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Conflitti e migranti, fin dove arrivano i cambiamenti climatici

di Luigi Casillo conduttore e inviato di SKYTG24

 

Ceuta, Spagna, lunedì 17 maggio 2021.

Berkley, California, mercoledì 19 maggio 2021. Il professor Jay Graham parla ai suoi studenti della School of Public Health della University of California durante una lezione sull’importanza delle politiche di salute pubblica nei Paesi in via di sviluppo. Cita lo studio da lui condotto nel 2016 sul ruolo delle donne nell’approvvigionamento dell’acqua da parte delle famiglie che vivono nei 24 principali Paesi dell’Africa subsahariana. Per la prima volta si svelano i numeri di un fenomeno di massa dato per scontato ma dalle notevoli implicazioni sanitarie. D

Che in genere trasportano almeno 20-25 litri per altrettanti chili di peso per volta. Percorrendo chilometri e chilometri con questo carico sulla testa. Ogni

giorno. Con conseguenze serie alla parte superiore della schiena e alle articolazioni delle mani. Secondo lo studio, pubblicato sulla rivista scientifica statunitense Plos One (https://journals.plos.org/plosone/article?id=info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0155981), nelle comunità in cui il fenomeno è più diffuso, il 69 percento delle donne ha problemi alla colonna vertebrale, e dolori lancinanti già a 30 anni.

Antartide, giovedì 20 maggio 2021. Si stacca l’iceberg più grande del mondo, lungo 170 chilometri e largo 25. I satelliti calcolano una superficie di 4.320 chilometri quadrati, qualcosa di paragonabile al nostro Molise. Una massa di ghiaccio enorme, la cui frattura era monitorata da tempo, che si è separata definitivamente dalla banchisa antartica con tutti gli animali che vi si trovavano sopra e ha iniziato a flottare autonoma nel Mare di Weddell, nel sud dell'Oceano Atlantico, in direzione Sudamerica, dove probabilmente non arriverà mai perché si sarà sciolta prima disperdendo nel mare il suo carico d’acqua dolce di proporzioni incredibili: si stima almeno un miliardo di tonnellate. Sul sito dell’Agenzia spaziale europea si può vedere la sequenza delle riprese fotografiche via satellite che documentano il distacco (http://www.esa.int/ESA_Multimedia/Images/2021/05/A-76_The_world_s_largest_iceberg).

Beirut, Libano, sabato 22 maggio 2021. In un campo palestinese alla periferia della città, Namat Abu Shallah racconta a un giornalista della Bbc (https://www.bbc.com/news/av/world-middle-east-57203120) che tutti i mesi è costretta a spendere il 30 per cento del suo stipendio per comprare acqua in bottiglia. Acqua per bere, per cucinare, per lavarsi, perfino per riempire la tinozza e fare il bagnetto al figlio nato con un problema dermatologico. Si calcola che più di un milione e mezzo di persone, all’interno e nei dintorni di Beirut, soffra seriamente di scarsa disponibilità di acqua potabile corrente. Accade sempre più spesso, specialmente d’estate, che i rubinetti restino a secco per settimane intere e quel poco di acqua che arriva, quando arriva, in molti casi è inquinata da metalli pesanti e batteri.

SE IL SUOLO SI FA DI CRETA

Che cos’hanno in comune questi quattro episodi così diversi e così distanti geograficamente, oltre al fatto di essere accaduti nell’arco di un’unica settimana alla fine dello scorso mese di maggio? Che raccontano, tutti e quattro, le conseguenze dirette e indirette di uno stesso fenomeno, quello dei cambiamenti climatici. Conseguenze che, con l’eccezione forse del caso dell’iceberg in Antartide, e come invece spiega bene l’esempio delle donne che trasportano l’acqua in Africa, possono essere anche molto lontane da quelle a cui abbiamo l’abitudine di pensare quando parliamo di fattori come il riscaldamento globale, e cioèl’innalzamento del livello del mare e lo sconvolgimento degli habitat naturali.

