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giovedì, 06 Ottobre 2022 Tra emotività e razionalità

Tra emotività e razionalità

Pierangelo Soldavini

Vicecaporedattore di Nòva, già giornalista del Sole 24 Ore nelle redazioni di Esteri e Finanza internazionale

 

 

C’è sostenibilità e sostenibilità

Alzi la mano chi ritiene che la sostenibilità non sia uno degli snodi fondamentali per il futuro dell’umanità. Ebbene sì, siamo tutti d’accordo: il mondo si trova sull’orlo di un precipizio da cui è difficile riemergere e deve passare immediatamente all’azione per evitare che l’ecosistema globale sia irrimediabilmente compromesso. Ce ne stiamo rendendo conto concretamente anche noi italiani. 

Se anche potevamo avere qualche dubbio che la pandemia del Covid-19 fosse la conseguenza dell'attività umana che era andata a scombinare l’equilibrio naturale, nel 2022 abbiamo avuto dimostrazioni tangibili che l’ecosistema sta cambiando: il lungo periodo di siccità che ha ridotto i fiumi di tutto il Paese a rivoli in cui si fatica a trovare acqua, la conseguente carenza idrica per l’irrigazione e gli usi più comuni, lo scioglimento dei ghiacciai con il deterioramento dell’ecosistema alpino, l’innalzamento delle temperature che lasciano intravedere un rischio incipiente di desertificazione, gli eventi estremi con allagamenti e bombe d’acqua anche al Sud.

Sono tutti fenomeni che hanno fatto toccare con mano anche a noi che i rischi legati al cambiamento climatico non sono così teorici, ma che riguardano anche le nostre regioni. 

Siamo quindi consapevoli che bisogna passare all’azione per invertire questa tendenza che non possiamo permetterci di dichiarare irreversibile. A livello globale la consapevolezza di dover rimediare al progressivo riscaldamento globale dalla Rivoluzione industriale in poi ha portato alla sottoscrizione di impegni precisi per il contenimento del rialzo delle temperature nell’ambito del cosiddetto Accordo di Parigi. 

In questo ambito gli obiettivi dell’Accordo puntano a:

- mantenere l'aumento della temperatura media mondiale al di sotto di 2° centigradi rispetto ai livelli preindustriali, possibilmente intensificando l’azione per limitare l’aumento a 1,5°, riconoscendo che ciò potrebbe ridurre in modo significativo i rischi e gli effetti dei cambiamenti climatici;

- aumentare la capacità di adattamento agli effetti negativi dei cambiamenti climatici e promuovere la resilienza climatica e lo sviluppo a basse emissioni di gas a effetto serra, con modalità che non mettano a repentaglio la produzione alimentare;

- rendere i flussi finanziari coerenti con un percorso che conduca a uno sviluppo a basse emissioni di gas a effetto serra e resiliente al clima.

Tutti d’accordo sugli obiettivi, ma poi quando si tratta di mettere mano alle azioni concrete per arrivare anche solo a una riduzione delle emissioni carboniche e a una situazione di “emissioni zero” per la metà del secolo le cose diventano più fumose. Anche i sottoscrittori dell’Accordo di Parigi che hanno iniziato a mettere nero su bianco i loro impegni, a partire dall’Unione europea, si sono scontrati con l’emergenza energetica e la necessità di tamponare al meglio le esigenze legate alla riduzione del flusso di gas in Europa. Facendo, per esempio, ricorso al vecchio carbone destinato all’abbandono anche laddove le centrali erano state ormai chiuse.

D’altra parte, la sostenibilità è uno dei temi in cui maggiore è la distanza tra teoria e pratica, ma anche tra etica globale e personale. Se infatti oggi la sostenibilità è uno dei temi più sentiti e condivisi da tutti, soprattutto dai più giovani che vedono in pericolo il loro futuro, tanto da arrivare a un generale consenso sulle linee generali per ridurre l’impatto ambientale antropico, ben più complesso è definire come metterle in pratica e chi deve farsene carico. Governi e aziende sono chiamati a fare la loro parte, così come anche i singoli cittadini devono adottare comportamenti responsabili, ma troppo spesso anche i più convinti fautori di azioni virtuose fanno fatica a mantenere una coerenza di abitudini di risparmio delle risorse e riduzione dell’impatto delle nostre azioni.

Una rilevazione Wcwd segnala come siano in minoranza (42% a livello globale, il 36% in Italia) i consumatori che non sono preoccupati delle questioni ambientali e che non ne fanno un criterio di scelta dei loro acquisti. Della restante quota il 20% (23% in Italia) son “eco-attivi”: sono fortemente preoccupati, pronti all’azione e scelgono brand che fanno della sostenibilità una loro priorità. Era il 2020: con ogni probabilità la quota dei passivi è ulteriormente diminuita.

