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E-connect cities per smart cities

di Ilaria Beretta e Maria Luisa Venuta Ricercatrici dell’Università del Sacro Cuore di Milano, sede di Brescia

 

Le smart city rappresentano un tema di grande attualità, in Italia e in Europa, ed è indubbio che la loro caratteristica principale sia rappresentata dall’ampio impiego della tecnologia per il miglioramento della qualità della vita dei cittadini. 

Cosa sono le smart cities

Per quanto concerne la nascita della terminologia “smart cities”, Crivello[1] avanza l’ipotesi che questa abbia origine nel movimento del New Urbanism, sviluppatosi negli anni Ottanta in opposizione al modello di sviluppo dello sprawl urbano. Tale filone di pensiero promuoveva una smart growth[2] delle città fortemente focalizzata sugli aspetti di sostenibilità ambientale, tra cui la costruzione di città “compatte” e il contenimento del traffico. È probabile, tuttavia, che a questa idea di città centrata su elementi di pianificazione urbanistica e territoriale si sia sovrapposta[3] un’accezione di “smartness” maggiormente focalizzata sull’uso delle tecnologie e delle infrastrutture di ITC[4]. Emblematica della presenza di questa duplice dimensione nella definizione delle smart cities è la descrizione che ne è stata fornita qualche anno fa dal Media Lab del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston[5]: “I metodi attuali di progettazione della città datano al 1800, quando ingegneri e progettisti/pianificatori svilupparono reti centralizzate […]. Queste centenarie soluzioni stanno diventando sempre più obsolete. Le città moderne progettate intorno all'automobile privata, a zone monofunzionali, stanno diventando sempre più congestionate, inquinate e insicure. I cittadini stanno spendendo sempre più del loro tempo prezioso facendo i pendolari e le comunità si stanno disgregando sempre di più. Molte città moderne, semplicemente non funzionano adeguatamente. Anziché separare i sistemi sulla base delle funzioni - acqua, alimenti, rifiuti, trasporti, educazione, energia - dobbiamo considerarle in modo olistico. Anziché essere focalizzate solo sui sistemi di accesso e distribuzione, le nostre città hanno necessità di sistemi dinamici, reticolari, in grado di auto-regolazione che prendano in considerazione interazioni complesse. In breve, per assicurare una futura società sostenibile dobbiamo dispiegare tecnologie in evoluzione per creare un sistema nervoso per le città il quale mantenga la stabilità delle reti di governo, di energia, mobilità, lavoro e salute pubblica”.

Accanto alla definizione del MIT, numerose altre sottolineano come il ricorso massiccio alla tecnologia debba servire perlopiù a un miglioramento delle condizioni ambientali della città[6].

Hollands[7] rileva come la terminologia ‘smart cities’ abbia assunto, fin dalle sue origini, un’enorme varietà di accezioni, benché l’elemento chiave sia comunque sempre stato rappresentato dalle Information and Communication Techonoliges (ICT). In particolare, egli analizza le diverse sfumature terminologiche con cui le città si etichettano come “smart”, e sostanzialmente le suddivide in 4 raggruppamenti: 

-      le città fedeli all’idea che, per risultare competitive nell’economia globale, devono essere tecnologicamente sviluppate; 

-      le città che evidenziano come il proprio modello di sviluppo urbano sia guidato dal business, talvolta anche descrivendo il ruolo delle amministrazioni locali cui è attribuito il compito principale di creare un ambiente favorevole allo sviluppo degli affari; 

-      i centri urbani che orientano maggiormente la propria intelligenza alla cooperazione inter-urbana, al social learning, all’inclusione, allo sviluppo della comunità locale, talvolta con un focus particolare sull’industria creativa; 

-      infine, le città che si concentrano sulla sostenibilità ambientale e sociale.   

 

Elementi critici e opportunità

Aldilà delle varie sfumature di significato della terminologia, sicuramente la caratteristica costante di ogni smart city rimane la rilevanza dello sviluppo tecnologico e la fiducia nella sua capacità di risolvere i problemi sociali, economici e ambientali della città. Tuttavia, non sono pochi i pericoli nascosti dietro l’apparente positività di uno sviluppo tutto votato alla tecnologia. Innanzi tutto si corre il rischio che una fiducia incondizionata nelle potenzialità della tecnologia impedisca l’assunzione di posizioni critiche nei confronti delle soluzioni proposte, facendo sì che in maniera aprioristica si adottino atteggiamenti pro-tecnologia. Questo può avere alcune conseguenze negative, per cui, ad es., si può pensare che la soluzione a qualsiasi problematica possa essere di taglio tecnologico, oppure si può perdere di interesse nell’andare a misurare l’effettiva efficacia delle iniziative implementate. 

