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Energy Communities per Comunità energetiche

di Ilaria Beretta e Maria Luisa Venuta Ricercatrici dell’Università del Sacro Cuore di Milano, sede di Brescia

 

Definizioni 

Col termine ‘energie di comunità’ ci si riferisce a un’ampia gamma di ‘iniziative energetiche collettive’ che prevedono la partecipazione dei cittadini al sistema energetico; le comunità energetiche possono essere intese come modalità collettive di organizzazione delle attività/iniziative energetiche attraverso la governance e la partecipazione democratica e l’ottenimento di benefici da parte dei membri o della comunità locale (Roberts et al., 2019)[1].

Nell’ambito del Pacchetto per il Clima e l’Energia 2020[2], tra le ‘iniziative energetiche collettive’ vengono formalmente riconosciute due tipologie organizzative. Da una parte si hanno le ‘comunità di energia rinnovabile’, previste dalla Direttiva (UE) 2018/2001 sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili; dall’altra le ‘comunità energetiche dei cittadini’, previste dalla Direttiva (UE) 2019/944 sul mercato interno dell'energia elettrica. Quest’ultima Direttiva, inoltre, sottolinea come siano comunque possibili altre iniziative comunitarie che trovino fondamento del diritto privato, come associazioni, cooperative o altro. 

Le ‘comunità di energia rinnovabile’ e le ‘comunità energetiche dei cittadini’ si differenziano per diversi aspetti tra cui, in particolare, il fatto che le prime possono essere controllate da imprese micro, piccole o medie, che siano situate in prossimità del progetto; le seconde, invece, escludono il controllo da parte delle società medio-grandi. Nel caso delle comunità di energia rinnovabile, quindi, spesso viene attuato un approccio ‘top-down’, con le ‘utilities’ che propongono e controllano il progetto energetico; ciò permette la realizzazione di impianti su più larga scala, con il coinvolgimento dei cittadini limitato all’acquisto di quote (per cui essi divengono co-proprietari) e alla partecipazione nella distribuzione degli utili. Nel caso delle comunità energetiche di cittadini, invece, l’approccio è perlopiù bottom-up, con la comunità locale che idea e rimane ‘proprietaria’ di una iniziativa energetica.  

Le ricerche scientifiche hanno poi identificato due dimensioni dell'energia comunitaria. L’una è rappresentata dal "processo", che riguarda la profondità del coinvolgimento della popolazione locale; l'altra è costituita dagli "esiti", che riguardano maggiormente il modo in cui i benefici sono distribuiti nella comunità (Walker e Devine-Wright, 2008)[3]. In modo simile, da altri le comunità vengono ulteriormente distinte in "comunità di luogo", intese come progetti gestiti da persone che apportano benefici collettivi alla comunità locale; e "comunità di interesse", determinate non dallo spazio ma da un legame comune (ad es., l’interesse per l'energia verde) (Bauwens, 2016)[4]. Idealmente, una comunità energetica dovrebbe includere una combinazione di, da una parte, elevate partecipazione e controllo locali e, dall’altra, un alto grado di condivisione dei benefici.

  

Status quo

L’Europa considera i progetti energetici comunitari un elemento imprescindibile nell’attuazione della transizione energetica; per tale motivo, a livello internazionale, essa è divenuta pioniera nel loro sviluppo e nella loro implementazione.  

In base a un monitoraggio svolto dal Joint Research Center su 9 Paesi europei[5], in diversi Stati membri sono state parzialmente assunte misure politiche atte a rendere possibile e facilitare la partecipazione dei cittadini e delle comunità al mercato energetico; tuttavia tali strumenti non offrono ancora la piena garanzia legale richiesta dal Clean Energy Package. Al momento attuale esistono circa 3500 comunità di energia rinnovabile, perlopiù concentrate nel Nord Europa (REScoop MECISE, 2019)[6]. Tale numero cresce se si includono anche altre iniziative collettive, come le cooperative, gli eco-villaggi, o altre forme organizzative promosse da gruppi di cittadini. 

