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Cambiamenti climatici

Ilaria Beretta

Ricercatrice dell’Università del Sacro Cuore di Milano, sede di Brescia 

 

  1. Effetto serra e cambiamenti climatici

La Terra riceve dal Sole energia radiante (cioè trasportata dalla radiazione elettromagnetica) composta per circa metà da luce visibile, da una piccola parte di ultravioletto e per il resto da infrarosso. Una parte di questa energia viene immediatamente riflessa verso lo spazio, mentre il resto viene assorbito dalla superficie terrestre e dall’atmosfera e riemessa sotto forma di radiazione infrarossa (calore). L’atmosfera, costituita prevalentemente da azoto e ossigeno, trasparenti alla radiazione termica infrarossa, lascia sfuggire verso lo spazio tali radiazioni. Esistono, però, alcuni gas, chiamati gas serra, che assorbono la radiazione termica e ne impediscono la dispersione causando il riscaldamento dell’atmosfera. Questo fenomeno fisico naturale, chiamato effetto serra, è importantissimo per la vita sulla Terra, perché consente alla superficie terrestre di avere una temperatura media di 14°C anziché i -18°C che si avrebbero in assenza di atmosfera e di gas serra.

L’effetto serra, quindi, di per sé, è un fenomeno naturale che e rappresenta una condizione sine qua non per la vita sulla Terra. 

Negli ultimi decenni le attività antropiche, in particolare la combustione di fonti energetiche fossili e il disboscamento delle foreste tropicali, hanno provocato un aumento sempre più rapido della concentrazione dei gas serra nell'atmosfera (in particolare l’anidride carbonica, il metano, il protossido di azoto e i clorofluorocarburi), causando l’inasprimento dell’effetto serra, e in definitiva, contribuendo all’aumento della temperatura media globale. 

L’aumento della temperatura media globale costituisce la causa principale dei cambiamenti climatici, le cui misure di contenimento sono oramai al centro delle principali strategie politiche europee[1].

Le attività antropiche che principalmente contribuiscono alla concentrazione di gas a effetto serra sono:

-       la produzione di energia attraverso la combustione di fonti fossili, quali carbone e petrolio, o gas, quali il gpl o il metano; i cambiamenti di usodel suolo e la  deforestazione;

-       la zootecnia, l’agricoltura (soprattutto risaie) e le discariche, responsabili in particolare della produzione di metano;

-       alcuni processi industriali e di nuovo l’agricoltura (per l’utilizzo di fertilizzanti azotati), che producono protossido di azoto. 

Esistono inoltre alcuni gas serra, quali i clorofuorocarburi, prodotti artificialmente dall’uomo, impiegati come refrigeranti, propellenti nelle bombolette spray ed estinguenti negli impianti antincendio. La loro produzione si è drasticamente ridotta grazie all’applicazione del Protocollo di Montreal, l’accordo internazionale che nel 1987 ne ha proibito l’utilizzo, ma anche i loro sostituti (idrofluorocarburi e perfluorocarburi) sono comunque gas serra. 

Secondo il report “Climate Change 2021: The Physical Science Basis”, pubblicato dall’IPCC[2] nell’agosto 2021, la temperatura superficiale media globale nel decennio 2011-2020 è stata più alta di 1,09°C rispetto al periodo 1850-1900. Se questo andamento di crescita dovesse continuare immutato nei prossimi anni, il riscaldamento globale prodotto dall’uomo raggiungerebbe +1,5°C intorno al 2040 (IPCC, 2018).  Il XIII rapporto del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente “Gli indicatori del clima in Italia” registra per il nostro paese il 2017 come il nono anno più caldo dall’inizio delle osservazioni, con un’anomalia media rispetto al trentennio 1961-1990 di +1.30°C[3].

