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Come la pandemia ha cambiato il lavoro?

https://www.corriere.it/economia/lavoro/cards/lavoro-troppo-stress-adesso-priorita-dopo-pandemia-flessibilita/the-working-future-come-cambia-lavoro_principale.shtml 

https://www.repubblica.it/salute/2022/02/16/news/smartworking_non_solo_vantaggi_come_superare_lo_stress_del_lavoro_in_casa-336443472/

La pandemia è intervenuta non poco nel modo in cui intendiamo il lavoro. L’emergenza Covid-19 ha mostrato come il rapporto tra la persona e il lavoro non sia immune dai fattori esterni, a più livelli. Innanzitutto la presenza di rischi così elevati e imprevedibili che il virus ci ha improvvisamente ricordato, almeno a livello sanitario, che restiamo vulnerabili. E questa consapevolezza ha la forza di ri-ordinare la scala delle nostre priorità nella quale risalgono la salute, gli affetti, il valore del tempo. C’è quindi la concreta possibilità, con il venire a meno dell’emergenza, che il lavoro prenda un posto nuovo nella vita. Si tratta con tutta probabilità di cambiamenti che non possono essere registrati da indicatori economici o statistici, ma riguardano una dimensione appunto soggettiva non certo prima di conseguenze sociali a medio e lungo termine. C’è poi una vera e propria possibilità di ridefinizione del concetto stesso di lavoro che va oltre alla dimensione puramente economico con la quale siamo abituati a guardarlo. Infatti chi si è trovato in casa a dover assistere persone anziane e non autosufficienti o a passare le giornate intere con figli che non si recano a scuola, difficilmente potrà negare di star svolgendo un lavoro, e inoltre un lavoro impegnativo e faticoso. Se il lavoro di cura, l’azione quotidiana per occuparsi delle persone, non è considerato lavoro è perché mancano quegli elementi che nel tempo sono divenuti qualificanti quali lo stipendio, gli orari, una gerarchia organizzativa, un luogo di lavoro definito ecc. E questo aspetto non è emerso solo nella dimensione famigliare ma anche nei rapporti sociali laddove si concentri l’attenzione verso quei lavori che nel mezzo della pandemia abbiamo guardato con più ammirazione da un lato, e che ci hanno sostenuto nelle nostre necessità, dall’altro. Lavori che spesso sono poco valorizzati dal punto di vista economico e contrattuale ma che sono risultati quanto mai fondamentali.  Tra i tanti aspetti intorno ai quali può giocarsi la trasformazione del lavoro dopo la pandemia, all’interno di questo complesso contesto, se ne possono approfondire due: il lavoro da remoto e la domanda di nuova flessibilità. 

1. Il lavoro da remoto (smart working), luci e ombre 

Soprattutto nei mesi più difficili della primavera del 2020 e poi dell’autunno, milioni di lavoratori si sono trovati (così come gli studenti) forzatamente a casa cercando di continuare a svolgere il loro impiego in una modalità nuova e per molti inedita. Si calcola che nel 2020 si sia arrivati a oltre 7 milioni di lavoratori in smartworking, per poi stabilizzarsi su cifre inferiori ma comunque più alte rispetto al passato. Nei primi mesi molti hanno parlato dello smart working come di una grande rivoluzione portata dalla pandemia che avrebbe contribuito al miglioramento della vita lavorativa, garantendo una maggior conciliazione tra la vita e il lavoro, e sicuramente ci sono segnali in questa direzione. Allo stesso tempo è innegabile che l’utilizzo massiccio del lavoro a distanza ha ridotto i rischi del contagio favorendo il distanziamento sociale. Ma con il passare del tempo si è iniziato a capire come vi fossero anche delle possibili conseguenze negative generate da un eccessivo e non organizzato utilizzo di questa modalità di lavoro, e di questo parla l’articolo di Irma D’Aria. L’articolo discute dei principali rischi e delle difficoltà che sono emerse nei mesi di utilizzo dello smart working, a partire dalla complessità di gestione degli equilibri familiari ma anche di lunghe e forzate convivenze alle quali non si era più abituati. E nel farlo segnala alcuni possibili accorgimenti che possano contribuire non tanto al venir meno di questa preziosa modalità di lavoro, quanto a renderla più sostenibile. 

