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Il valore della parola

Non solo informazione. Il linguaggio nei programmi Rai.

di Annarita Di Battista Personal coaching, Corporate coaching, Small Business coaching

 

Il rapporto con la televisione si è evoluto con l’avvento di nuove tecnologie, dei social network e delle diverse piattaforme, da cui anche la Rai, concessionario di un Servizio Pubblico, cerca di cogliere anche tendenze e linguaggi e si pone in un dialogo quotidiano con milioni di spettatori/spettatrici e utenti e declina il valore della parola nell’offerta televisiva, radiofonica e multimediale. Consapevole dell’influenza che il linguaggio ha sulla cultura, lo ritiene fondamentale, e secondo un’ottica più bilaterale del passato. Adattato ai diversi mezzi e canali, è uno strumento molto potente che permette di descrivere una realtà di qualunque tipo, veicolarne una rappresentazione e quindi influire su di essa e modificarla o addirittura crearla da zero.

Ecco perché per il Servizio pubblico richiama ad un compito di grande responsabilità. Infatti, come assicurato nell’articolo 2 del Contratto di Servizio[1], la Rai propone nei suoi programmi un linguaggio che rispetti i principi di imparzialità, indipendenza e pluralismo, “affinché ciascuno possa autonomamente formarsi opinioni e idee e partecipare in modo attivo e consapevole alla vita del Paese, così da garantire l’apprendimento e lo sviluppo del senso critico, civile ed etico”, che abbia cura di raggiungere le diverse componenti della società, garantendo rispetto delle minoranze e inclusione in termini di genere, generazioni, identità etnica, culturale e religiosa.

 

L’uso responsabile del linguaggio nei programmi del Servizio Pubblico favorisce lo sviluppo di una società più equa e rispettosa, promuove la formazione di una cultura della legalità, valorizza le pari opportunità, il rispetto della persona e il contrasto a ogni forma di violenza.

 

Il linguaggio non deve esprimere odio o disprezzo

 

È in quest’ottica che la Rai, impegnata sul tema del contrasto al linguaggio d’odio, è scesa in campo come media partner di Parole O_Stili, dando voce al Manifesto della comunicazione inclusiva nei programmi del Servizio Pubblico e utilizzando i canali social per spiegare i dieci punti del Manifesto e promuovere la consultazione del sito per gli approfondimenti.

L’associazione Parole O_Stili, sotto la guida di Rosy Russo, nel 2017 ha lanciato il Manifesto della comunicazione inclusiva, con l’obiettivo di diffondere i valori di una comunicazione non ostile in rete, far crescere le competenze digitali e celebrare la positiva ricchezza delle diversità, con particolare attenzione al target dei ragazzi che la “abitano” già oggi e sempre più la abiteranno in un prossimo futuro. 

 

Le parole e il linguaggio creano mondi e comunicano emozioni, con obiettivi e contenuti sempre diversi in base alla loro “combinazione”, ma il rischio è attuare una comunicazione omologata agli altri e non espressiva di sé stessi e che non stabilisca un contatto autentico e rispettoso con l’altro, anche quando si abbiano opinioni differenti. Anche il silenzio, infatti, è una scelta comunicativa, in alcuni casi doverosa, ricordando che il silenzio può essere rispettoso o ostile, remissivo o aggressivo. Il suo utilizzo richiede allenamento perché il silenzio crea imbarazzo, è più facile parlare o scrivere, piuttosto che osservare e osservarsi, ascoltare e riflettere. L’impegno della Rai nel Manifesto implica che le scelte siano in linea con esso, e non allo sfruttamento degli eventi per soli scopi di audience e commerciali e questo permea tutti i canali con i quali l’emittente interagisce con gli interlocutori, non più limitata ai soli canali televisivi.

 

Il linguaggio è protagonista del racconto

 

LE PAROLE DELLA SETTIMANA è, ad esempio, uno show interamente dedicato alla parola, che mira a dare strumenti per generare ulteriori letture della realtà sociale ed individuale, mantenendo fede ad uno stile comunicativo in linea con il proprio Contratto di Servizio e, adesso, anche con il Manifesto.

In ogni puntata, Massimo Gramellini fa il punto della situazione prendendo spunto da alcune parole-chiave della settimana, legando le notizie alle parole che in qualche modo le caratterizzano. 

Parola e attualità sono più unite che mai: insieme agli ospiti in studio, proprio a partire dalle parole scelte, si commentano e discutono, con gentilezza, fatti, eventi e situazioni che animano la vita italiana. 