 

  1. Gli impatti dei cambiamenti climatici

Più nello specifico, il cambiamento climatico si manifesta attraverso un’alterazione delle variabili climatiche medie ed estreme. Per quanto concerne le prime, come detto si registra un aumento delle temperature medie nelle diverse stagioni, mentre per quanto riguarda le precipitazioni, è previsto un aumento soprattutto nell’emisfero Nord (medie e alte altitudini)[4]:; diversamente, nelle regioni tropicali e subtropicali è prevista una diminuzione delle piogge. Per quanto riguarda le variabili climatiche estreme, invece, si registra un aumento nella frequenza e nell’intensità di lunghi periodi di siccità, improvvise piogge eccezionali, alluvioni, ondate di caldo e di freddo eccessivi; inoltre, i cicloni tropicali potrebbero essere potenziati dall’aumento delle piogge violente, dei venti e del livello del mare.

Gli impatti dei cambiamenti climatici sono definiti dall’IPCC (2014) “gli effetti osservati o previsti dei cambiamenti climatici sui sistemi naturali ed umani: interessano direttamente la vita, i mezzi di sussistenza, il benessere, il tempo libero, la sicurezza e la salute, gli ecosistemi, le attività economiche, la società, i servizi e le infrastrutture (ISPRA, 2018). 

Si pensi, ad esempio, alla diminuzione dei ghiacciai e delle nevi perenni. 9 ghiacciai su 10 nel mondo si stanno fondendo ed è probabile che entro il 2050 il 75% di quelli svizzeri scompaia. Ciò comporta problemi sia dal punto di vista degli equilibri ecosistemici (ad es., si alterano le catene alimentari, con specie viventi che finiscono per cambiare l’altitudine a cui vivono), ma anche da un punto di vista economico e sociale: a partire dalla sommersione di molte terre abitate (ad es. le isole Maldive), per continuare con l’inevitabile crisi dei territori che basano la propria economia sul turismo invernale.

 

In altre zone del mondo, invece, come detto, si verificherà un aumento del rischio di desertificazione. Ciò è già evidente, purtroppo, in alcuni luoghi, come nell’Africa Centro-settentrionale, dove il Lago Ciad negli ultimi anni sessant’anni si è ridotto del 90%, passando – nella stagione delle piogge – dal coprire una superficie di 25.000 km2 agli attuali 1.540 km2.

A ciò, come sappiamo, si lega l’attualissima emergenza umanitaria delle migrazioni climatiche: secondo il report Global Trends dell’UNHCR, nel 2020, 82,4 milioni di persone (di cui il 42% sono minori) sono state costrette a migrare, numero quasi raddoppiato rispetto a quello riportato per il 2010 (poco meno di 40 milioni), e aumentato del 16,4% anche solo rispetto al 2018 (70,8 milioni nel 2018)[5]. E’ chiaro come ciò rappresenti non solo una tragedia per le persone costrette a emigrare, ma anche un enorme problema per i Paesi ospitanti che devono rivedere il proprio assetto socio-economico in modo da garantire a queste nuove popolazioni una degna integrazione. 

 

Tornando agli impatti sui mari e sugli oceani, sebbene gli effetti sulla totalità degli oceani non siano ancora del tutto chiari, tuttavia i principali enti di ricerca sul tema (dall’IPCC al Agenzia Europea per l’ambiente) stanno già rilevando un mutamento della composizione chimica – acidificazione – e un innalzamento delle temperature, la qual cosa comporta quantomeno un’alterazione dell’ecosistema marino (si pensi all’invasione di meduse che si registra da qualche anno nei mari costieri italiani). Come si accennava più sopra, un altro fenomeno particolarmente preoccupante è quello della crescita del livello del mare: negli ultimi 100 anni il livello del mare è aumentato di 10-25 cm e sembra che possa aumentare di altri 88 cm entro il 2100. Almeno 70 milioni di abitanti della zona costiera in Europa sarebbero a rischio (con – ahimè- la nostra città di Venezia in primis).