Più nello specifico, Germania e Danimarca sono pioniere e ospitano la maggiore parte delle comunità di energia rinnovabile, che perlopiù si occupano di generazione di energia: dagli edifici scolastici o aziende con pannelli solari alle pale eoliche installate dagli abitanti dei villaggi. Inoltre, piccoli impianti di biomasse, pompe di calore, impianti solari termici, sono tecnologie abbastanza diffuse. In queste realtà, per ora, i cittadini e le comunità rappresentano ancora una piccola quota di investitori nelle rinnovabili, tuttavia essi hanno un grande potenziale di investimento; inoltre sta crescendo il numero di progetti di efficienza energetica e servizi energetici profittevoli per la collettività. 

 

 

Fonte: Caramizaru and Uihlein, 2020

 

Ricadute ecomomico-ambientali 

Da un punto di vista tecnologico, l’aspetto interessante delle Energy community è la tendenza a creare network locali non gerarchici, ma comunque competitivi con il grande mercato energetico. L’aumento dell’autonomia e della possibilità di scelta in termini di soluzioni più adatte alle esigenze locali generano la prevedibile riduzione dei costi per i consumatori finali. L’energia auto-consumata dai sistemi locali, inoltre, non è più trasportata tramite una rete pubblica di trasmissione e distribuzione, comportando così una riduzione delle perdite del sistema complessivo.

Più nello specifico, secondo uno studio di The European House - Ambrosetti[7], le Energy Community possono rappresentare uno strumento per raggiungere elevati livelli di efficienza energetica anche in Italia: ad esempio, simulando il contributo agli obiettivi di risparmio energetico fissati dalla Strategia Energetica Nazionale (“scenario di risparmio al 2020”), le Energy Community permetterebbero di realizzare tra il 10% (nello scenario di diffusione al 5%) e il 30% (nello scenario di diffusione al 15%) della riduzione-obiettivo. I benefici più apprezzabili si avrebbero nei segmenti terziario (con un contributo compreso tra il 15% e il 43% del risparmio-obiettivo) ed industriale (tra il 12% e il 36%). 

Sul fronte ambientale, sempre in Italia, le minori emissioni di CO2 associate alla crescente diffusione delle Energy Community, soprattutto nei settori industriale e residenziale, potrebbero attestarsi nel complesso tra 3,6 (nello scenario al 5%) e 11 milioni di tonnellate all’anno (nello scenario al 15%), con un risparmio sul costo della CO2 a valori correnti, compreso tra i 26 e i 78 milioni di Euro all’anno. 

Per gli utenti finali facenti parte delle Energy Community, il beneficio economico a livello aggregato sarebbe quantificabile tra 2 e 6 miliardi di Euro all’anno, sempre avendo a riferimento la forbice tra lo scenario di penetrazione al 5% e quello al 15%. 

Infine, il paradigma ‘Energy Community’ può portare benefici strutturali anche per il sistema elettrico in termini di: 1) riduzione dei picchi di domanda (peak shaving) nelle ore diurne; 2) spostamento del carico (load shifting) per la gestione degli stessi; 3) riduzione – in presenza di stoccaggio – della variabilità dell’impatto delle Energy Community sul funzionamento della borsa elettrica.

 

Ricadute sociali

Le nuove tecnologie per la produzione distribuita di energia stanno raggiungendo un livello di maturità che lascia presagire un ampio sviluppo di iniziative dal basso nella costituzione di “sistemi energetici locali”, formule che giocano un ruolo cruciale nella ridiscussione dell’intero sistema infrastrutturale e del mercato dell’energia. Tuttavia, la trasformazione del modello dominante di produzione energetica dalle fonti fossili alle rinnovabili e le questioni climatiche ad esso connesse sono state finora affrontate adottando esclusivamente le categorie delle scienze economiche e ingegneristiche.

Diversamente, la neutralità climatica non può essere raggiunta solo attraverso le leve della tecnologia e dei mercati; la transizione energetica comporta una trasformazione sociale in cui la società civile e i cittadini giochino un ruolo centrale sul mercato della produzione e distribuzione di energia (oltreché del consumo). 

