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Il racconto dello sport: inclusione e sport paralimpico

La Rai e lo sport paralimpico

di Annarita Di Battista Personal coaching, Corporate coaching, Small Business coaching

Il termine inclusione nei confronti delle persone disabili assume una valenza maggiore se pensiamo che questo concetto, molto complesso, è il risultato di un’elaborata evoluzione culturale. 

 

Infatti, l’atteggiamento culturale a partire dalla cultura greco-romana fino ai primi del 900 era l’esclusione; solo a metà del XX secolo, si è evoluto verso l’integrazione, (secondo cui la persona “diversa” guadagna qualcosa nel contesto dei “normali”, che a loro ricevono qualcosa da questo scambio interattivo). L’integrazione ha come presupposto ancora l’idea di adattamento del “diverso” all’ambiente dei “normali” e l’obiettivo è il raggiungimento di autonomia, socializzazione e comunicazione. 

 

Invece, l’inclusione si pone come obiettivo l’abbattimento delle barriere alla partecipazione, collaborazione e cooperazione di tutti, di modo che ciascuno, con le proprie abilità e singolarità, si senta parte integrante, attiva e apprezzata. In questo modo si fa spazio alla ricchezza della differenza, ripensando gli ambienti e le prassi in vista di un obiettivo condiviso per tutti: uno stravolgimento di prospettiva!

Lo sport costituisce un potente strumento di inclusione che consente la creazione di un’identità positiva di sé e di accrescere così il benessere. Oltre alla riabilitazione fisica, produce, quindi, effetti positivi anche sulla sfera psicologica e morale, poiché consente di andare oltre il trauma subito e alleviare il disagio.

Fu un medico chirurgo, Ludwig Guttmann, direttore dell’ospedale di Stoke Mandeville, a introdurre per la prima volta lo sport tra le proposte di riabilitazione e in seguito altri centri di riabilitazione per paraplegici iniziarono a far praticare attività sportive ai loro pazienti.

Tali attività assunsero presto carattere agonistico, fino a quando per la prima volta, nel 1960, i giochi di Stoke Mandeville si svolsero nella stessa sede dei giochi olimpici. 

La Rai, che è stata la prima azienda televisiva a realizzare la trasmissione in diretta oltre i confini nazionali di una Olimpiade, seguì anche quelle gare che sarebbero poi diventate la prima edizione delle Paralimpiadi

 

L’attenzione all’attività sportiva delle persone con disabilità negli anni ha mutato il suo linguaggio e le modalità del suo racconto televisivo

Molta strada è stata fatta, sia dando maggiore rilevanza a questa tematica, sia spostandosi dal registro narrativo, venato di pietismo, che la accompagnava di consueto. 

Negli anni 80, Luca Pancalli, allora nuotatore paralimpico, scrisse al presidente Pertini chiedendogli perché ricevesse solo la squadra olimpica. 

In quegli anni, i giornali parlavano delle Paralimpiadi titolando “Le olimpiadi del coraggio”; aumentava la conoscenza del fenomeno ma ancora non cambiava l’atteggiamento: un pietismo più o meno commosso vestiva gli atleti paralimpici di panni assai poco sportivi,anche se una nuova narrazione provava a farsi strada. 

 

Inclusione significa presentare le Paralimpiadi come un normale evento dello sport-spettacolo e i partecipanti come veri atleti che rappresentano la propria nazione. A tal fine, occorre che i giornalisti si soffermino sulla cronaca delle gare e non sull’eccezionalità dello sport in carrozzina. 

 

La storia dei Giochi di Roma è stata ricostruita sulla base degli organi di informazione del tempo, compresi gli audiovisivi: grazie ai mezzi di comunicazione si è potuto rilevare il ruolo dell’audiovisivo nell’evoluzione dello sport paralimpico e l’impatto che ha avuto, influenzando le più generali condizioni sociali delle persone disabili.

In alcuni Paesi, gli atleti che avevano partecipato ai Giochi ricevettero le congratulazioni delle istituzioni; la diffusione dello sport praticato dai disabili attraverso i media come spettacolo,oltre che come pratica amatoriale, ha agevolato la sua diffusione anche tra i disabili. 

Già da allora, a partire dalle difficoltà incontrate dagli atleti paralimpici – soprattutto quelli provenienti da delegazioni estere – emersero gli ostacoli posti dalle barriere architettoniche all’inclusione, che non consentono gli spostamenti autonomi per l’inadeguatezza dei mezzi di trasporto e la condivisione di spazi ed esperienze[1].