 

Più in generale, al di là dell’ambiente marino, si sta registrando un’enorme perdita di biodiversità anche in ambiente terrestre; gli studiosi, infatti, hanno stabilito che gli ecosistemi sono in grado di adattarsi a cambiamenti pari a 1°C in un secolo. Si stima che la popolazione mondiale di specie selvatiche sia diminuita del 60 % negli ultimi 40 anni[6]; tra gli animali più a rischio troviamo gli orsi polari, le foche, i trichechi e i pinguini. Ma la perdita di biodiversità non rappresenta un pericolo solamente per gli animali e le specie naturali, ma anche per tutti noi: gli ecosistemi svolgono delle funzioni che sono necessarie per la nostra sopravvivenza[7], ed è stato stimato che la metà del GDP mondiale dipende da direttamente dalla natura[8].

 

I cambiamenti climatici, infine, facilitano la diffusione di specie aliene che a loro volta contribuiscono alla perdita di biodiversità. A ciò possono essere collegate cospicue perdite economiche (si pensi, ad es., ai danni provocati dalla mosca olearia alla produzione di olio), ma anche problemi sanitari connessi alla diffusione di malattie, comprese quelle tropicali come la malaria e la dengue (le zanzare che portano queste malattie si stanno spostando verso nord, dove la temperatura è in aumento). Inoltre, l’aumento di temperatura favorisce l’inquinamento biologico delle acque, facendo proliferare organismi infestanti.

Infine, last but not least, piogge eccessive e caldo intenso causano problemi alla produzione alimentare, mettendo a rischio le colture, e provocando carestie e malnutrizione. La FAO sostiene che ci sarà una perdita di circa 11% di terreni coltivabili nei Paesi in via di sviluppo entro il 2080, con riduzione della produzione di cereali e conseguente aumento della fame nel mondo.

  1. Politiche e misure di contrasto ai cambiamenti climatici

Dato che i cambiamenti climatici rappresentano un problema globale, che si manifesta ben aldilà del luogo in cui si trovano le fonti emissive, a livello politico ci si è resi conto della necessità di giungere ad azioni internazionali congiunte. La Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici[9] (UNFCCC), rappresenta il principale trattato ambientale internazionale in materia di cambiamenti climatici e prevede una riunione annuale di tutti i Paesi che l’hanno ratificata (riunioni note come COPs - Conference of Parties); l’ultima di queste si è tenuta a ottobre scorso a Glasgow (UK), con risultati ancora controversi su alcuni aspetti. [10]Storicamente, le principali difficoltà legate al raggiungimento di obiettivi vincolanti per le nazioni e quindi di risultati davvero efficaci nell’ambito di tali accordi sono rappresentate dalla diversa posizione tenuta, da una parte, dai Paesi economicamente più avanzati, disposti a implementare politiche di riduzione delle emissioni ambiziose , e dall’altra dai cosiddetti Paesi in via di sviluppo, che reclamano, in virtù di un minore contributo ai cambiamenti climatici, uno sforzo minore nel conseguimento degli obiettivi climatici internazionali, rivendicando il proprio diritto a raggiungere un maggiore livello di sviluppo.  

Al di là degli Accordi in ambito Nazioni Unite, sono moltissime le iniziative di collaborazione internazionale nate spontaneamente tra regioni, città, organizzazioni no profit (si pensi, ad es., alla rete C40[11] o, in Europa, al Patto dei Sindaci[12]).

Da un punto di vista più pratico, si ritiene che il cambiamento climatico possa essere combattuto principalmente con due diverse strategie: la mitigazione e l’adattamento. Con mitigazione si fa riferimento alle misure che hanno l’obiettivo di ridurre le fonti (sources) di emissione, o rafforzi/potenzi le fonti di assorbimento (sinks) dei gas serra prodotti dall’attività dell’uomo, fino al raggiungimento di livelli di emissioni sostenibili. Da qui, ad esempio, la forte spinta che stiamo vivendo in questi giorni alla sostituzione delle fonti fossili con quelle rinnovabili (ad es. nella produzione di energia elettrica), o alla sostituzione delle auto tradizionali con quelle elettriche;  si pensi anche alle grandi iniziative di riforestazione urbana che ultimamente caratterizzano le nostre città,come misure per incrementare l’assorbimento di emissioni GHG a livello locale. 