Sembra quindi che incidano e generino dei paradossi le aspettative che una ricorrente narrazione dello smart working ha generato negli ultimi anni. Dipinto come strumento di liberazione dai vincoli spazio-temporali del lavoro dipendente, dalle logiche di controllo, ordini e direttive proprie dei luoghi di lavoro, come riappropriazione del proprio tempo all’interno di una nuova logica di lavoro per obiettivi e non per ore, il lavoro agile è qualcosa di molto distante da ciò che si è diffuso in conseguenza all’emergenza. Risulta ormai chiaro come l’emergenza stessa e i suoi tempi rapidi abbiano spinto all’utilizzo del telelavoro, che si fonda su modalità organizzative (orari, controlli ecc.) molto diverse da quelle dello smart working così come dipinto, e non si distanzia, se non per la collocazione fisica, dal tradizionale lavoro subordinato. Non è da escludere quindi che questo, se confuso con il lavoro agile, possa contribuire ad una visione negativa di uno strumento che potrebbe invece contribuire positivamente alla modernizzazione del lavoro. Per questo si pone fin da subito il tema di come accompagnare dal punto di vista organizzativo questo momento storico affinché possa coincidere non solo con la semplice traslazione delle relazioni gerarchiche aziendali all’interno delle mura domestiche ma con un vero cambiamento organizzativo di cui da tempo si sente l’esigenza. E questo è un metodo che dovrebbe essere centrale in tutte le sfide che riguardano il lavoro nell’epoca del Covid-19, ossia la necessità di accompagnare le sfide con una progettazione e ri-progettazione delle organizzazioni e dei ruoli e compiti delle persone, lasciando sullo sfondo l’ipotesi che vi sia una mano invisibile che ci restituirà più efficienti e più moderni al termine di tutto. 

2. Quale flessibilità per il dopo Covid? 

Un secondo aspetto che sembra mostra quanto la concezione di lavoro sia in parte cambiata durante la pandemia riguarda il più ampio rapporto tra la vita e il lavoro. Non quindi la mera conciliazione tra i tempi di vita e i tempi di lavoro, ma proprio il ruolo del lavoro nei progetti di vita delle persone. Si discute dell’aumento delle dimissioni al termine della fase più emergenziale della pandemia, soprattutto negli USA e, come si mostra nell’articolo di Corinna De Cesare, sono diverse le interpretazioni. Se infatti il 58% dei lavoratori, secondo la ricerca presentata nell’articolo, a livello globale ritiene che la pandemia abbia rappresentato un punto di rottura rispetto al passato, sono tante le ragioni e tanti i profili dei lavoratori che si possono delineare. Si tratta di un tema non banale perché potrebbe avere importanti implicazioni per le imprese che potrebbero contare sempre di meno sui profili interni, più facilmente disposti ad andarsene. Ma anche una sfida importante per i sistemi di protezione sociale e per il welfare in generale. Sarà interessante valutare nel lungo periodo questo fenomeno per comprendere se e come in Italia attecchirà e soprattutto se si tratta di una dinamica legata alla pandemia, con molti lavoratori che avrebbero cambiato lavoro nel periodo emergenziale e che hanno solo rimandato, o se è qualcosa destinato per durare. Di certo pone in grande discussione il rapporto tra le esigenze personali, del proprio progetto di vita, e il lavoro come una parte non per forza totalizzante di questo processo. 

Traccia per l’attività in classe

Il tema del lavoro a distanza e delle sue potenziali conseguenze è tra quelli particolarmente divisive e si può affrontare mediante la tecnica del great debate. Si divide la classe in quattro gruppi omogenei e si procede a sostenere una tesi a gruppi contrapposti (un gruppo contro un gruppo). Due gruppi devono sostenere la tesi secondo cui il lavoro da remoto è una grande opportunità e rappresenta il futuro del lavoro, gli altri due che il lavoro da remoto è una fucina di rischi e pericoli per i lavoratori. Il migliore tra i due gruppi viene votato dai due che non stano partecipando al turno, e viceversa. Si procede poi alla finale tra i due gruppi vincitori del primo turno, votati da chi è stato escluso, sostenendo questa volta da un lato la tesi secondo cui il posto fisso è l’unica garanzia per i lavoratori e dall’altro che il posto fisso è ormai un fenomeno del passato che non serve più. 

Link di approfondimento 

https://www.eticaeconomia.it/laltra-faccia-dello-smart-working/

https://www.eticaeconomia.it/dal-lavoro-agile-alla-new-way-of-working-una-roadmap-per-gli-architetti-del-nuovo-lavoro/

https://hbr.org/2021/09/who-is-driving-the-great-resignation

https://www.mckinsey.com/business-functions/people-and-organizational-performance/our-insights/great-attrition-or-great-attraction-the-choice-is-yours

https://www.adepp.info/2021/07/smart-working-meno-infortuni-ma-piu-stress/