Allo stesso tempo solo il 23% dei consumatori è consapevole del forte strumento di pressione che ha in mano grazie alle proprie scelte di acquisto. Il resto ritiene che la responsabilità si sposti su altri: il 39% considera responsabili le aziende produttrici, il 33% i Governi, il 4% i dettaglianti.

Insomma, siamo tutti d’accordo che si debba ridurre la mobilità basata su mezzi a combustione interna e di proprietà nelle città, ma poi il dato di fatto è che le auto private abbiano rappresentato il mezzo privilegiato all’indomani del lockdown pandemico per la mobilità urbana. Così, come abbiamo già evidenziato, il carbone rappresenta la soluzione più rapida per tamponare l’emergenza energetica. Se ci pensiamo bene, quanti di noi nell’estate più secca degli ultimi decenni hanno modificato i loro comportamenti per ridurre il consumo idrico? E quanti sono disposti a rinunciare all’aria condizionata o a ridurre di un paio di gradi la temperatura della propria casa o dell’ufficio durante l’inverno per fare fronte all’emergenza energetica (che peraltro potrebbe trasformarsi, al contrario, in un motivo contingente per rimettere in discussione le abitudini condivise)? Eppure, siamo ben consapevoli che piccoli comportamenti virtuosi possono avere grande impatto se adottati su larga scala.

Quello che è ormai chiaro è che la sostenibilità prescinde da soluzioni univoche e radicali, fondate sull'emotività di breve respiro, ma che deve fare i conti con comportamenti flessibili che vadano a perseguire gli obiettivi generali sulla base delle evidenze scientifiche e di una visione di lungo periodo che induca le persone a modificare i loro comportamenti in maniera in maniera strutturale.

 

 

Sostenibilità a tutto tondo

La sostenibilità non si può quindi “inventare”. Il rischio che questo tipo di sensibilità si trasformi in operazioni al limite del “greenwashing”, che si limitano a lavare la coscienza delle aziende senza però cambiare la sostanza dei fatti, è enorme. Come abbiamo visto, la sostenibilità non può limitarsi ad azioni legate all’ambiente e agli ecosistemi, ma riguarda un approccio complessivo basato sul rispetto della Terra e delle persone, sulla base di visioni di lungo periodo che abilitino una trasformazione degli atteggiamenti e delle abitudini. Non è un caso che i cosiddetti obiettivi Esg affianchino all’ambiente anche gli aspetti sociali e di governance delle attività. E che si tratti di obiettivi generali a cui adeguare le pratiche quotidiane.

In questo senso la sensibilità alla sostenibilità deve essere sviluppata dalle aziende in maniera olistica, in grado di coinvolgere tutti gli aspetti dell’attività, dalla catena di fornitura alla produzione, dalla presenza sul territorio all’organizzazione del lavoro. Oggi l’imprenditore non può più permettersi di ragionare unicamente in termini di profitto avendo come riferimento unico gli azionisti. L’impresa è chiamata quindi a rendere conto a una platea ampliata di stakeholder che comprende gli azionisti, ma anche i dipendenti, i fornitori, gli enti locali, i territori, i consumatori. Il concetto stesso di profitto si è trasformato comprendendo oltre alla cosiddetta “ultima riga del bilancio” anche l’impatto sociale e ambientale dell’attività.  

Ecco perché il management legato alla sostenibilità deve avere necessariamente un approccio multidisciplinare in grado di coinvolgere tutte le componenti e le divisioni dell’attività aziendale, con un focus specifico sull'impatto. Per questo si stanno sviluppando attività consulenziali per le imprese incentrate su questi temi. 

 

 

Il dibattito sulla plastica

Prendiamo un caso di cui si dibatte molto in questi anni per capire come il tema della sostenibilità non abbia risposte univoche. La plastica è senz’altro un materiale che, al pari di tanti altri, può avere un impatto devastante sulla Terra: è un materiale che disperso nell’ambiente richiede decenni per essere smaltito e anche nella forma di microgranuli viene assorbito da animali e pesci finendo poi nell’organismo umano. 

Il tema della plastica è uno dei più dibattuti negli ultimi anni, dopo che si è scoperto che non solo ci sono accumuli di rifiuti galleggianti negli oceani, ma che microgranuli di plastica sono presenti anche nei pesci e, di conseguenza, rischiano di finire anche negli organismi umani. Allo stesso tempo il dibattito sulla sua sostenibilità finisce per spesso dominata dall’emotività. 

Senz’altro la soluzione passa per una riduzione dell’utilizzo di questo materiale e dei rifiuti plastici, ma la soluzione del problema passa per un approccio più razionale che sappia coniugare l’apporto della tecnologia e dei nuovi materiali con l’atteggiamento responsabile di produttori e di consumatori.