Tuttavia, secondo dati scientifici, anche se le emissioni di gas serra, di aerosol e la deforestazione venissero ridotte significativamente nei prossimi decenni, tramite l'attuazione di politiche di mitigazione, gli impatti del cambiamento climatico resteranno elevati per diversi decenni a causa dell'inerzia del sistema climatico, Per tale motivo negli ultimi anni si pone sempre maggiore attenzione alle strategie di adattamento. 

Le misure di adattamento hanno l’obiettivo di prevenire o limitare gli effetti negativi del cambiamento climatico e, se possibile, di sfruttare le opportunità derivanti da esso. 

Generalmente si distingue tra interventi grey (soluzioni tecnologiche), green (in base ad approcci ecosistemici), e soft(approcci manageriali, amministrativi, di politica tecnica e orientati al mercato) (EEA, 2017). Tra le prime, ad es., ricordiamo la costruzione di dighe mobili contro l’innalzamento del mare; tra le seconde, la piantumazione di alberi dalle ampie fronde in città per aumentare le zone ombreggiate, la disponibilità di fontanelle pubbliche, i rain garden (giardini che appunto hanno la funzione di assorbire l’acqua in eccesso quando piove molto). Tra gli ultimi si può portare ad esempio la modifica degli orari di apertura degli uffici pubblici in modo da evitare le ore più calde.



[1] Si sta facendo, qua, esplicito riferimento alla strategia di crescita ‘European Green Deal’ (COM (2019) 640 finale) e al Next Generation EU, il Piano di finanziamento dei Paesi membri volto ad accompagnare gli stati, sia  nell’uscita dal Covid, sia nella loro transizione ecologica.  

[2] L’Intergovernmental Panel on Climate Change è il principale organo intergovernativo a cui aderiscono tutti i Paesi membri dell’UNEP e della WMO (World Meteorological Organization) per la valutazione dei cambiamenti climatici. Svolge attività di analisi e di conseguente produzione di rapporti sulle conoscenze scientifiche più aggiornate e significative nell’ambito del cambiamento climatico.

[3] Spesso si confondono meteo e clima. Ad es., può succedere di sentire frasi simili a questa: ‘dicono che a causa dei cambiamenti climatici la temperatura media del globo terrestre si sia alzata e che le precipitazioni si stiano riducendo, ma in realtà sono due giorni che nevica!’ Ecco: questa è un’affermazione che tradisce la diffusa confusione esistente tra meteo e clima. Il meteo, infatti, è dato dall’insieme di eventi atmosferici che si verificano in un luogo in un breve periodo di tempo (es. un giorno), mentre il clima è dato dall’insieme dei fenomeni atmosferici che si ripetono in un luogo per un lungo periodo di tempo (secondo l’Organizzazione Meteorologica Mondiale, almeno 30 anni).

[4] Si noti: anche se le precipitazioni nell’emisfero Nord del Mondo stanno aumentando, l’aumento della temperatura media del Pianeta impedisce le nevicate e provoca il discioglimento dei ghiacciai. 

[5] Global Trends: Forced Displacement in 2020, UN High Commissioner for Refugees (UNHCR), 2021.

[6] https://ec.europa.eu/info/sites/default/files/env-20-002_factsheet1-vbo-en-b.pdf (ultima consultazione: 7-3-22).

[7] I servizi ecosistemici si dividono generalmente in: servizi di approvvigionamento (produzione di cibo, acqua, materiali), servizi di regolazione (regolazione del clima, purificazione dell’aria e delle acque, impollinazione, protezione da infestazioni) e servizi culturali (benefici estetici del paesaggio, opportunità di esperienze ricreative, mantenimento della salute umana).

[8] https://ec.europa.eu/info/sites/default/files/env-20-002_factsheet1-vbo-en-b.pdf (ultima consultazione: 7-3-22).

[9] Unfccc.int.

[10] Fra l’altro, sul dibattito in corso si può vedere: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/cop26-il-bilancio-degli-accordi-di-glasgow-32339.

[11] http://www.c40.org.

[12] http://eumayors.eu.