Connesso al dominio della tecnologia, è sicuramente anche il problema delle alleanze di potere che dietro di questo si nascondono. Le smart cities necessitano l’attuazione di nuove forme di partecipazione e governance urbana, e talvolta ciò comporta l’esclusione di alcune fasce della popolazione, quelle che rimangono ai margini della tecnologia: i meno abbienti, i meno rappresentati, i meno alfabetizzati (da ogni punto di vista). A tale riguardo tornano alla mente gli affascinanti studi che in particolare Saskia Sassen[8] e David Harvey[9] hanno compiuto a partire dalla fine degli anni ’80 sulle cosiddette ‘città globali’, centri economico-finanziari di rilevanza internazionale. I due autori già nei primi lavori illustravano i rischi sociali connessi allo sviluppo delle global cities, città che descrivevano come profondamente interconnesse a livello internazionale da reti di relazioni e flussi comunicativi, economici, finanziari, etc., ma al tempo stesso fortemente polarizzate al proprio interno, con le fasce di popolazione più deboli escluse dai network internazionali e ridotte a servizio dei ceti più abbienti (e interconnessi). Essi mettevano in evidenza come la tecnologia rischi di rappresentare non un mezzo di maggiore democratizzazione, ma un ulteriore elemento di demarcazione delle diseguaglianze tra fasce deboli e fasce forti, tra chi è offline e chi online, tra chi è costretto a rimanere ad osservare e chi detiene il potere.

 

Da una città intelligente (dal latino intelligere, capire), invece, ci aspetteremmo che venisse compresa e quindi governata la complessità dei centri urbani, intreccio di innumerevoli interessi e bisogni abissalmente diversi tra loro. Se le tecnologie proprie delle smart cities non sono fini a se stesse ma sono rivolte a un miglioramento dell’esistenza condotta dalle persone che le abitano, allora pensiamo che ci sia più che mai bisogno dell’assunzione di scelte politiche urbane forti, chiare, coerenti, che non perdano di vista l’obiettivo in nome della presunta bontà delle innovazioni tecnologiche adottate. E’ la sostenibilità della città che va perseguita, nella sua complessità e multidimensionalità. E’ la sfida dello sviluppo sostenibile che ancora una volta si presenta, questa volta bussando alla porta delle smart cities e affidandosi alle capacità terapeutiche della tecnologia. 

A tale riguardo ci piace proporre in conclusione la definizione di smart cities seducente e provocatoria che il Prof. Malavasi ha coniato in suo testo sul tema[10] (Malavasi, 2012, p. 9): “Smart city identifica anzitutto la società civile, con il suo il bisogno di relazioni buone e pratiche virtuose. Per costruire smart cities, città intelligenti e solidali, è essenziale considerare in modo integrato economia e welfaregovernance e partecipazione, energia e mobilità, ambiente e istruzione. Si tratta di convenire su una cultura della vita e dei beni comuni, coniugando innovazione tecnologica e inclusione sociale, sistema urbano e formazione del capitale.” 

 



[1] S. Crivello, ne, riproduzione e adattamento di un’idea di città smart”, in M. Santangelo, S. Aru, A. Pollio (a cura di), Smart city. Ibridazioni, innovazioni, e inerzie nelle città contemporanee, Carocci, Roma 2013.

[2] R.G. Hollands, “Will the Real Smart City Please Stand Up? Intelligent, Progressive or Entrepreneurial?”, City, 12, 3, pp. 303-320.

[3] S. Crivello, op. cit.

[4] M. Castells, P. Hall, Technopoles of the World, Routledge, London 1994.

[5] Legambiente, Ecosistema urbano. XIX rapporto sulla qualità ambientale dei comuni capoluogo di provincia, 2012, pag. 18.

[6] P. Hall, “Creative cities and economic development”, in Urban Studies, 37, 4, pp. 633-649, 2000; R. M. Kanter, S. S. Litow, Informed and Interconnected: A Manifesto for Smarter Cities, Working Paper 09-141, Harvard Business School 2009, <http://www.hbs.edu>; Think, Smart Cities Initiative: How to Foster a Quick Transition towards Local Sustainable Energy Systems, Final Report, 2011 <http://www.eui.eu>.

[7] R. G. Hollands, op. cit.

[8]S. Sassen, The Global City: New York, London, Tokyo, Princeton University Press, Princeton (NJ), 1991. 

[9]D. Harvey, Justice, Nature, and the Geography if Difference, Blacwell, Oxford 1996; D. Harvey The Urbanization of Capital, Blackwell, Oxford,1985. 

[10] P. Malavasi, op. cit., pag. 9