L’impatto forse più drammatico che sulla vita dell’uomo ha l’alterazione del clima dovuta all’emissione dei gas serra è oggi rappresentato dall’estensione progressiva della superficie di terre emerse che diventano

A partire dall’alba, e per tutta la giornata, una marea umana

composta da migliaia di giovani uomini, donne e bambini, da soli o con l’intera famiglia, invade l’enclave

spagnola in territorio marocchino, un piccolo pezzo di Europa in Africa. Sotto lo sguardo degli agenti della

polizia di Rabat rimasti completamente inerti, migliaia di persone arrivano sulla spiaggia per lo più via terra,

aggirando a piedi la recinzione metallica che segna il confine fra i due Paesi o passando attraverso le

montagne. Oppure nuotando, a volte con la sola forza delle braccia, altre aiutandosi con materassini

gonfiabili e piccoli gommoni. In due giornate passano la frontiera in più di 8 mila, scatenando una crisi

diplomatica fra la Spagna e il Marocco, accusato di aver allentato i controlli di proposito.

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ove non c’è acqua a disposizione delle famiglie, occorre andare a

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prenderla, spesso molto lontano dal villaggio. E quando si tratta di impiegare più di 30 minuti a piedi, la

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maggior parte delle volte lo fanno le donne: dal 46 percento dei casi in Liberia al 90 percento in Costa

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d'Avorio, per un totale di quasi 14 milioni di donne coinvolte.

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inadatte a essere abitate perché non più coltivabili. L’acqua è sempre più rara, i campi si fanno di creta, il deserto avanza e con loro anche i popoli che si spostano per sfuggire alla fame.

IL CASO DEL SAHARA OCCIDENTALE

Pendete il caso emblematico di Ceuta, che ho ricordato all’inizio. Crisi diplomatica fra Spagna e Marocco, dicevamo. Madrid ha accusato Rabat d’aver allentato i controlli alla frontiera con lo scopo di trasformare quel fiume di migranti in uno strumento di pressione politica. Alla base della contesa c’è in effetti la Regione del Sahara Occidentale, il cui territorio al confine con la Mauritania è rivendicato da sempre dal Marocco ma che è stato dichiarato indipendente dal popolo saharawi. Il problema è che alla fine di aprile un ospedale del Nord della Spagna ha accolto, per curarlo, visto che è ammalto di cancro, il leader dei separatisti, come dire la bestia nera dei marocchini. Un gesto che non è stato perdonato.

Fin qui le motivazioni politico-diplomatiche. Ma provate ad aprire Wikipedia e cercate Sahara Occidentale. Sotto il capitolo Uso del suolo leggerete 0 alla voce Seminativi e 0 alla voce Coltivazioni permanenti.
E siamo al punto. I flussi migratori possono anche diventare arma di ricatto sul piano internazionale, e da questo punto di vista il caso marocchino non è certo un unicum. Basta pensare alla Libia, nel qual caso siamo proprio noi italiani gli interlocutori 
privilegiati, ma anche alla Turchia, che nel lanciare i suoi messaggi sembra invece rivolgersi all’Europa intera. Se però accade che esseri umani possano essere trasformati in strumenti di pressione politica è perché a disposizione di chi gestisce il potere ce ne sono tanti. Migliaia. Anzi, milioni. Che condividono la stessa caratteristica: scappano da zone in cui la voce Coltivazioni permanenti è pericolosamente prossima allo 0.

CONFLITTI E INSTABILITÀ POLITICA SONO AGGRAVATI DALLA SICCITÀ

Da dove provenivano gli 8 mila che lo scorso 17 maggio hanno superato la frontiera a Ceuta (e che in buona parte poi, nel giro di pochi giorni, la polizia spagnola ha ricacciato indietro)?
Prendiamo una delle foto simbolo dell’assalto: una volontaria, che fra l’altro per quel gesto è stata duramente attaccata sui social, consola, abbracciandolo, un ragazzo del Senegal (https://www.ansamed.info/ansamed/it/notizie/rubriche/cronaca/2021/05/20/ceuta-abbraccio- volontaria-migrante-diventa-foto-simbolo_baaf488d-cbbb-4c74-be1e-e34aff1a3e20.html). Senegal: 3 mila chilometri a sud. Insieme a lui, oltre che moltissimi marocchini e persone provenienti proprio dal Sahara Occidentale, a Ceuta c’erano profughi del Mali e del Niger, 4 mila chilometri di distanza. Sono, questi ultimi, Paesi dell’Africa Occidentale che, come il Gambia, prendono il nome dai fiumi che li attraversano e che le diverse popolazioni sfruttano simultaneamente e in forte competizione fra loro, per lo più senza una politica coordinata in grado di salvaguardare quel bene prezioso in vista dei bisogni futuri. Il processo di urbanizzazione, che molti Paesi africani stanno vivendo in questi anni, la crescita della popolazione, l’aumento conseguente del fabbisogno di produzione agricola e lo sfruttamento del suolo anche a opera di potenze straniere hanno accresciuto la pressione sulle già scarse risorse idriche in modo insostenibile. È questo il quadro già di per sé allarmante su cui da quelle parti si innesta oggi il problema climatico.