Attuare politiche e pratiche di accessibilità per trasformare le nostre città, le nostre scuole, i nostri musei e in generale la nostra società in un luogo accogliente e realmente inclusivo è una grande sfida ancora in corso.

È pur vero che, in tutto il mondo, i paraplegici e gli altri disabili hanno acquisito man mano consapevolezza delle loro potenzialità e dei loro diritti. Il riconoscimento delle tutele sociali ed economiche progredisce e, gradualmente, la percezione della disabilità da parte dell’opinione pubblica si è modificata verso una maggiore accettazione. Inoltre, l’Associazionismo connesso agli sport paralimpici ha favorito l’evoluzione culturale e la creazione di una comunità e di una rete di supporto.

 

A sostegno di questa transizione culturale, la Rai, da oltre 20 anni, ha una rubrica dedicata agli sport Paralimpici: SportAbilia

Un primo passo che coincise, nel 2000 a Sydney, con la prima copertura in diretta di parte dei giochi paralimpici; un primo passo cui ne seguirono altri, fino ad arrivare alle paralimpiadi invernali di Vancouver 2010 dove la Rai realizzò – prima al mondo – una copertura in diretta dei Giochi.

Il linguaggio era mutato e questo si conclamò due anni più tardi, a Londra 2012.

La Rai coprì quelle paralimpiadi come aveva fatto due settimane prima con le Olimpiadi.

Per la prima volta nella storia della televisione mondiale due broadcaster (la Rai e l’inglese Channel 4) realizzarono una copertura completa: una regia a Londra per gestire i segnali, cronisti in postazione cronaca, telecamere e giornalisti in zona mista per le interviste in diretta. 

Un punto di svolta sotto ogni aspetto, anche quello del linguaggio che fu utilizzato per raccontarle in 142 ore di trasmissione: un primato riconosciuto alla Rai dall’intera comunità radiotelevisiva europea che ha contribuito al più recente e radicale salto in avanti nella percezione comune della disabilità. Una differenza che ha valicato il perimetro di campi e piscine arrivando nella quotidianità di un intero paese.

 

La Rai ha mantenuto quel passo trasmettendo le successive paralimpiadi con lo stesso format e non solo. Ha raccontato in diretta campionati europei e mondiali di nuotoatletica, sledge hockey, paraciclismoparacanoacanottaggio e molto altro.

Gli atleti paralimpici sono diventati protagonisti di spot, conduttori televisivi, testimonial di campagne pubblicitarie.

Solo 60 anni fa, gli atleti in carrozzina venivano raccontati con commossa desolazione: oggi come campioni capaci di imprese sorprendenti. Questo, anche grazie alla televisione che, da un certo punto in poi, ha saputo dare pari copertura e pari dignità allo sport paralimpico, il quale, non per caso, declina nel suo statuto un concetto fondamentale per comprendere l’importanza della diffusione dell’attività sportiva paralimpica, ovvero abbattere i pregiudizi.

Raccontare lo sport paralimpico come si fa con quello olimpico non è solo una questione di lessico e registro. È una battaglia contro il pregiudizio e l’esclusione.

 

Lo sport introdotto nella prospettiva della medicalizzazione come terapia riabilitativa considerava il praticante come un paziente; invece, nel tempo, la diffusione di uno spirito agonistico ha permesso anche ai disabili di esprimere le loro capacità e indossare la veste di vero sportivo, non più paziente, con effetti positivi sull’aspettativa di vita. “Maglio, un consulente dell’Inail seguace delle idee di Guttmann, riteneva che lo sport fosse un insostituibile elemento per irrobustire i corpi e i caratteri, elementi congiunti, che fanno scattare la molla della volontà verso una vita che vale ancora la pena di essere vissuta, perché attraverso l'agonismo sportivo si sviluppano la volontà di agire, il desiderio di vincere e il bisogno di affermare la propria personalità; si stimolano le risorse morali e volitive che debbono essere recuperate, rieducate, riabilitate al pari dei muscoli ed è proprio attraverso lo spirito agonistico che ciò avviene in maniera più facile e più gradita alla personalità dell'invalido”[2].

In realtà, le esperienze che vanno ancor di più nella direzione dell’inclusione sono quelle che vedono confrontarsi atleti normodotati con atleti paralimpici, anche amatoriali, apponendo loro gli stessi vincoli, ad esempio la pallacanestro in carrozzina o lo sledge hockey. 