L’analisi e la discussione partecipata con gli ospiti a partire dai fatti salienti innesca un racconto che va oltre il fatto e si dispiega tra le vicissitudini del nostro tempo. La narrazione, attraverso un linguaggio sensibile, attento al contesto e basato sul dialogo, consente di scoprire insieme nuovi significati e connessioni che vanno oltre le parole. 

 

La Rai promuove attivamente il valore del linguaggio, con responsabilità e coraggio, anche attraverso la sperimentazione di nuovi linguaggi in programmi innovativi e originali, sperimentando nuovi formati: testuali, visivi e non solo.

 

Nel corso dell’autunno 2020 e nel 2021 la Rai ha realizzato produzioni innovative, sia dal punto di vista del linguaggio che del pubblico di riferimento. Mettere al centro la creatività e i contenuti ha consentito alla Rai di perseguire con maggiore concentrazione la mission del Servizio Pubblico e intercettare un pubblico che non c'era, creando nuovi programmi cult.

Innovazione, rinnovamento del target, coraggio e sperimentazione: queste sono le caratteristiche di due programmi che con il linguaggio giocano, inventano, divulgano e intrattengono: “Via Dei Matti n° 0” e “Una Pezza di Lundini”.

 

Il linguaggio come strumento di semplificazione e accessibilità

VIA DEI MATTI N° 0 – marzo 2021

Stefano e Valentina Cenni invitano il pubblico nella loro casa immaginaria fatta di musica, aperta ad amici, storie e note. E l’indirizzo è davvero speciale: Via dei Matti Numero Zero. 

Venticinque minuti, tutti i giorni dal lunedì al venerdì alle 20.20 su 3, per suonare e cantare, ma anche per scoprire tante cose nuove sulla musica, sulla sua storia, sulle sue proprietà, sul perché sia un elemento così fondamentale per l’esistenza di tutti noi.

Si parla di jazz, di censura, di bellezza. Si apre la porta a moltissimi ospiti e si ascoltano i Beatles di Checco Zalone, gli aneddoti di De Gregori, Neri Marcorè e Ornella Vanoni. 

Con linguaggio ironico e leggero, si mescolano stili nobili e popolari, si fondono aneddoti scientifici, racconti di vita e questioni filosofiche, si indaga il legame tra emozioni e musica in un racconto sempre nuovo a seconda del tema della puntata.

Tra una nota e l’altra, argomenti complessi e conoscenze specifiche legate al mondo della musica diventano, quasi per magia, pienamente accessibili anche ai “non addetti ai lavori”, grazie a un linguaggio fluido e brillante che conduce per mano gli spettatori di tutte le età attraverso nuove scoperte e nuovi approcci alla musica. 

In “Via dei Matti Numero Zero” c’è una casa in cui manca l’essenziale, metafora un po’ folle e irreverente della libertà: venticinque minuti in tutto che sovvertono qualunque altro approccio musicale, andando oltre le tradizionali quattro mura televisive e instaurando un nuovo dialogo intergenerazionale a suon di musica.

Questo show è nato in occasione del lock down che ha stravolto anche le vite dei due conduttori, che sono una coppia nella vita, prima impegnate in ambiti e luoghi diversi. La musica – e il cantare insieme - è diventata la cura nella loro vita privata e questo ha permesso loro di realizzare questo progetto per il pubblico, spogliati della veste di sterili esperti, imparando a lasciarsi andare, come dichiarano in una loro intervista. Elementi tradizionali come la casa, la loro relazione, si intersecano con aspetti creativi, sguardi tradizionali e innovativi sul mondo attraverso la musica e le loro stesse emozioni. Emerge forte il potenziale della condivisione della musica.

Il linguaggio televisivo si arricchisce di questo modello relazionale di confronto e complicità e si colora di un linguaggio corporeo fatto anche di sguardi e posture accoglienti. 

Per cogliere maggiormente il valore pedagogico di questo show, chiamiamo in causa Umberto Eco che in “Apocalittici e integrati”[2] (1964) include un capitolo sulla canzone. In quel momento storico si diffondeva la musica riprodotta, quindi, non più solo dal vivo, diventando perciò un prodotto commerciale. Il suo saggio dedicato alla “musica di consumo” e frutto prevalentemente di un progetto finalizzato ad un rinnovamento della “canzonetta” in Italia, Cantacronache, realizzato con altri intellettuali del tempo, ci porta, in realtà, a concludere che non bisogna dividere gli spettatori in categorie di nicchia, di cultura alta, e altre di massa, perché non è detto che ciò che sia della massa sia da disprezzare, poiché ciascuno di noi in fondo appartiene a quella massa.

