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Dall’infodemia all’ecologia della comunicazione: l’università al centro

La crisi sanitaria che il nostro Paese, come molti altri, sta vivendo costituisce un tema potenzialmente capace di modificare gli assetti culturali e politici a livello locale e globale. Una delle questioni che più hanno preso la scena in questo periodo è il rapporto fra cittadini, informazione e mondo scientifico, tanto che accanto alla parola “pandemia” (un termine che, a pensarci bene, fino a poco tempo fa ciascuno di noi aveva proferito poche volte nella vita) se ne è diffusa un’altra: il neologismo “infodemia”, a definire un riversamento massiccio, indiscriminato e disorientante di informazioni. Non è la prima volta che ciò capita di fronte a un media event, un evento la cui notiziabilità lo porta a essere travolto da una copertura mediatica assordante. Forse un’esperienza che si protrae così a lungo nel tempo come la pandemia di Covid-19 ci sta mostrando quanto possa essere denso di criticità, se non inserito in un quadro etico, il rapporto a tre di cui parlavamo poc’anzi. Quante volte di questi tempi abbiamo sentito dire “dobbiamo affidarci alla scienza”, ma lo stesso valore della scienza viene messo in discussione da derive, strumentalizzazioni, banalizzazioni e spettacolarizzazioni. 

Abbiamo, purtroppo, visto un moltiplicarsi di notizie false, nate dai social network o anche – va detto – talvolta dal pressapochismo di certo giornalismo in cerca di scoop o dalla rincorsa alla spettacolarizzazione. Sicuramente i social, veicolo di informazione “dal basso”, da un lato sono uno strumento potente di democrazia, perché possono criticare le fonti di informazione ufficiale e aiutare il giornalismo professionale, dall’altro possono veicolare fake news che nascono o spontaneamente oppure in modo strumentale, create ad hoc per interesse economico o politico. Accanto a ciò, troppo spesso i media assetati di audience ci stanno dicendo tutto e il contrario di tutto grazie a epidemiologi che si scontrano fra di loro, facce da talk che si ergono a grandi scienziati, opinioni che diventano verità, generando solo tanta confusione. 

Sicuramente non è facile capire quale possa essere il linguaggio migliore che i media dovrebbero adottare per parlare al pubblico. Un linguaggio facile da comprendere, perché non tutti siamo medici, giuristi, economisti ma senza incorrere in quelle derive di linguaggio e di contenuti a cui ogni giorno assistiamo. Intendiamoci, ci sono anche grandi giornalisti e servizi di qualità offerti dai media, ma purtroppo questo non accade tutti i giorni.

Al fondo, rimane che in un’epoca di post-verità la realtà è dettata da quello che si dice (e che si mostra con le immagini), in uno scontro continuo tra la ragione e il suo contrario, senza vincitori né vinti. E il più serio tra gli scienziati avrà lo stesso potere di convocazione dell’ultimo complottista da tastiera, che parla da casa sua facendo leva sulle paure della gente. 

Quale vuole essere il messaggio di questa breve incursione? Il richiamo all’etica e al senso delle cose, certamente, e il richiamo alla difesa strenua della competenza e dell’impegno di educare ad essa., in un quadro in cui i media dovrebbero diventare strumenti al servizio dell’uomo, e non dati ambientali che l’uomo subisce. Occorre pretendere l’inveramento di un’ecologia della comunicazione il cui motore si chiama educazione. E l’università può e deve avere un ruolo nell’aprire i suoi discorsi al territorio, a coltivare una sana divulgazione scientifica, a preparare i giovani a difendere il sapere acquisito e ad argomentarlo guardando criticamente la tv o leggendo i giornali pretendendo un’informazione di qualità, a veicolare la conoscenza con onestà una volta che loro stessi avranno il potere di farlo. In questo si trova un grande compito che ha l’università: dare il proprio contributo all’utopia dell’ecologia della comunicazione, come impegno politico oltre che professionale. Perché se una bella storia può essere più interessante di una verità, occorrono prima di tutto narrazioni che cerchino di raccontare la verità.

 

Michele Aglieri