Le comunità di energia riflettono un desiderio crescente di trovare forme alternative per organizzare e governare il sistema energetico. Secondo la normativa europea, il loro principale fine è quello di creare innovazione sociale, impegnandosi in attività economiche diverse dal ‘semplice’ fare profitto (REScoop.EU, 2019)[8].

L'energia comunitaria può essere considerata come un tipo di innovazione di base o di nicchia che può sperimentare curve di apprendimento nel panorama socio-tecnico (Geels et al., 2017)[9]. Le caratteristiche ‘trasversali’ di tale iniziativa includono l'interesse e l’impegno nei confronti del luogo e il coinvolgimento della comunità sia nei processi sia nei risultati (Smith et al., 2016)[10]. Tuttavia, le innovazioni a livello locale possono intrecciarsi con questioni contrastanti di cultura e democrazia locale, norme e valori sociali, come l'opposizione locale alle energie rinnovabili (Geels et al., 2017)[11]. Inoltre, storicamente sono molte e diverse le ragioni che impediscono alle comunità locali di partecipare a progetti che hanno a che fare con le rinnovabili, o di beneficiarne, ad es. la questione del conflitto tra saperi esperti e saperi basati sull’esperienza e la storia dei luoghi. O ancora le questioni di giustizia ambientale distributiva riguardanti la distribuzione costi-benefici tra gruppi sociali e territori, ma anche quella procedurale come la presenza nella pianificazione territoriale di un processo decisionale trasparente e partecipativo in grado di garantire a tutti gli stakeholders rilevanti le informazioni e la possibilità di esprimere le loro diverse opinioni. 

Insomma, ‘per le energie di comunità, è fondamentale che gli attori sociali locali siano in grado di incorporare l’innovazione tecnologica nella struttura relazionale’[12].



[1]Roberts, J., Frieden, D., Gubina, A., ‘Energy Community Definitions’, Compile Project: Integrating Community Power in Energy Islands, No. May, 2019.

[2] Il ‘Clean Energy Package’, approvato dal Parlamento europeo nel 2008, rappresenta una serie di norme vincolanti volte a garantire che l’UE raggiunga i suoi obiettivi in materia di clima ed energia entro il 2020.  

[3] Walker, G., and P. Devine-Wright, ‘Community Renewable Energy: What Should It Mean?’, Energy Policy, Vol. 36, No. 2, 2008, pp. 497–500.

[4] Bauwens, T., ‘Explaining the Diversity of Motivations behind Community Renewable Energy’, Energy Policy, Vol. 93, 2016, pp. 278–290.

[5] Caramizaru, A. and Uihlein, A., Energy communities: an overview of energy and social innovation, EUR 30083 EN, Publications Office of the European Union, Luxembourg, 2020, ISBN 978-92-76-10713-2, doi:10.2760/180576, JRC11943.

[6] REScoop MECISE, Mobilising European Citizens to Invest in Sustainable Energy, Clean Energy for All Europeans, Final Results Oriented Report of the RESCOOP MECISE Horizon 2020 Project, 2019.

[7] The European House Ambrosetti, “Energy Communityun nuovo paradigma per l’innovazione energetica nel nostro Paese, 2014.

[8] REScoop.EU (2019), op. cit.

[9] Geels, F.W., B.K. Sovacool, T. Schwanen, and S. Sorrell, ‘The Socio-Technical Dynamics of Low-Carbon Transitions’, Joule, Vol. 1, No. 3, 2017, pp. 463–479.

[10] Smith, A., T. Hargreaves, S. Hielscher, M. Martiskainen, and G. Seyfang, ‘Making the Most of Community Energies: Three Perspectives on Grassroots Innovation’, Environment and Planning A, Vol. 48, No. 2, 2016, pp. 407–432.

[11] Geels et al., 2017, op. cit.

[12] Intervista a Natalia Magnani, disponibile alla pagina https://www.qualenergia.it/articoli/transizione-energetica-fattori-umani-e-sociali-non-possono-essere-trascurati/ (ultimo accesso: 7/4/2020).