Un altro passo è stato fatto, andando anche oltre lo sport agonistico,  con l’inserimento nel vocabolario Treccani di una nuova e più ampia definizione di “paralimpico”, che comprende non solo gli atleti partecipanti alle Paralimpiadi, estiva o invernale, ma anche ogni persona con disabilità che pratica sport, includendo gli atleti di livello che gareggiano in forma agonistica, ma anche tutte le persone con disabilità che praticano una disciplina sportiva, senza una particolare differenza basata sui risultati raggiunti e sulla spettacolarizzazione: “eroi anonimi che non sono altro che me e voi, con qualcosa in meno di noi, ma anche qualcosa in più.[3]” 

 

Alla ricerca dell’Inclusione: questione di sguardi e linguaggi nuovi

 

Vi proponiamo un’attività[4] finalizzata alla sensibilizzazione ed empatia della condizione della disabilità, non solo delle difficoltà ma anche delle risorse emergenti per compensare il deficit, e addirittura grazie ad esso. 

 

--> PRIMO INCONTRO (1 ora circa)

 

  • 1a Fase: Passeggiata al buio (massimo 30 minuti inclusa la preparazione)

 

In questa prima fase l’obiettivo è immedesimarsi nel vissuto quotidiano di un soggetto disabile, in particolare la cecità, inclusa tra le categorie di disabilità[5]  per gli sport per disabili.

 

Per svolgere l’attività:

  1. Suddividere il gruppo in due sottogruppi:

A: Accompagnatori

B: Bendati.

Nel sottogruppo B indosseranno una benda nera che impedisca loro la vista.

 2. Formare delle coppie di un accompagnatore ed un bendato.

 3. Invitare a fare una passeggiata in un parco durante la quale:

-     l’accompagnatore guida e descrive per l’altro il percorso in modo da dare sicurezza all’altro; 

-     la persona bendata sperimenterà, invece, il senso di straniamento spaziale e l’utilizzo degli altri canali sensoriali.

L’accompagnatore dovrà, perciò, riflettere sul linguaggio da utilizzare: un linguaggio sintetico e appropriato, ma arricchito, per far vivere un’esperienza completa, imparare ad osservare, descrivere l’ambiente e i suoi ostacoli. Ciò costringe a comprendere meglio le difficoltà che l’altro deve affrontare e a entrare in empatia con i bisogni dell’altro e comprendere quanto siano fondamentali dettagli, misure e proporzioni degli spazi, dislocazione e orientamento degli oggetti. L’accompagnatore dovrà tradurre le informazioni visive in parole, scegliendo termini, aggettivi e verbi appropriati, descrittivi e immediatamente comprensibili e integrando nella descrizione verbale informazioni collegabili ad altri sensi come l’udito, il tatto, l’olfatto o il gusto per stimolare la percezione dei sensi. Deve essere un linguaggio inclusivo, che cioè sia in grado di mettere alla pari i due soggetti. Un linguaggio in cui non ci sia pietismo per l’impedimento dell’altro ma lo spirito di scoperta per entrambi.

  • 2a Fase – Apprendere dall’esperienza (5 minuti in coppia e almeno 15 minuti in plenaria, a seconda della numerosità del gruppo)

 

  1. Invitare le coppie a riflettere sull’esperienza vissuta da entrambi i punti di vista ed esprimere le proprie sensazioni, stati d’animo e reazioni inattese;
  2. Invitare tutti a riunirsi, in cerchio, se possibile;
  3. Condividere gli apprendimenti sui differenti bisogni logistici e sul linguaggio appropriato e su come ci si rapporta alla diversità.

 

--> SECONDO INCONTRO (1 ora, qualora il materiale venga visionato prima dell’incontro)

 

  • 1a Fase: Visione del materiale mediatico 

 

Su RaiPlay è possibile vedere numerosi programmi che incarnano concretamente questo cambio di paradigma. Le seguenti fonti potrebbero essere utilizzate come materiale per un laboratorio:

 

  • LA VITA È UNA FIGATA (2017)

Bebe Vio, oro nella scherma alle Paralimpiadi di Rio 2016, indossa per la prima volta le inedite vesti di conduttore televisivo. 

Nel corso di sei appuntamenti, Bebe Vio accoglie nella sua casa personaggi dalla vita straordinaria appartenenti al mondo della cultura, dello sport e dello spettacolo ascoltandone le confidenze.

