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Giovani e lavoro, un rapporto complesso

Articoli

https://milano.corriere.it/notizie/economia/22_febbraio_11/giovani-lavoro-milano-l-indagine-che-svela-precarieta-primo-impiego-nero-uno-tre-f21703f8-8b0d-11ec-8ff0-286fb7a9f896.shtml

https://www.ilsole24ore.com/art/italia-paese-giovani-neet-un-anomalia-correggere-il-piano-rilancio-AEjQMX6

Quello delle condizioni giovanili all’interno del mercato del lavoro italiano è un tema che periodicamente ritorna ad occupare, sebbene per brevi periodi, il dibattito pubblico. Sembra ormai che si tratti di ribadire un dato di fatto e in questo modo si contribuisce a dargli le sembianze di una verità amara e inscalfibile, ma purtroppo i dati sui NEET, richiamati dall’articolo di Rosina, confermano l’urgenza del problema. 

1. I dati sul lavoro giovanile in Italia 

Più di tanti ragionamenti bastano alcuni numeri per aiutare a chiarire lo scenario e la sua portata, allargando leggermente lo sguardo dal punto di vista temporale. Se nel luglio del 2004 70,4 giovani tra i 25 e i 34 anni su 100 lavoravano, a luglio del 2007 la cifra era invariata, ma solo 3 anni dopo, nel 2010, era scesa a 65,3 e tre anni dopo ancora, nel 2013 a 59,7. In sei anni un calo del 15%. Tre volte tanto il 5% della fascia 35-49 anni, per non parlare di quella 50-64 anni, addirittura cresciuta (grazie anche ai primi effetti della Legge Fornero) del 12% nello stesso arco di tempo. E questo senza considerare che le mutazioni demografiche hanno nel periodo 2007-2013 hanno fatto diminuire la fascia 25-34 anni di ben 1,1 milioni di unità. Se poi guardiamo al tasso di disoccupazione, questo è cresciuto dall’8,1% al 18,1%, mentre quello di inattività, ossia di coloro che non avevano un lavoro e non lo cercavano, dal 23,1% al 26,9%. I giovani quindi non sono usciti bene dalla crisi del 2008. E i dati della pandemia? Ci mostrano come l’occupazione giovanile sia quella che ha pagato di più nei mesi più duri della crisi, per molte ragioni. 

Sicuramente incide la tipologia di rapporto di lavoro che compone l’occupazione giovanile. Sappiamo infatti che la percentuale di contratti a termine è maggiore nelle fasce d’età più giovani. La media italiana è di 15,7 occupati a termine su 100 lavoratori dipendenti, nella fascia 25-34 anni questa cifra sale a 27,6 e schizza a 61 se consideriamo, comunque coscienti dei limiti già evidenziati, la fascia 15-24 anni. Sempre tra i 15 e i 34 anni nel 2019 sono stati attivati 296 mila tirocini extracurriculari, percorsi che nella maggioranza dei casi si concludono senza una assunzione presso l’azienda in cui si sono svolti. La forte incidenza di queste forme di lavoro temporanee potrebbe spiegare in larga parte la posizione di debolezza dei giovani in un mercato del lavoro in cui il dualismo tra lavoro temporaneo e lavoro permanente è ancora molto forte e in cui troppo spesso temporaneo coincide con precario, anche se non è scontato che debba sempre essere così, soprattutto in economie moderne, mutevoli e flessibili. Quanto accaduto nei mesi della pandemia ha invece mostrato come, a fronte di un blocco dei licenziamenti prolungato, le imprese abbiano ridotto i costi in conseguenza della pandemia intervenendo laddove potevano intervenire senza incorrere in sanzioni o contenziosi: sul lavoro temporaneo, e quindi in buona parte sui giovani. Tra febbraio e luglio abbiamo avuto infatti in Italia 340 mila occupati a termine in meno e non sappiamo ancora quale sia stato l’impatto sui tirocini. 