Eco, infatti, si chiedeva come si potesse realizzare una “operazione culturale”, propria della “canzone di qualità”, impegnata e politica, nell’ambito della “musica di consumo”:  questo programma ne è forse la risposta? 

Il programma rispetta, quindi, questioni etiche e democratiche del nuovo paradigma culturale, che vuole essere inclusivo, in cui non può mancare la commistione di classico e popolare, avanguardia e consumo, tra musica leggera, colonne sonore, canzonette, cool jazz.

I conduttori ci tirano fuori dall’“acquario sonoro” in cui siamo immersi e, spesso, si è costretti a subire una musica che non si è scelta e che allora si percepisce come rumore, perché la fruizione passiva penalizza l’approccio sensoriale e critico. Questa esperienza permette di fruire in modo diverso lo spettacolo, i conduttori diventano mediatori tra la vita quotidiana, propria di una casa, e le inconsce suggestioni che la musica, e quindi la vita, ci offre.

Il linguaggio surreale che ribalta le prospettive

UNA PEZZA DI LUNDINI – ottobre 2020

Se il linguaggio ha il potere di dar forma alla realtà, la sua massima espressione è proprio in uno show all'insegna dell'umorismo surreale. 

Un programma che sembra nascere provvisorio e impreparato in tutti i settori: dalla conduzione alla regia, dagli autori ai tecnici. Valerio Lundini ed Emanuela Fanelli – tra silenzi irreali e antitelevisivi e battute dall’ironia spiazzante – “provano a condurre” insieme uno show che è una novità assoluta nel panorama comico.

Il risultato è un linguaggio comico completamente nuovo, che gioca sui meccanismi televisivi e li destruttura dall’interno, rispondendo all’esigenza di un umorismo differente e parlando a un pubblico più giovane, abituato a un milione di linguaggi diversi e che quindi ha bisogno di vedere qualcosa di nuovo.

Con trovate surreali e gag assurde, l’ironia dissacrante si prende gioco di una realtà che spesso non fa ridere a crepapelle, ma che è invece piena di silenzi, sarcasmo e momenti cringe (cioè quel mix di imbarazzo e disagio per chi si sta osservando).

 «La tv italiana è involontariamente cringe. La bravura di Valerio è stata quella di saper decodificare il linguaggio e renderlo talmente palese nella sua penosità da renderlo fruibile al pubblico in maniera comica. Questa è stata l’operazione che lui ha fatto e in questo senso il programma è stato molto efficace nel parlare a una nuova generazione che è abituata ai contenuti visti su YouTube e Instagram. È un programma contemporaneo» (Edoardo Ferrario, protagonista dello show “Paese Reale” su RaiPlay).

Valerio Lundini è nato nel 1986 ed è cresciuto con la tv generalista; partito sul web e diventato un artista sempre più mainstream, è un millennial a tutti gli effetti che sta rivoluzionando dall’interno il linguaggio comico italiano. 

“Una Pezza di Lundini” è un risultato tangibile della sperimentazione e dell’innovazione del Servizio Pubblico e dimostra le risorse di un linguaggio in grado di raggiungere il grande pubblico con un nuovo umorismo, aggiornando e rinnovando il modo di fare satira.

Sfrutta un gioco di contrasti tra semantica del linguaggio utilizzato e il messaggio che si vuole effettivamente trasmettere. Fingendo di essere una toppa del palinsesto, ribalta le forme e mescola i contenuti. Anche il linguaggio corporeo è in linea con questo contrasto, perché l’atteggiamento è quello di uno show tradizionale ma il processo segue dinamiche destrutturate. Apparentemente utilizza linguaggi stereotipati e sentimenti preconfezionati in modo che siano accettati da un pubblico di massa, troncandoli allo scopo di metterli in discussione e lasciare immaginare scenari originali. Si possono individuare e inquadrare i concetti trasmessi per assurdo attraverso la negazione con ironia delle convenzioni. 

Potrebbe essere divertente accostare a tale format il concetto di dimostrazione per assurdo, una delle principali forme di dimostrazione matematica, che muovendo dalla negazione della tesi che si intende sostenere e facendone seguire una sequenza di passaggi logico-deduttivi, si giunge a una conclusione incoerente e contraddittoria confermerebbe l'ipotesi iniziale. [3] In sintesi, ritenendo che alcuni modelli televisivi tradizionali sono validi, si negano e il risultato mette in evidenza che una forma di struttura al linguaggio è necessaria. 

