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La comunicazione scientifica alla prova della pandemia

di Carlo Sorrentino Docente ordinario di sociologia dei processi culturali presso l’Università degli studi di Firenze

 

Mai come negli ultimi due anni, complice – ahimè – la pandemia, la comunicazione scientifica ha occupato il centro del campo mediatico. Ormai quasi tutti noi sappiamo snocciolare a memoria il nome di almeno una dozzina fra virologi, epidemiologi, infettivologi e via discorrendo.

Qual è il risultato di questa vera e propria immersione?

La risposta non è semplice, perché non univoca. 

Infatti, sicuramente nelle prime fasi della diffusione del virus c’è stata una buona divisione dei compiti fra i vari addetti ai lavori. 

Le istituzioni competenti, si pensi alla Protezione Civile e all’Istituto Superiore della Sanità, fornivano i numeri dei contagiati, dei ricoveri in terapia intensiva e dei decessi; ma ci indicavano anche i comportamenti virtuosi da assumere e i pericoli da evitare.

Gli esperti scientifici spiegavano cosa stesse succedendo, descrivendo anche i possibili scenari dell’immediato futuro.

La classe politica, soprattutto coloro che erano impegnati in attività di governo a livello nazionale o regionale, portavano a conoscenza della cittadinanza le decisioni prese e le loro motivazioni; svolgendo anche funzioni di rassicurazione e di stimolo ai comportamenti virtuosi. Si ricorderanno gli slogan/hastag più fortunati, da #iorestoacasa a #andràtuttobene.

Anche sul web era facilmente riscontrabile la distinzione dei ruoli.

Poi, a un certo punto, è come se il meccanismo si fosse inceppato. E anche la centralità della comunicazione scientifica ha iniziato a perdere colpi; addirittura a essere osteggiata, fino a diventare il principale bersaglio dei tanti odiatori da tastiera e, poi, di quel confuso manipolo di persone che etichettiamo con troppa precipitazione come no vax.

Come è potuto accadere?

Una prima spiegazione risiede nella difficoltà a conciliare le caratteristiche della comunicazione scientifica con le logiche dei media. Queste ultime sono divisive e non tollerano complessità esplicative. Soprattutto nella comunicazione televisiva e sui social il tempo è poco e le posizioni devono essere nette. Ma la comunicazione scientifica, invece, si fonda proprio sul dubbio. Non c’è bisogno di scomodare Karl Popper per sottolineare come la scienza proceda per falsificazioni. Una legge è vera fino a che non se ne trova un’altra che spiega meglio un determinato fenomeno. Figuriamoci davanti a un virus che si presenta per la prima volta, con le sue peculiari quanto originali modalità di propagazione. Ne è conseguita l’evidente esigenza di distinguere, specificare; ma, soprattutto, sono emerse discordanze fra i medici e gli scienziati. Questo processo, che non stupisce chi ha confidenza con la ricerca scientifica, ha reso perplessa una audience abituata a ricevere affermazioni apodittiche, opinioni presentate come verità assolute. L’ovvia conseguenza di tutto questo è stata iniziare a dubitare dell’effettiva competenza degli esperti. Oppure, ancora peggio, ma abbiamo assistito anche a questo, il lento ma inesorabile flettersi degli scienziati alle logiche dei media. Che ha preso due strade: incominciare ad assecondare lo schema dell’affermazione inappellabile: LE COSE STANNO COSI’. PUNTO. Oppure a invadere gli spazi mediali esondando progressivamente dalle proprie competenze. Abbiamo visto infettivologi ed epidemiologi man mano parlare di tutto. Non soltanto dire cosa la classe politica avrebbe dovuto fare; ma anche fare battute ed esprimere proprie impressioni sui tanti temi che s’incrociano nei talk show e nelle caotiche discussioni in rete.

Insomma, si è avviata una spirale della chiacchiera che ha inciso nella progressiva caduta reputazionale degli esperti, apparsi così non diversi da tutti gli altri partecipanti a questo ricco quanto confuso gioco comunicativo.

Se a questo processo si aggiunge una diffidenza già presente per il mondo intellettuale, sia perché considerato troppo vicino al potere, del quale d’altra parte doveva essere competente consulente, sia perché vista come élite superba, spesso incapace di spiegare in maniera semplice le proprie posizioni, si comprende la progressiva incomprensione, spesso spintasi fino a diventare diffidenza, se non peggio.

Tuttavia, da questo lungo periodo pandemico possono trarsi significative lezioni. Piaccia o meno, non possiamo fare a meno della scienza, delle sue scoperte costellate di dubbi, di percorsi più zigzagati della linea retta che spereremmo. Allo stesso tempo, scienziati e professionisti devono capire meglio come l’accesso ai media debba prevedere un costante e progressivo impegno per un linguaggio di divulgazione che metta in conto la legittima ignoranza di tutti noi e, soprattutto, le ansie che ci assalgono quando si trattano argomenti di grande impatto come sono quelli relativi alla salute, ma anche all’ambiente e alle tante sfide che ci aspettano in un futuro che è già oggi.

La pandemia è stata un’improvvisa e di certo non voluta prova generale, che ha mostrato una sorta di chiaro scuro. Speriamo sia d’insegnamento per tutti noi. E già! Perché non sono soltanto gli esperti a doversi adattare alla chiarezza necessaria per comunicare al grande pubblico senza cadere nelle semplificazioni a cui spesso spingono i media. Tocca anche a tutti noi capire che informarsi è un diritto che deve venirci assicurato in una società democratica e pluralista; ma richiede impegno, attenzione e disponibilità di tempo. Oltre ad avere la mente aperta, unica possibilità per ripensare e rivedere le proprie convinzioni.