A questo link tutte le puntate: https://www.raiplay.it/programmi/lavitaeunafigata.

In particolare, in questa puntata: https://www.raiplay.it/video/2017/11/La-vita-e-una-figata-b86ce58d-5617-40cb-9043-bc98b9b7efa3.html accoglie Oney Tapia, un atleta (non vedente) paralimpico, nel lancio del disco e nel getto del peso.

 

  • NUOVI EROI (2019,2020)

Il racconto dei Nuovi Eroi del nostro tempo, ovvero cittadini insigniti dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con l'Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Alcune volte le loro storie sono salite alla ribalta della cronaca, altre volte no. 

A questo link è possibile vedere la puntata con Monica Contrafatto: https://www.raiplay.it/video/2019/01/Nuovi-Eroi-4ba3f17b-8191-408f-9b45-42c43d15cd61.html .

Monica Contrafatto nasce in Sicilia e fin da piccola si definisce un "maschiaccio" e quando vede i bersaglieri capisce che vuole diventare un soldato. Si arruola e inizia ad essere inviata in missione all'estero. Durante una di queste, in Afghanistan, un attentato le costa la perdita di parte della gamba. Mentre si trova in ospedale vede in TV le Paralimpiadi e decide di dedicarsi allo sport. Dopo anni di allenamenti riesce a coronare il suo sogno vincendo la medaglia di bronzo dei 100 metri a Rio 2016.

Valutare se si ha la possibilità di visionare tutti insieme il materiale scelto oppure dare il compito di visionarlo prima dell’incontro. 

 

  • 2a Fase: Identificare linguaggi e comportamenti inclusivi (1 ora)

 

  1. Invitare individualmente a immaginare un incontro con Bebe Vio, altri atleti paralimpici suoi ospiti, Monica Contraffatto o, anche meglio, una qualunque altra persona di loro conoscenza che svolge sport paralimpici e scrivere un piccolo racconto in cui ipotizzare come comunicare un apprezzamento, un aspetto che lo ha colpito, porre domande, esprimere un desiderio e/o fare promesse sul proprio atteggiamento;
  2. Suddividere in gruppetti e invitare a condividere i propri incontri immaginari e approfondire cosa hanno compreso sullo sport paralimpico, quali contraddizioni sono emerse, cosa cambierebbero del comune modo di agire e comunicare nel relazionarsi con l’altro, con il diverso, per attuare l’inclusione nel loro quotidiano;
  3. Invitare tutti a ritornare in plenaria, in cerchio, se possibile:

--> Condividere volontariamente il lavoro svolto nei sottogruppi

--> Capire quali approcci – apparentemente innocui – non son altro che la interiorizzazione di ingiuste convinzioni ed estrapolare una sorta di patto nell’adottare parole e comportamenti specifici che esprimano inclusione.

 

--> TERZO INCONTRO

Realizzare un artefatto su quanto emerso nei precedenti incontri (uno o più post sui social, un cartellone, un video, una canzone, una poesia, un disegno, un collage fotografico) con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica. 



[1] Citato in ‘Alle origini delle Paralimpiadi. I “Giochi internazionali per paraplegici” di Roma 1960’, Erminio Fonzo Ricercatore Università degli Studi di Salerno, Università degli Studi di Salerno · Department of Humanities, Philosophy and EducationICSR (International Center for Studies & Research), Mediterranean Knowledge – Working Papers Series - VOL. 6 (2021), N. 1

[2] Vedi nota 1. 

[3] Sandro Veronesi nella prefazione di “Paralimpici: Lo sport per disabili: personaggi, storie, discipline” di Claudio Arrigoni - 2012 - Hoepli

[4] Questa attività si ispira a “Lezione al buio. Percorsi inclusivi al Museo della Scuola, di Anna Ascenzi, Marta Brunelli uno dei Percorsi laboratoriali nel segno dell’Inclusione inclusi in “IN AZIONE - PROVE DI INCLUSIONE” A CURA DI CATIA GIACONI, NOEMI DEL BIANCO collana “traiettorie inclusive” FrancoAngeli Open Access

[5] Esiste una classificazione ufficiale per gli sport per disabili (https://it.wikipedia.org/wiki/Categorie_degli_sport_per_disabili) in cui sono specificate le categorie per gli sport per disabili, basandosi sulla tipologia ed il grado di handicap degli atleti.