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L’importanza della ricerca scientifica e dell’innovazione. Quello che raccontano i vaccini anti Covid

 

di Luigi Casillo conduttore e inviato di SKYTG24

 

 

 

Quando tutti vogliono avere la stessa cosa c’è sempre chi riesce a ottenerla subito e chi invece deve mettersi in fila e aspettare. In genere più potente, ricco, scaltro, avveduto e, diciamolo pure, fortunato sei, più avanti nella fila ti trovi.

In questi mesi la regola l’abbiamo vista in azione con il vaccino anti Covid. Da metà dicembre 2020, mentre noi europei cercavamo in tutto l’Occidente aziende disponibili a stipulare contratti di fornitura (che in qualche caso non sono stati onorati) combattendo con l’evidente scarsità di dosi disponibili, accanto a noi Stati Uniti, Israele a Gran Bretagna mettevano il turbo con le iniezioni facendoci assaggiare quel terribile mix di rabbia, paura e fastidio che prova chi si accorge di non essere ai primi posti in lista d’attesa.
Eppure nessuno, quando è partita la pandemia, era in vantaggio sugli altri. Ciascun Paese occidentale è stato travolto in ugual misura a distanza di pochi giorni dai vicini e ha dovuto farsi le ossa per conto suo 
passando attraverso l’incubo della diffusione fuori controllo dei contagi, la crisi del sistema ospedaliero e la spaventosa contabilità dei morti misurata a decine di migliaia. Quando però si è capito che il vaccino era l’unico modo per uscirne, c’è chi è stato capace di avere in tempi rapidi milioni di dosi a disposizione e chi no. Perché?

POLITICA E BUROCRAZIA

Le ragioni sono molte, complesse e sovrapposte. Chiamano in causa riflessioni come la macchinosità del processo decisionale europeo (si pensi già solo al meccanismo di autorizzazione della somministrazione dei farmaci) ma anche l’obiettiva sfortuna d’aver riposto le maggiori speranze nel vaccino messo a punto dalla multinazionale anglo-svedese AstraZeneca, rivelatosi poi però problematico. A queste, per quanto riguarda gli italiani, si affiancano (le solite) motivazioni politico-organizzative, nel caso specifico la dialettica disordinata fra potere centrale e regionale che, specie all’inizio della campagna nazionale, ci ha fatto accumulare ritardi che si potevano evitare.

C’è però una considerazione più ampia da fare che viene prima di tutto il resto e che riguarda la messa a punto per così dire tecnologica del siero anti Covid. Si tratta di rispondere a queste domande: quanto abbiamo fatto in passato per sostenere la ricerca scientifica nel campo dei vaccini? Che cosa abbiamo da dire, come europei e prima ancora come italiani, nell’ambito più generale delle biotecnologie? Abbiamo mai creduto nel settore come possibile volano economico? Abbiamo creato un ambiente sufficientemente favorevole all’innovazione in questo campo?

Il modo migliore per trovare le risposte è guardare a quello che è successo altrove. Attraverso una storia, che spiega molto bene quanto conti l’innovazione anche nel campo dei vaccini. La storia di Moderna, la giovane (11 anni appena) azienda americana attiva nel settore delle biotecnologie cui si deve uno dei sieri anti Covid più utilizzati negli Usa.

LINTUIZIONE E LA VOGLIA DI ASSUMERSI RISCHI

Tutto inizia dall’idea di una biochimica ungherese che oggi ha 66 anni, Katarin Karikó. La ricercatrice ha un chiodo fisso: sfruttare la funzione della molecola dell’Rna messaggero (o mRna), il cui compito è di trasferire alle cellule di un organismo il codice contenuto nel Dna per produrre in modo corretto le diverse proteine indispensabili alla vita. Negli Anni 80 Katarin lascia il suo Paese per carenza di finanziamenti e prospettive e va negli Stati Uniti, dove in un’università della Pennsylvania riesce a brevettare la sua idea spacciandola, il dettaglio lo racconta il Financial Times, (https://www.ft.com/content/b2978026-4bc2-439c- a561-a1972eeba940) come un promettente rimedio contro la calvizie. Forse anche per questo Katarin è a lungo snobbata dal mondo americano della ricerca. Il suo destino incrocia però quello di un altro scienziato della Temple University, Drew Weissman, che nel frattempo stava studiando le cellule dendritiche, e cioè le sentinelle che nel nostro organismo avvertono il sistema immunitario della presenza di patogeni come i virus e fanno scattare la difesa. I due lavorano gomito a gomito per molti anni con uno scopo: sfruttare l’Rna messaggero per veicolare all’interno dell’organismo la proteina Spike, così si chiama quella contenuta nell’involucro di alcuni virus, compreso quello responsabile del Covid, che viene riconosciuta dal nostro