Il conduttore rappresenta un tipo di personaggio non in linea con un tipo consueto in cui il pubblico possa identificarsi, in quanto le sue caratteristiche e i comportamenti possono risultare non comprensibili o giustificabili. Il risultato è che i codici classici di rappresentazione dei mass media intrisi di formalità, e, a volte, ipocrisia, vengono sbeffeggiati per la loro incapacità di creare una narrazione autentica del mondo, ma paradossalmente se ne avverte nostalgia valorizzandone anche gli aspetti positivi e scoprendo nuovi punti di vista del rapporto tra individuo e cultura di massa.

Sarebbe interessante mettere in discussione il principio matematico per cui un enunciato, se non può essere falso, deve essere vero, escludendo una terza possibilità, cioè trovare quali altre forme il programma ci invita a sviluppare. 

Questo porta a concludere che per comprendere i linguaggi dei mass media ed utilizzarli al servizio del pubblico occorre un approccio che abbia la giusta dose di apocalittico e di integrato, facendoci supportare ancora da Umberto Eco con il suo saggio “Apocalittici e integrati”. Infatti, egli, nello stesso volume, analizzò principalmente le influenze che i nuovi linguaggi diffusi dai mezzi di comunicazione (radio, giornali, tv) fossero in grado di incidere sulle configurazioni valoriali su cui si fondano i modelli culturali, sociali e antropologici della massa, ma si rifiutò di schierarsi nettamente, cercando una posizione di equilibrio tra gli estremi, e rendendo, pertanto, necessari nuovi modelli etico – pedagogici che diano gli strumenti adeguati.

“Tra Apocalittici e Integrati il Terzo gode”

A tal fine un’attività potrebbe consistere nello sperimentare e mettere in dialogo questi approcci per addivenire ad una mediazione secondo le regole del Gioco del Debate[4].

Dopo aver scelto una rappresentazione mediatica (anche tra quelle citate) da analizzare si potrebbero creare due gruppi, ciascuno che rappresenti i due estremi come definiti da Eco:

-       "apocalittici” gli intellettuali che esprimono un atteggiamento critico e aristocratico nei confronti del mainstream della moderna cultura di massa e “disdegnano i nuovi canali di comunicazione”, e

-       "integrati” coloro che ne hanno una visione ingenuamente ottimistica e si affidano alla “tecnocrazia dei mass media”.

 

Ciascuno dei gruppi approfondisce l’analisi in base al proprio approccio estremista, e dopo tale fase i gruppi si incontrano per un confronto e addivenire ad un’analisi bilanciata. Il docente di matematica potrebbe intervenire con un’attività che faccia riflettere sulla logica dei ragionamenti.

 

“Via dei matti N° 0” è ovunque!!!

Si potrebbe, inoltre, organizzare un’attività per sperimentare il linguaggio musicale come segue:

-       Dividere i ragazzi in gruppi:

  • Una parte dei ragazzi sceglieranno un brano; 
  • Ciascuno di loro condividerà il significato che ha per lui quel brano ad un gruppetto con cui lo canterà o ascolterà insieme. Il gruppetto, uno per ciascun proponente, rimanderà cosa ha osservato e percepito;
  • Un gruppetto sarà il pubblico di tutte le condivisioni e riporterà in plenaria cosa ha osservato.

 

Si potrebbero proporre le seguenti riflessioni:

-       Quali linguaggi hanno permesso, o anche ostacolato, la comunicazione attraverso il brano?

-       Quanto incide l’immagine dell’autore/cantante sulla percezione della canzone?

-       Quali diverse percezioni sono emerse dall’unicità di ognuno?

 

 



[1] Contratto di Servizio 2018-2022:  https://www.rai.it/dl/doc/1607970429668_Contratto%20di%20servizio%202018-2022.pdf .

[2] Nel seguito indicherò tra virgolette “” alcuni termini provenienti dal saggio.

[3] Estrapolato da wikipedia.

[4] Per una nozione di protocollo di dibattito consultare: https://oajournals.fupress.net/index.php/sf/article/view/9246/9244. Per approfondire consultare ad esempio il testo “Dibattito regolamentato. Manuale per docenti e studenti principianti e oratori” di Manuele De Conti, Guida Editori, 2015.