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EDUCAZIONE ALLA SALUTE

L’educazione alla salute: anche gli scienziati devono fare la loro parte. 

di Letizia Materassi Ricercatrice in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università degli studi di Firenze

 

Articoli di riferimento

https://www.ilgiorno.it/notizie/unannodicovid/speciale-covid-virologi-1.5989232

https://24plus.ilsole24ore.com/art/perche-bisogna-fidarsi-scienza-anche-se-volte-sbaglia-ADWjlyOB

 

La salute dei cittadini è un tema che mai come nell’ultimo anno ha abitato lo spazio informativo, sebbene da tempo a questa siano dedicati inserti speciali, programmi e rubriche tv, canali digitali, oltreché una miriade di siti tematici, blog, portali, app e molto altro ancora. Eppure, l’improvviso, e per certi versi sciagurato, protagonismo recente ha portato le questioni sulla salute ad essere quantitativamente più presenti negli organi di informazione, ma soprattutto a divenire centrali nelle preoccupazioni e nelle agende dei pubblici, nelle conversazioni con parenti e amici, nelle relazioni con gli altri. Da contenuto occasionale di discussione è divenuta una chiave di lettura prioritaria della nostra quotidianità, perché ogni accadimento, fatto o notizia nell’emergenza Covid-19 ha trovato una ridefinizione alla luce dell’andamento e della percezione della salute individuale e collettiva. 

Nella caotica ricostruzione delle voci che hanno affollato il dibattito pubblico hanno avuto un’insolita visibilità gli scienziati più vicini all’ambito sanitario: medici, virologi, biologi, infettivologi, epidemiologi e specialisti vari sono intervenuti su blog, piattaforme social, programmi televisivi, trasmissioni radiofoniche, quotidiani e periodici. Ma non solo. Perché, come avviene per la maggioranza delle questioni di interesse generale complesse, il Coronavirus ha sollevato temi che non sono riconducibili ad un singolo sapere o area scientifica, bensì abbracciano aspetti economici, sociali, politici, organizzativi, di sicurezza pubblica, etc. e dunque rimandano a campi disciplinari differenti. Così, nel particolare contesto emergenziale, il sapere scientifico è stato chiamato in causa per spiegare, illustrare, educare, ma anche orientare e legittimare scelte politiche e di gestione della pandemia, tranquillizzare o sollecitare la risposta comportamentale dei cittadini, promuovere stili di vita e nuove abitudini. 

Nel primo articolo che proponiamo si parla proprio di una “scienza che buca lo schermo”, con il riferimento al protagonismo di quegli scienziati che sono divenuti nell’anno appena trascorso - vere e proprie star. 

Tuttavia, alcune precisazioni sono necessarie per comprendere un contributo che mette in luce gli aspetti maggiormente spettacolarizzanti e narcisistici della presenza degli scienziati sui media e che potrebbero allontanarci dal riconoscere la sostanza della divulgazione scientifica, della educazione alla salute o della cosiddetta “health literacy”, ovvero della “alfabetizzazione alla salute” che, dalla fine degli Anni Ottanta, l’Organizzazione Mondiale della Sanità cerca di promuovere.

Il ruolo degli scienziati è innanzitutto un ruolo di rilevanza pubblica, “un’istituzione”, certo, come si dice nell’articolo, ma non nel senso reverenziale del termine o per quel “fascino esercitato dal camice bianco”, come ironizza l’autore, bensì in un’ottica di servizio pubblico, svolto per e con la collettività. Gli scienziati non sono da intendersi, allora, come una casta di illuminati, superiori e distaccati dalle vite dei profani, ma al contrario, rappresentanti dei “sistemi esperti”, che svolgono un compito fondamentale al servizio del benessere e della qualità della vita della comunità e delle generazioni future. Ricordiamo, infatti, che l’espressione “saperi esperti” deriva da Anthony Giddens, sociologo inglese, autore del saggio "Le conseguenze della modernità" (1990). Gli "esperti" sono i rappresentanti di quei saperi autorevoli che l'individuo riconosce come tali e di cui si fida al fine di rendere possibili le proprie relazioni sociali (e mantenere stabile la sua stessa identità): prendiamo un aereo fidandoci di chi lo ha progettato e costruito o di chi lo sta pilotando, così come riponiamo la fiducia in un medico che ci fa una diagnosi e assumiamo i farmaci che ci prescrive, etc. I pubblici “profani” non possiedono tutte le informazioni che occorrerebbero per capire se quell'aereo è stato costruito correttamente o se quella diagnosi è giusta o se quel farmaco fa al caso nostro, ma proprio in presenza di una conoscenza scarsa e parziale, abbiamo bisogno di fidarci. E non riponiamo solamente la fiducia interpersonale in quella persona specifica (il Dr. X o
l'Ingegnere Y), ma anche nell'emblema simbolico che egli rappresenta (es. la scienza, la medicina, l'ingegneria, etc.). Secondo Giddens nella modernità, caratterizzata da una complessità che rende la realtà sempre più difficile da comprendere, gli esperti sono dei mediatori di fiducia. Più cose non sappiamo, più ci dobbiamo fidare e abbiamo bisogno di "facilitatori" dei nostri meccanismi di radicamento della fiducia. Abbiamo bisogno di chiavi di accesso a quei meccanismi che regolano la nostra quotidianità che gli uomini e le donne di scienza possono fornirci. Perché, dunque, decidiamo di fidarci di un “esperto”? Per la cosiddetta radice cognitiva della fiducia, ovvero perché riconosciamo che lui possiede un sapere specifico, scientifico appunto, che noi, in quanto non competenti, non possediamo. In questo senso, la visibilità della scienza e dei suoi rappresentanti, anche attraverso una ricca presenza mediale, gioca un ruolo di servizio per la collettività, per avvicinare i risultati del proprio lavoro alle sfere di vita, agli “usi e consumi”, alle esigenze della società. 

Non è un caso che per definire questo obiettivo strategico degli scienziati si sia iniziato a parlare negli ultimi decenni di “terza missione” delle università e degli enti di ricerca, sottolineando il carattere vocazionale della scienza di portare i frutti del suo lavoro ben oltre i bordi del banco di un laboratorio, i perimetri di un’aula universitaria o delle pagine di una rivista per addetti ai lavori.

Veniamo allora ad un secondo e ad un terzo aspetto importante, collegati tra loro e che ci aiutano a comprendere l’altro articolo che segnaliamo. Il sapere scientifico necessita di tempo. È il tempo lento, paziente, graduale dell’acquisizione della conoscenza e dello sviluppo della competenza degli scienziati e ha bisogno del tempo della sperimentazione, della prova, addirittura dell’errore, come si apprende dal contributo che segue. 

Gli scienziati non sono né portatori di verità inconfutabili, né di risposte universalmente valide. Hanno il compito di far avanzare il sapere nel campo dell’ignoto o del relativamente noto, in un costante rapporto dialettico con i processi di cambiamento umano e sociale, eppur facendo i conti con la parzialità, limitatezza e fallibilità dello sguardo umano.