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sistema immunitario. Ma si scontrano con un problema enorme: l’mRna messo nelle cellule dendritiche le induce a comportarsi come se fossero toccate da un agente esterno. Da buone sentinelle si attivano per distruggersi l’una con l’altra in un processo non controllabile che rende tutto l’impianto teorico completamente inutile sul piano pratico. Finalmente arriva l’incontro decisivo. Si chiama Derrick Rossi. Ricercatore specializzato in cellule staminali, più giovane e rampante degli altri due, canadese con evidenti origini italiane e istinto da imprenditore, instrada la ricerca verso la tappa conclusiva contribuendo a risolvere l’inghippo: con una modifica le cellule del sistema immunitario si comportano come se l’mRna aggiunto fosse prodotto dallo stesso organismo che lo riceve. E’ fatta. Si può ora introdurre la proteina Spike nell’organismo e indurre una risposta immunitaria seguendo una strada che nessuno aveva mai battuto prima.

A questo punto al gruppetto di scienziati mancano solo i soldi per tentare una produzione vera e propria di un vaccino. Ma bisogna vincere la doppia diffidenza, della comunità scientifica e del mercato, che in fondo si pongono la stessa domanda: chi garantisce che poi all’atto pratico funzioni davvero? Qualcuno disposto a rischiare, però, si trova. Arriva prima un ingegnere legato al Mit di Boston, imprenditore del mondo della biotecnologia. La sua presenza attrae un venture capitalist. E poi, a catena, altri finanziatori. Arriviamo così al 2010, anno in cui nasce l’azienda Moderna con la seguente ragione sociale: fare ricerca e sviluppo di farmaci basati sulla tecnica dell’Rna messaggero per produrre farmaci di nuova generazione. Il Governo americano la finanzia: 25 milioni di dollari solo nel 2013. Attenzione alle date: 2013. Molto prima che l’emergenza Covid apparisse all’orizzonte.

AMERICANI E TEDESCHI HANNO GUARDATO LONTANO

Ecco dunque come hanno fatto gli Stati Uniti a trovarsi pronti alla sfida dei vaccini quando è stato necessario. Fra il 2019 e il 2020, nei mesi in cui è scoppiata la pandemia, avevano in casa, nel Massachusetts per la precisione, un’azienda di medie dimensioni (830 dipendenti nel 2019) che già vantava anni di esperienza innovativa consolidata proprio nel settore che serviva. Fortuna? Vedremo poco più sotto quanto gli Stati Uniti investono ogni anno nel comparto farmaceutico. Di certo i rischi finanziari assunti in passato, gli anni di ricerca, il sostegno pubblico e privato, hanno pagato: la capitalizzazione di Moderna, nell’era Covid, è cresciuta del 600%. Certo, poteva andare male. Ma è proprio questo il punto: senza rischio non c’è ricerca scientifica e senza ricerca scientifica non c’è innovazione.