2. Le conseguenze e il contesto

Il nodo delle forme di ingresso nel mercato del lavoro giovanile è affrontato dalla ricerca presentata nell’articolo di Elisabetta Andreis. In particolare dalla ricerca emerge come vi siano livelli di informalità (lavoro nero) molto elevati concentrati nella fascia giovanile, spesso superiori a quanto si immagino e a quanto i dati statistici ufficiali riescano a registrare. 

Ma la forte presenza di tipologie contrattuali atipiche e di lavoro irregolare deve anche essere letta alla luce delle trasformazioni che stanno caratterizzando il mercato del lavoro negli ultimi decenni. Mercati più instabili, digitalizzazione dei processi, settori produttivi che vengono rapidamente rivoluzionati e spesso distrutti, catene del valore che si ridefiniscono in continuazione. Sono solo alcuni dei cambiamenti che incidono profondamente sulla tendenza all’utilizzo per i più giovani di forme contrattuali flessibili all’interno però di un mercato del lavoro, quello italiano, che ancora si muove lungo le direttive del Novecento industriale, prima tra tutte la centralità, in termini di tutele e welfare, del contratto a tempo indeterminato. Dualismo questo che, sebbene sia sempre presente, tende ad esplodere nelle situazioni di difficoltà economica e ancor di più durante una crisi assolutamente inedita nelle forme e nelle cause come quella che abbiamo vissuto con la pandemia. 

Dalla ricerca però emergono anche alcune strade concrete da percorre e una prospettiva di analisi che andrebbe discussa. Si propone infatti di considerare le transizioni continue tra diverse fasi della vita lavorativa, soprattutto nei giovani, come una “nuova normalità” nei mercati del lavoro contemporanei, e quindi conseguentemente occorrerebbe trovare gli strumenti adatti per gestire queste transizioni senza che esse diventino una condanna per le persone che le vivono (e spesso le subiscono). Un cambio di prospettiva difficile da accettare se i giovani dovessero trovarsi a vivere queste transizioni in solitudine e quindi in preda del mercato. Altro sarebbe se vi fosse la possibilità di essere accompagnati anche attraverso strumenti, come viene proposto nella ricerca, quali la certificazione delle competenze, anche di quelle acquisite all’interno di esperienze non standard, come ad esempio il volontariato. Si tratterebbe di cambiare la prospettiva con cui un giovane si affaccia sul mercato del lavoro, ossia meno preoccupazione di un posto di lavoro uguale per tutta la vita ma più preoccupazione di costruire in modo continuativo un bagaglio di competenze che lo rendano appetibile nel mercato del lavoro e allo stesso tempo che siano per lui occasione di soddisfazione personale dell’essere all’interno di un percorso di apprendimento e di crescita. Una prospettiva che ad oggi ha davanti a sé molti ostacoli e che non sembra ancora praticabile, ma che potrebbe essere interessante approfondire. 

Traccia per l’attività in classe

Una esercitazione connessa a questo tema può essere quella di suddividere la classe in gruppi immaginando i diversi attori che possono contribuire a implementare azioni sociali e politiche per migliorare le condizioni dell’occupazione giovanile, in particolare si potrebbero, sulla base della dimensione della classe, immaginare questi soggetti (come numero massimo, ma se ne possono considerare anche meno): scuola secondaria, università, sindacato, impresa, terzo settore, amministrazioni pubbliche. Ciascun gruppo discute al proprio interno e propone cinque diverse azioni che potrebbe implementare.  

Link: 

https://www.fondazioneunipolis.org/Risorse/I%20giovani%20tra%20mercato%20e%20non%20mercato_Unipolis_Adapt.pdf

http://bancadati.italialavoro.it/bdds/download?fileName=C_21_Strumento_7914_documenti_itemName_0_documento.pdf&uid=3f889b0f-b760-45bc-8519-af96e6b8fc01

https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Statistics_on_young_people_neither_in_employment_nor_in_education_or_training

https://www.anpal.gov.it/garanzia-giovani

https://consiglionazionalegiovani.it/