LE PIOGGE DIVENTANO SEMPRE PIÙ IMPREVEDIBILI

Le Nazioni Unite hanno dichiarato l’area del Sahel, e cioè la fascia che percorre l’Africa a sud del Sahara dalla Mauritania all’Eritrea, come la “la più vulnerabile del mondo” agli effetti del cambiamento climatico (https://www.un.org/africarenewal/news/building-climate-resilience-and-peace-go-hand-hand- africa%E2%80%99s-sahel-%E2%80%93-un-forum). Succede non solo che la stagione delle piogge sta diventando ogni anno più corta ma anche che le precipitazioni sono sempre più imprevedibili.

Il fatto è che, secondo i dati della Banca Mondiale, nel Niger, per fare un esempio, il 76 percento della popolazione vive di agricoltura (https://documents1.worldbank.org/curated/en/682971561341777240/pdf/Niger-Agricultural-and- Livestock-Transformation-Project.pdf). E quando 76 persone su 100 per mangiare dipendono direttamente dalla terra e il raccolto si fa difficile, le tensioni sociali aumentano. È inevitabile. Crescono l’insofferenza per le autorità e il tasso di conflitto fra comunità diverse, tribù contro tribù, agricoltori contro pastori, il che alimenta cellule terroristiche, spesso di matrice jihadista, che seminano il terrore con violenza inaudita. La religione c’entra fino a un certo punto. Si creano sacche di disperazione che portano alla ribellione e da cui la gente non può che fuggire. Quando ci riesce. Sempre l’Onu afferma che i Paesi del Sahel centrale oggi

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sono al centro di una delle crisi di sfollamento a più rapida crescita del mondo. Si parla di più di 600 mila persone all’anno in cerca semplicemente di un modo per sopravvivere.

MANCA IL COORDINAMENTO FRA GLI STATI

Qualcosa di non troppo diverso, come racconta la storia di Namat a Beirut, succede in un’area del mondo più vicina a noi, il Medio Oriente. Anche qui la scarsità dell’acqua si sta facendo nel tempo più severa a causa anche dell’innalzamento globale della temperatura e anche qui la spirale sta alimentando, certo insieme a tanti altri fattori, difficoltà economiche e malcontento. Quel che è peggio è che in tutto il mondo le crisi idriche, per loro natura, sono quasi sempre transfrontaliere. Richiederebbero cioè agli Stati di agire insieme mentre invece, come succede a sud del Sahara, anche in Medio Oriente mettono le comunità incompetizione fra loro, una contro l’altra. Ne derivano insicurezza politica e sociale e conflitti da cui le persone si sentono poi costrette a fuggire.

Quando dunque valutiamo le responsabilità di ciò che accade nel mondo, dovremmo fare attenzione a mettere nella giusta sequenza logica i diversi fattori. Quelli ambientali, e fra essi sempre di più i cambiamenti climatici, sono in cima alla catena perché favoriscono instabilità in luoghi quasi sempre molto lontani da dove i gas serra, che di quei cambiamenti sono l’origine, vengono effettivamente prodotti. La percezione di insicurezza che ne deriva, come del resto sempre è accaduto nel corso della storia, è poi alla base dei grandi fenomeni migratori verso le aree del mondo meno esposte.

Per questa ragione, quando pensiamo alla lotta al riscaldamento globale e agli sforzi e agli investimenti miliardari che i Paesi economicamente più avanzati hanno scelto di fare per ridurre l’impatto delle nostre vite agiate sugli equilibri naturali del mondo, dovremmo uscire dall’equivoco di credere che in gioco ci siano solo questioni ambientali ma ampliare l’orizzonte delle nostre riflessioni. Ricordare che oltre all’Antartide c’è Ceuta. E cioè casa nostra.