Alla nuova tecnologia dei vaccini basata sull’mRna ha creduto anche un’altra azienda, la tedesca BioNTech, che non a caso qualche anno fa aveva assunto proprio Katarin Karikó. Di certo, ha raccontato in più di un’intervista Drew Weissman, “il loro vaccino utilizza le nostre acquisizioni”. Ma è un fatto che l’azienda di Magonza ha saputo guardare lontano tanto quanto gli statunitensi: ha iniziato in tempi non sospetti a investire nello stesso campo di Moderna credendo nella possibilità di guadagnarci in futuro. Ed è stata premiata. Quando è scattata l’emergenza-opportunità della pandemia, i minuscoli tedeschi (121 milioni di dollari di fatturato nel 2019) non avrebbero certo potuto far molto davanti all’enormità della sfida della produzione di massa senza l’alleanza con un colosso assoluto come l’americana Pfizer (52 miliardi di fatturato). Ma è un fatto che la tecnologia impiegata nella produzione del siero anti Covid che resta fra i più iniettati in assoluto negli Stati Uniti e in Europa è quella messa a punto da loro.

Anche l’Italia ha un’azienda attiva nel settore delle biotecnologie impegnata nello sviluppo di un vaccino. E’ la romana ReiThera, in realtà controllata da una società svizzera di diritto privato, fondata nel 2015, un’ottantina di dipendenti e 19 milioni di fatturato nel 2019. ReiThera non ha puntato sull’mRna ma come AstraZeneca ha scelto di lavorare a un vaccino a vettore virale (la proteina Spike viene introdotta nell’organismo a bordo di una versione indebolita dell’adenovirus responsabile dell’influenza degliscimpanzé), tecnologia che ha dato più di un problema. Mentre scrivo, la possibilità che gli sforzi producano un risultato concreto è più che mai incerta poiché la Corte dei Conti ha bloccato il finanziamento pubblico da 81 milioni di euro che era stato promesso dal Governo italiano. Attenzione, però. Promesso quando? A gennaio 2021, e cioè a campagna vaccinale già bella che cominciata. E’ davvero così che vogliamo fare innovazione?

LITALIA INVESTE ANCORA POCO

Scorro gli indicatori pubblicati da Farmindustria a luglio 2020 (https://www.farmindustria.it/app/uploads/2017/12/Indicatori-Farmaceutici-2020.pdf), che a buon diritto descrivono la farmaceutica come una delle punte di diamante del nostro sistema industriale, e leggo che l’export rappresenta l’85% del valore della produzione, che dal 2013 la Ricerca e Sviluppo è cresciuta da noi più della media europea e che il 10% di tutti gli occupati nel settore fa attività di ricerca. Benissimo. L’equivalente rapporto pubblicato dalla Federazione europea delle associazioni e delle industrie farmaceutiche (https://www.efpia.eu/media/413006/the-pharmaceutical-industry-in-figures.pdf), tuttavia, mette in luce che nel 2017 l’Europa nel settore ha investito in ricerca 35,3 miliardi di euro contro i 55,7 miliardi di dollari degli Usa. E che nel nostro continente il campione di ricerca farmaceutica è, guarda caso, la Germania: quasi 7 miliardi di euro di investimenti in un anno. L’Italia? Ne ha messi 1,5 miliardi. Meno della Danimarca, che ha un decimo dei nostri abitanti.

IL VANTAGGIO DI ESSERE PICCOLI

La storia di Moderna e BioNTech dice che l’innovazione più determinante nella lotta al Covid attraverso i vaccini è stata scritta in questi ultimi due anni da aziende di dimensioni medio-piccole. Funziona così da almeno 20 anni nel mondo della ricerca medica, dove navi corsare, a differenza dei giganti dell’industria e del commercio, si possono permettere quella libertà di movimento indispensabile per sperimentare rotte completamente nuove. Ma che cos’è la ricerca se non esattamente questo? Ciò che noi italiani, per indole e abitudine, sapremmo sulla carta fare benissimo, con il vantaggio supplementare delle dimensioni mediamente ridotte delle nostre imprese. Qualche anno fa, intervistando la titolare di un’azienda attiva nella componentistica per auto, le chiesi come mai un marchio blasonato coma Audi dovesse rivolgersi a una ditta del bresciano a 550 km di distanza per avere una guarnizione del lunotto fatta come dio comanda. “Perché anche loro sbagliano i progetti”, fu la risposta. “E solo qui sanno che troveranno una soluzione creativa, efficace ed economica allo stesso tempo”.

Quanti treni dovremo ancora perdere prima di rendercene conto?