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La diffusione delle fake news e alcune indicazioni per scongiurarle

di Carlo Sorrentino

Ormai le fake news sono diventate uno degli spauracchi che agita il giornalismo. Infatti, la moltiplicazione delle informazioni in circolazione e dei media attraverso cui giungono a noi rende più difficile il lavoro di selezione e verifica, che da sempre qualifica il lavoro dei giornalisti.

Ed è proprio in quest’abbondanza che si annida il pericolo delle fake news, notizie false che però hanno una patina di verosimiglianza, messe in giro per interesse da fonti disinvolte al fine di procurarsi un facile tornaconto:

per ragioni politiche o culturali, accreditarsi come punto di riferimento irrinunciabile in un determinato campo e acquisire consenso e seguaci;

per ragioni economiche, mettere in giro notizie curiose o piccanti che attraggano l’attenzione dei lettori, come la donna che si sarebbe fatta trapiantare un terzo seno!

Ma le fake news molto spesso circolano semplicemente per destabilizzare un ambiente, evidenziare come sia facile aggirare i controlli della stampa, prendersi gioco di determinati gruppi sociali.

Beninteso, notizie false e tendenziose sono sempre circolate; tuttavia l’immediatezza della comunicazione digitale, che favorisce il rapporto diretto fra fonti e pubblici e, soprattutto, velocizza e intensifica i flussi informativi, produce un sovraccarico informativo in cui è più difficile costruire gerarchie e attribuzioni di rilevanza. Diventa più problematico stabilire cosa è d’interesse pubblico, quali sono le informazioni assolutamente da condividere. Si alza il livello di discrezionalità e con più facilità s’insinuano semplificazioni e deliberate falsità.

Insomma, le voci che girano si moltiplicano a dismisura, lasciando ciascuno di noi spiazzato nel compito di scernere fra esse; anche perché il lavoro di verifica della stampa spesso confligge con la velocizzazione dei tempi di lavoro. Aumenta così la diffidenza anche nei confronti del giornalismo mainstream, che infatti sta vivendo un periodo di progressiva crisi reputazionale.

In questo vero e proprio diluvio di informazioni diventa quasi naturale mettere in atto alcuni meccanismi difensivi. Iniziamo a fidarci soltanto delle opinioni che confermano ciò in cui crediamo. Ciò risponde a impulsi più emotivi che razionali: le cose non possono stare che come pensiamo che stiano. Ciascuno di noi ha bisogno di dare un senso a quanto accade e tende a fidarsi maggiormente di chi offre conferme. Del resto, la maggiore propensione verso fatti e opinioni coerenti con la nostra visione del mondo è da sempre stata ribadita dalle ricerche sugli effetti dei mezzi di comunicazione.

Subentra il cosiddetto “ritorno di fiamma”, cioè rafforzare le proprie convinzioni proprio quando sono messe in discussione da prove che le contraddicono. Si pensi, per restare sull’attualità, a quanto sta accadendo in merito ai vaccini. Benché tutta la letteratura scientifica confuti una connessione fra vaccinarsi e il pericolo di sviluppare tendenze autistiche, la fortuna che ha avuto questa illazione - portata avanti da un solo medico in tutto il mondo - non soltanto non si smorza, ma ha visto il rafforzamento di comunità molto coese, che hanno dato vita e sviluppato propri siti, assunto a riferimento particolari leaders d’opinione. Si articolano quelle che vengono definite blue lies, bugie a cui si vuole credere con sempre maggiore convinzione quanto più appaiano controverse. Crederci definisce una più profonda adesione identitaria.

Per questo motivo negli ultimi decenni in tutto il mondo si sono sviluppate testate che hanno punti di vista molto netti sulle informazioni fornite. Testate che nella confusione indotta dal sovraccarico informativo dicono da che parte stare, come pensare e come agire. Analogamente, stanno proliferando – soprattutto sui social - siti e comunità in cui l’attività preferita è proprio radicalizzare verso specifiche opinioni e punti di vista. La polarizzazione ideologica induce a rifuggire le informazioni distoniche. A questo proposito, alcuni autori parlano di bolle informative in cui ci si chiude, comunicando soltanto con i propri simili, facendo venir meno una delle principali funzioni sociali dell’informazione: la condivisione di informazioni e opinioni fra diversi, che alimenti il dibattito pubblico, arricchendolo. 

Diventa indispensabile, pertanto, sviluppare metodologie per scongiurare questo isolamento. Possiamo riassumerle in due grandi categorie.

In primo luogo, pretendere dai media mainstream, quindi dai giornalisti professionisti, di non avallare notizie dubbie perché gustose, divertenti, sintoniche con la propria linea editoriale, oppure semplicemente perché non hanno tempo di verificare e temono di prendere un “buco”. Ma questa pretesa richiede, però, da parte del pubblico un comportamento coerente: per verificare la veridicità di una notizia ci vogliono tempo e competenze, che sono risorse costose. Per ottenere un’informazione realmente di qualità dobbiamo essere disponibili a pagare, mentre ormai si è fatta strada la convinzione che le informazioni possano e anzi debbano essere gratuite.

In secondo luogo, attraverso la rete ciascuno di noi può direttamente compiere un proprio percorso di verifica e disvelamento di notizie false o comunque non verificate: controllando più testate, cercando di risalire alle modalità con cui si è diffusa un’informazione e ai soggetti che l’hanno accreditata, operando dei controlli incrociati. Pratiche che richiedono tempo e pazienza. Ma la veridicità dell’informazione è un bene troppo rilevante, perché incide sulla qualità della vita pubblica, e pertanto merita il nostro impegno, qualche sforzo aggiuntivo e anche di mettere in gioco un po’ delle nostre risorse economiche.