Bisogna farci i conti, ma non possiamo limitarci e demonizzarla, perché il mondo è fatto di plastica e sarà sempre più così. Nell’ultimo mezzo secolo sono state prodotti nel mondo 8,3 miliardi di tonnellate di plastica insolubile e si stima che questa montagna possa crescere fino a 34 miliardi di tonnellate nel 2050. Di questa massa solo il 9% è stato riciclato e il 12% bruciato nei termovalorizzatori. il restante 79% è stato disperso nell’ambiente, in discarica o in mare. Hai voglia a sognare un mondo senza plastica se questo materiale viene utilizzato in questo modo: qualsiasi altro materiale, alluminio o vetro, che fosse così diffuso e abbandonato ovunque diventerebbe nemico giurato dell’ambiente.

Inutile quindi pensare di non usare più la plastica. 

Nel 2018 il Parlamento europeo ha approvato la messa al bando la plastica monouso, con l’intenzione di favorirne il riutilizzo e la circolarità. Tanto che grandi multinazionali responsabili di più di un quinto degli imballaggi a livello globale hanno aderito all’iniziativa della Ellen MacArthur Foundation, il pilastro dell’economia circolare, sotto l’egida delle Nazioni Unite. 

Dal punto di vista del riciclo dei materiali di imballaggio, tra cui anche la plastica, l’Italia sta facendo notevoli progressi.Nel 2021 l’Italia ha avviato al riciclo più del 73% degli imballaggi immessi sul mercato, una quota che risulta superiore al 65% posto come obiettivo dall’Unione europea per il 2025. Sul totale di dieci milioni e mezzo di tonnellate di imballaggi riciclati, secondo i dati Conai, un milione e 250mila tonnellate è costituito da plastica e bioplastica.

Accanto ai due step della riduzione dell’uso e del riciclo-riutilizzo, la strategia per diminuire l’impatto della plastica a livello globale passa attraverso un miglioramento della sua qualità. Da una parte la strada è quella di studiare plastiche che possano fare a meno dei materiali fossili, mantenendo le stesse caratteristiche di robustezza e flessibilità. 

La valorizzazione della qualità delle plastiche può anche andare a premiare un materiale già esistente come il Pet che per sua natura è riciclabile all’infinito e grazie alla sua resistenza può sostituire altri materiali di packaging come l’alluminio e il vetro. I fautori del Pet sottolineano che questo materiale è duraturo perché inerte all’attacco dei microrganismi e sicuro perché privo di Bpa (Bisfenolo A), sostanza ad alto rischio per l’essere umano associato alle plastiche. E ne sottolineano la capacità di alternativa più sostenibile rispetto ad altri materiali di packaging ritenute più sostenibili: la sua leggerezza implica meno utilizzo di risorse ed emissioni inferiori del 77% rispetto al vetro e un terzo di quelle dell’alluminio, con un tasso di riciclabilità che si aggira sul 90% contro il 60% circa del vetro (che peraltro si rompe più facilmente e finisce per diventare più pericoloso per l’ambiente) e meno del 50% per le lattine. Ma il Pet potrebbe essere ben meno impattante anche rispetto a materiali come il Tetra Pack, meno facile da riciclare e che quindi finisce in grandi proporzioni nelle discariche.

 

Il tema della plastica, estremamente complesso, risulta alla fine un paradigma della sostenibilità in generale, ambito in cui non si può prefigurare una soluzione unica e incontrovertibile perché si tratta sempre di ragionare sulla base delle evidenze scientifiche e in una logica di lungo periodo, senza integralismi preconcetti.

Come indicano Massimo Marino e Carlo Alberto Pratesi nel libro “Il cibo perfetto”, l’approccio alla plastica deve essere il più possibile oggettivo snodandosi attorno a “tre variabili:

  1. indispensabilità, ossia quanto è realmente essenziale la sua funzione d’uso
  2. riducibilità, ossia quanto è possibile ridurne le quantità utilizzate
  3. sostituibilità, ossia quali alternative più ecologiche esistono effettivamente”

Il rischio è che si finisca per “investire nella ricerca di materiali alternativi alla plastica che comunque potrebbero avere un impatto non inferiore, senza aver fatto un’analisi dell’effettiva indispensabilità del prodotto e di tutti i possibili modi per ridurne la quantità. Considerato oltretutto che qualunque materiale, anche il più naturale, se immesso nel mercato in quantità rilevanti, produce impatti ambientali non sostenibili”.

Un approccio olistico che vale per la plastica, ma che può essere esteso anche a qualsiasi aspetto legato alla sostenibilità.

 

 

Spunti di dibattito e riflessione

- Cosa intendi per sostenibilità?

- Ci sono criteri e temi che sono imprescindibili nell’ambito della sostenibilità o tutto è soggetto alle flessibilità?

- In un mondo in cui la sensibilità alla crescita sostenibile aumenta come ci si può difendere dal “greenwashing”?

- C’è contraddizione tra sostenibilità e crescita economica?



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