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Il ruolo della fiction nella costruzione sociale della realtà

di Carlo Sorrentino Docente ordinario di sociologia dei processi culturali presso l’Università degli studi di Firenze

Chi studia la materia sostiene che un contributo significativo alla lotta alla mafia fu data dalla fortunata serie La Piovra. Tutti, o almeno i meno giovani, ricorderanno il commissario Cattani (Michele Placido) alle prese con le mille malefatte della criminalità organizzata. La morte del commissario Cattani, perché la fiction tenne un profilo di realismo senza esaltazioni da happy end, fu seguita in TV da 17 milioni di spettatori e destò sgomento come se si fosse trattato di uno dei (purtroppo) tantissimi omicidi reali di servitori dello Stato.

Perché tutto questo? Perché le opere fictional, siano esse libri, film, serie televisive oppure altro, soprattutto se ben fatte, servono per porre all’attenzione dell’opinione pubblica un determinato tema.

Di mafia se ne parlava abbastanza già prima e si è continuato a farlo anche dopo, ma far vivere le stesse vicende – benché inventate – contemporaneamente a vari milioni d’italiani servì a modificare il clima d’opinione. L’immediatezza della forma narrativa arrivò a tutti con una forza ben maggiore dei discorsi degli alti magistrati all’apertura dell’anno giudiziario o anche delle tante e importanti inchieste giornalistiche.

Ovviamente, non è che le une sostituiscano le altre. Tuttavia, permettere di entrare nel tema a un enorme numero di persone, di comprendere - sebbene attraverso un racconto fictional - i complessi meccanismi del fenomeno mafioso, i tanti addentellati con altri apparati della vita politica ed economica accrebbe enormemente l’attenzione dell’opinione pubblica. Per dirla con termini più precisi: incise sul clima d’opinione. La mafia smise d’essere una piaga di una parte specifica d’Italia, di essere confinata nei fenomeni devianti o rappresentata secondo stereotipi stucchevoli, fatti di lupare, coppole e scacciapensieri, per diventare un problema sociale a tutto tondo, che interessava l’intero Paese.

Se La Piovra è stato un caso di scuola, studiato infatti negli Atenei di tutto il mondo, la stessa cosa vale per tutti gli altri prodotti fictional. 

Si pensi a quanto si siano modificate, anche se lentamente, talvolta troppo lentamente, tanti immaginari sociali: avere figli fuori dal matrimonio, vedere donne assumere cariche professionali di grande prestigio, rappresentare gli immigrati non soltanto in lavori umili ed esecutivi ma in altri possibili ruoli professionali, ampliare la gamma dei rapporti di coppia possibili, così come dei ruoli genitoriali, fino a qualche anno fa rigidamente codificati con madri espressive e padri autoritari.

Insomma, mostrare come possibile ciò che fino ad allora veniva visto come impraticabile ha da sempre costituito un viatico fondamentale per articolare le forme di rappresentazioni della realtà, per rispondere a quella pluralizzazione degli stili di vita e delle visioni del mondo proprie di una società democratica. 

Dunque, la fiction come un linguaggio universale, più di tanti altri, perché trasversale a livello sociale, generazionale, culturale. Ma anche perché la condivisione di uno stesso testo facilita la discussione sullo stesso. Come ormai ci dicono tutti gli studiosi di media, ciò di cui parlano i testi che vediamo, ascoltiamo, leggiamo non è rilevante soltanto perché viene recepito direttamente dal pubblico attraverso l’esposizione diretta a tali testi, ma perché poi questi ne parlano fra loro. Quante volte è capitato di discutere con amici e parenti di ciò che si è visto in tv, al cinema, confrontandosi sullo sviluppo della trama, sulle caratteristiche dei personaggi. Tali discussioni servono non soltanto per confrontare i propri repertori estetici, cosa ci è piaciuto o non piaciuto, ma anche e soprattutto per definire e ridefinire i nostri repertori valoriali e comportamentali. Giudicare un personaggio con una disinvolta vita sessuale, piuttosto che un genitore troppo o troppo poco libertario presente in una determinata fictiton significa esplicitare le proprie visioni del mondo. Discuterne aiuta a valutare il grado di accordo o di distanza esistente rispetto ai propri interlocutori; aiuta a ridefinire il proprio punto di vista, perché casomai le persone con cui ne parliamo ci aiutano a vedere uno specifico comportamento e un determinato carattere da un’altra prospettiva. Insomma, moltiplica i nostri immaginari sociali e culturali. Con il tempo questi processi possono indurci a rivedere le nostre posizioni, a modificare convinzioni anche radicate, pregiudizi e stereotipi. Insomma, si allarga il bagaglio delle proprie conoscenze.

Per questo motivo le fiction costituiscono un ottimo materiale didattico. Si pensi alla fortuna negli ultimi anni delle serie televisive. Un buon esperimento potrebbe consistere nel prenderne una fra le più fortunate e chiedere ai nostri studenti, ma anche a parenti e amici i motivi per cui la guardano, come descriverebbero i personaggi, quali secondo loro sono i principali valori positivi o negativi esplorati. Verranno fuori senz’altro tantissimi punti di vista utili – a livello didattico – per esplorare e discutere queste differenze di visioni; ma anche semplicemente a livello personale per accorgersi come ogni oggetto culturale possa comunicare tante cose diverse a seconda di chi lo guarda, lo usa, ne discute.

Del resto non sarà mica un caso se ormai tutte le principali associazioni e organizzazioni non governative che si occupano di un tema specifico – dall’ambiente alla parità di genere, dal razzismo alla protezione degli animali - prevede fra le principali azioni di lobbyng anche quella su registi, produttori e sceneggiatori affinché il “loro” tema sia trattato in un determinato modo. Così come – per contro – spesso sono gli stessi professionisti a chiedere a tali esperti di fare da consulenti dell’opera per non offrire visioni troppo distorte e banalizzanti di determinati problemi o categorie sociali.