spesso, dato l’uso smodato che se ne fa, alla penuria di combustibili fossili, secondo un dato 2013 di BP (British Petroleum), la principale compagnia petrolifera inglese, sono disponibili 1.652.600 milioni di barili di petrolio (ciascuno ne contiene 149 litri). 

Al prezzo medio degli ultimi anni a barile (non al distributore che è una cifra molto superiore) si tratta di circa 107 trilioni di dollari. Cifra che non possiamo neppure immaginare se non figurandola, ad esempio in ambito scolastico: si potrebbe pagare lo stipendio per un anno a tre miliardi e mezzo di insegnanti ben retribuiti, oppure lo stesso stipendio a tutti gli insegnanti italiani per 4500 anni. 

[4] Anche lo psicoanalista americano James Hillman (2003) nel suo saggio “Il potere” definisce l’economia vera religione universale del nostro tempo: governa la nostra esistenza tramite le idee che indirizzano e guidano il nostro modo di pensare e rappresentare la realtà.

[5] Concetto ideato dallo psicanalista Franco Fornari  che lo lega all’individuazione di due elementi che definisce antitetici: l'Ordine del Giorno e l'Ordine della Notte, ovvero il compito logico, la performance razionale, l'obiettivo; e, per converso nell'Ordine della Notte, l’istintualità animale, l’irrazionalità primitiva, l’infantilismo, il desiderio.  

[6] L'albergo diffuso è un'impresa ricettiva alberghiera situata in un borgo, formata da più case, preesistenti e vicine fra loro, con gestione unitaria e in grado di fornire servizi alberghieri a tutti gli ospiti, secondo la definizione dell’autore 

Le prime esperienze di questo tipo nascono nel 1982 in Carnia come idea di utilizzo delle abitazioni ristrutturate dopo il terremoto del 1976.